Gloria F. Turacchi.
domenica 15 marzo 2026
... due strategie opposte ...
In queste settimane molti guardano gli eventi
— droni, mine, attacchi nel Golfo, Erbil, Hormuz
— come se fossero episodi isolati.
In realtà quello che stiamo vedendo è lo scontro fra due strategie preparate da anni.
Da una parte c’è il blocco formato da Israele e Stati Uniti, che oggi agiscono di fatto nello stesso campo strategico.
Dall’altra c’è l’Iran, che sa perfettamente di non poter vincere una guerra frontale contro la potenza militare americana.
E quindi ha costruito una strategia diversa.
Israele e Stati Uniti stanno cercando di smontare il sistema iraniano dall’alto: colpire i vertici dei Pasdaran, eliminare comandanti, sabotare infrastrutture militari e nucleari, indebolire la capacità di coordinamento del regime.
Non è necessariamente una guerra per occupare l’Iran, ma una guerra per ridurre la sua capacità di proiettare potenza nella regione.
L’Iran invece gioca una partita opposta.
Non concentra la forza in un punto solo.
La disperde.
Missili balistici, droni prodotti in grande quantità, milizie alleate in mezzo Medio Oriente, attacchi indiretti, pressioni sul traffico petrolifero.
È una strategia costruita per un obiettivo preciso: rendere il conflitto caotico e globale, così che ogni attacco contro l’Iran produca effetti in tutta la regione.
Lo Stretto di Hormuz è la chiave di questa strategia.
Lì passa circa un quinto del petrolio mondiale.
Non serve minarlo completamente.
Basta far capire al mondo che può diventare pericoloso e il traffico si paralizza da solo. È una leva enorme con mezzi relativamente limitati.
Per questo vediamo droni nel Golfo, mine navali, attacchi a navi mercantili, tensioni in Iraq, Libano e Yemen.
Non sono episodi scollegati: fanno parte di un sistema di pressione costruito nel tempo.
La sensazione che “stiano tutti a guardare” nasce proprio da questo equilibrio.
In realtà nessuno sta guardando: tutti stanno cercando di non oltrepassare la soglia che trasformerebbe questa crisi in una guerra totale.
Per gli Stati Uniti quella soglia è molto chiara.
Finché gli attacchi restano limitati
— droni, danni a navi, sabotaggi, tensioni regionali
— Washington può reagire in modo duro ma contenuto: distruggere basi, colpire unità militari, proteggere il traffico marittimo.
Ma esiste un punto oltre il quale la situazione cambierebbe completamente.
Se un attacco provocasse un grande numero di morti americani
— per esempio in una base militare
— oppure se una nave americana importante venisse distrutta con l’equipaggio ucciso, la pressione politica e militare sugli Stati Uniti diventerebbe enorme.
A quel punto Washington potrebbe decidere che il costo di non reagire è più alto del rischio di escalation.
E allora la guerra cambierebbe scala.
In sintesi, quello che stiamo osservando è questo:
Israele colpisce per smontare la struttura militare iraniana.
L’Iran colpisce per allargare il conflitto e rendere tutto più instabile.
Gli Stati Uniti, per ora, cercano di contenere e controllare l’escalation.
Ma se un singolo evento superasse quella soglia
— morti americani in grande numero o la distruzione di un asset navale americano
— la strategia americana potrebbe trasformarsi rapidamente da contenimento a intervento molto più ampio contro l’Iran.
Ed è proprio questo equilibrio instabile che rende la situazione nel Golfo Persico una delle più pericolose degli ultimi decenni.
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