di Raffaele Crocco
L’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran è l’ennesima mossa di una guerra globale sempre più intensa. Washington attacca Teheran anche e soprattutto per colpire gli interessi industriali e commerciali di Europa e Cina, facendo schizzare in alto i prezzi di petrolio e gas. Israele è della partita per le proprie mire egemoniche nell’area. Gli analisti dicono che non sarà una guerra breve e, soprattutto, che avrà pesanti conseguenze sull’ordine complessivo.
Intanto, conseguenze quotidiane sulle nostre giornate le hanno, anche se fingiamo di non saperlo, tutte le altre guerre in corso, dall’Ucraina al Sudan, dal Medio Oriente al Sahel, fino al Sud-est asiatico. Scontri diversi, intensità differenti, ma una stessa caratteristica: sono guerre lunghe. Guerre che logorano territori, economie e popoli.
Il fronte più stabile – e insieme più violento – resta quello dell’Ucraina. Dopo 1.471 giorni dall’invasione russa, la linea del combattimento si estende per oltre 1.000 chilometri, dalle regioni settentrionali di Kharkiv fino alla foce del Dnepr nel sud, attraversando il Donbass. La Russia controlla circa il 20% del territorio ucraino e continua a perseguire una strategia militare basata sul logoramento delle difese di Kiev.
Nella settimana appena trascorsa Mosca ha lanciato uno dei più grandi attacchi aerei dell’anno: 420 droni e 39 missili, tra cui 11 balistici, diretti contro infrastrutture energetiche, ferroviarie e centri urbani. I bersagli sono stati 32 obiettivi in otto regioni del Paese. La difesa aerea ucraina sostiene di aver intercettato 374 droni e 32 missili, ma una parte degli ordigni ha colpito comunque centrali elettriche e strutture logistiche.
Sul terreno la guerra resta una battaglia di logoramento. L’esercito russo continua ad attaccare lungo diverse direttrici. Gli attacchi producono avanzamenti territoriali limitati, spesso misurati in poche centinaia di metri. Ma mantengono una pressione costante sulle difese ucraine e sembrano preparare una offensiva più ampia per la primavera-estate 2026. E mentre tutto questo accade, la diplomazia resta ferma, congelata su posizioni che sembrano inconciliabili.
In Asia Sud Occidentale, la tregua a Gaza continua a restare fragile. Nella settimana sono stati registrati nuovi attacchi israeliani con almeno otto morti. Le accuse di violazioni sono reciproche fra Tel Aviv e Hamas, ma le statistiche si aggiornano solo di morti palestinesi.
Sul piano politico ci sono due segnali rilevanti. Il primo: la Corte Suprema israeliana ha sospeso temporaneamente alcune misure decise dal governo Netanyahu. Sono le norme che avrebbero limitato l’attività delle organizzazioni umanitarie internazionali – le Ong – nei territori palestinesi. Questa è la parte positiva. Quella negativa, è il secondo segnale, è l’apertura da parte degli Stati Uniti di servizi consolari in un insediamento israeliano. Un gesto che chiarisce la posizione di Washington, favorevole alla totale e definitiva colonozzazione israeliana del territorio palestinese.
In Asia Afghanistan-Pakistan stanno dando vita ad una nuova escalation lungo la linea Durand e in Myanmar la guerra interna continua, praticamente invisibile al resto del Mondo. Invece, si muore: un bombardamento dell’aviazione militare nella regione di Magway ha colpito un nodo commerciale e un mercato locale, provocando almeno 25 morti.
Anche in Africa si continua a morire. Nel Sudan, la guerra tra esercito regolare e paramilitari delle Rapid Support Forces continua senza tregua. Nel Darfur settentrionale un attacco delle RSF contro la città di Misteri ha provocato 28 morti e 39 feriti, costringendo oltre 3.000 civili a fuggire. Il bilancio complessivo della guerra – iniziata nell’aprile 2023 – supera ormai 40.000 morti e circa 12 milioni di sfollati. La crisi sudanese è una delle più gravi emergenze umanitarie del Pianeta. Il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha imposto sanzioni contro quattro comandanti delle RSF, accusati di atrocità contro civili.
Non troppo distante, nell’est della Repubblica Democratica del Congo la crisi assume sempre più un carattere regionale. Gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni contro il Rwanda Defence Force, accusato di sostenere il movimento ribelle M23, protagonista delle recenti offensive nel Nord Kivu. Le autorità locali hanno segnalato il ritrovamento di 171 corpi in fosse comuni in aree recentemente lasciate dai ribelli. Anche nel Sahel cresce l’instabilità, soprattutto nella zona di confine tra Niger, Benin e Nigeria. I gruppi jihadisti hanno moltiplicato gli attacchi.
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