C’è un modo subdolo per seppellire la verità senza dichiararlo apertamente: sommergerla sotto una montagna di carta. È ciò che sta accadendo con il dossier Epstein.
Vero. Il Dipartimento di Giustizia ha deliberato l’accesso ai documenti non censurati: oltre tre milioni di file. Un archivio immenso che dovrebbe permettere al Congresso di fare finalmente luce su una delle vicende più oscure è oscene degli ultimi decenni. Ma la modalità scelta trasforma subito la promessa in farsa.
Ai membri del Congresso sono concessi in tutto quattro computer, collocati in un ufficio satellite. Nient’altro. Nessuna copia, nessun accesso diffuso, nessuna possibilità di analisi sistematica. Solo una consultazione lenta, contingentata, quasi rituale.
Il paradosso è matematico prima ancora che politico. I deputati che hanno firmato la petizione di discarico alla Camera sono 217. Se lavorassero 40 ore alla settimana, dedicandosi esclusivamente alla lettura di quelle carte, servirebbero più di sette anni per esaminare soltanto la parte di documenti che il governo dice di voler rendere pubblica.
E questo senza considerare gli altri tre milioni di file che restano ancora secretati. I più scottanti.
Sette anni. Un tempo che nella politica americana equivale a più legislature, più cicli elettorali, più cambi di amministrazione. In altre parole: abbastanza perché l’urgenza svanisca, l’attenzione mediatica si disperda e la memoria collettiva si raffreddi.
Quando la trasparenza richiede tempi impossibili, non è più trasparenza. È una procedura che produce l’effetto opposto: diluire, ritardare, scoraggiare. Non si proibisce l’accesso; lo si rende impraticabile.
Il caso Epstein non è soltanto un fascicolo giudiziario. È un verminaio che tocca potere economico, relazioni politiche, reti internazionali, servizi segreti, cupole massoniche. Attorno a quella vicenda ruotano nomi, interessi e responsabilità che molti preferirebbero restassero nell’ombra per sempre.
In questo contesto, la gestione dei documenti assume un significato politico preciso. Se davvero l’obiettivo fosse la verità, quei file sarebbero digitalizzati, distribuiti, analizzati da commissioni parlamentari e ricercatori indipendenti. Non confinati in una stanza con quattro computer.
La storia americana è piena di archivi aperti troppo tardi o solo parzialmente: dai dossier sull’omicidio di Kennedy ai documenti sui colpi di Stato della CIA. Ogni volta la promessa è la stessa - piena collaborazione, massima trasparenza - e ogni volta la realtà si riduce a una lunga trattativa con il tempo e con il silenzio.
Qui il meccanismo appare ancora più brutale: una montagna di documenti e una porta strettissima. Formalmente aperta. Sostanzialmente chiusa. È così che funzionano le coperture nel XXI secolo: non cancellano le prove. Le seppelliscono sotto procedure impossibili.
Alfredo Facchini

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