l’elefante nella cristalleria mondiale
Sergio Fabbrini ( Il sole 24 Ore )
Tocca ora all’Iran. Con l’aiuto del governo israeliano, Trump ha deciso di “annichilire” l’Iran perché non ha fermato i suoi progetti nucleari, progetti che pure aveva detto di aver “annichilito” nel giugno del 2025. Come nel caso del Venezuela il 3 gennaio scorso, Trump interviene unilateralmente, senza curarsi di avere il sostegno delle Nazioni Unite o di una qualche coalizione internazionale. Ma, soprattutto, di cosa succederà dopo. A Teheran vi è una delle più crudeli dittature al mondo. Una teocrazia che ha ucciso, qualche settimana fa, più di 30.mila persone che protestavano contro il carovita, proteste che erano seguite ad altre, come quelle per la difesa della dignità delle donne, anch’esse represse nel sangue. Anche il Venezuela era (e continua ad essere) un regime dittatoriale, dove gli oppositori del dittatore Maduro venivano uccisi o fatti morire in carcere.
Tuttavia, nel sistema internazionale che la stessa America aveva contribuito a costruire dopo la Seconda guerra mondiale, nessun Paese può intervenire nella sovranità di un altro Paese, che sia l’America in Iran, la Russia in Ucraina o la Cina a Taiwan. In quel sistema vi sono istituzioni e procedure per contenere una minaccia o per regolare una contesa o per liberare una popolazione oppressa dai suoi governanti. Per Trump, quel sistema è roba del passato. L’esito è guerra e caos.
Secondo Stephen Miller, uno dei più ascoltati consiglieri di Trump, la politica estera americana è ritornata, finalmente, «ai suoi fondamenti realistici», dove conta solamente il potere «brutale» della forza militare. Per Miller l’America è ritornata ad agire come una grande potenza (meglio, come la grande potenza) che persegue i suoi interessi al di fuori dei vincoli della legalità internazionale. Tuttavia, Trump va oltre il realismo. Come hanno scritto Daniel Drewzner ed Elizabeth Sauders (su Foreign Affairs), Trump persegue una visione hobbesiana, non realista, del mondo. Trump, come Thomas Hobbes (1588-1679), ritiene che il mondo sia un’arena “in cui tutti sono contro tutti”, dove l’America deve esercitare la sua forza senza considerare altro. Ma i realisti non pensano questo. Per loro, uno Stato, specie se potente, deve considerare le conseguenze delle sue azioni. Facendo ciò, anche se il mondo è anarchico, l’esito non è necessariamente la guerra. Come ha sostenuto il principale studioso realista del Secondo dopo guerra, Kenneth Waltz (1924-2013), in condizioni di anarchia internazionale, un grande potenza è spinta ad esercitare forme di auto-controllo, dato che un conflitto con un’altra potenza potrebbe condurre alla reciproca distruzione. Tali considerazioni sono assenti in Trump, il quale ritiene che la forza militare e tecnologica dell’America sia tale da renderla invulnerabile alla reazione delle altre potenze. Il risultato è il caos, dove non vi sono vincoli né esterni né interni al comportamento del più forte.
Il caos è inevitabile con Trump anche per come “fa” la politica estera. Quest’ultima è altamente personalizzata. È gestita da lui e da un gruppo ristretto di amici e familiari (come Steve Witkof e Jared Kushner). Questi ultimi hanno sostituito i funzionari di carriera (diplomatici, militari, consiglieri), dotati di competenze professionali e conoscenze internazionali. Una politica estera personalizzata è imprevedibile e incompetente. Come abbiamo visto nella guerra delle tariffe, prima introdotte, poi sospese, quindi rilanciate. Oppure, nella rivendicazione di prendersi la Groenlandia da un Paese (la Danimarca) alleato con l’America. Una politica personalizzata vive necessariamente dei media. Per Trump, i media sono la politica. I media veicolano la sua immagine ed esaltano il suo ego. Non solo. La sua politica estera è anche estrattiva, se non estorsiva. Trump si muove sempre sulla base di convenienze economiche. Nel bombardamento dell’Iran non ci sono in gioco principi umanitari, tanto meno l’idea neoconservatrice di esportare la democrazia come nell’occupazione dell’Iraq da parte dell’allora presidente George W. Bush nel 2003. In Iran come in Venezuela, in gioco vi sono gli interessi petroliferi di cui lui e il suo gruppo di amici vogliono avvantaggiarsi. L’aiuto militare americano all’Ucraina deve essere pagato dagli europei, oltre che dagli stessi ucraini concedendo agli americani gran parte dei profitti della vendita delle terre rare (come stabilito dall’ “Ukraine-United States Mineral Resources Agreement” firmato il 30 aprile 2025). La stabilità del Medio Oriente è perseguita come condizione per realizzare futuri e giganteschi progetti immobiliari in quell’area. L’incremento delle tariffe varia in relazione alle negoziazioni individuali con i singoli Paesi relativamente alla loro disponibilità ad investire in America o ad aprire i loro mercati all’America. Una politica basata sul presidente e i suoi interessi è inevitabilmente caotica.
Insomma, contrariamente a ciò che aveva promesso durante la campagna elettorale del 2024, Trump non ha affatto ridotto l’intervento militare americano nel mondo, ma lo usa in modo idiosincratico e unilaterale. L’America di Trump si comporta come un rogue State, uno Stato canaglia. Trump si è liberato delle regole del liberalismo, ma rifiuta anche l’autocontrollo del realismo. È un elefante nella cristalleria, che genera guerre e caos, insieme ai piccoli elefanti che lo seguono, come Benjamin Netanyahu.
Si può essere amici di chi agisce in questo modo?

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