lunedì 14 settembre 2026

... Torino 0 - Roma 2 ...

Se Abate perde la prossima deve essere mandato via per provare a salvarci. Questo è il peggior inizio che io mi ricordi. Peggio anche dell’anno scorso che già era pessimo. 

Onestamente la squadra è leggermente meglio quest’anno rispetto all’anno scorso.
Urbano Cairo lo aveva promesso: voleva fare la sua migliore stagione. Per questo ha voluto fortemente Ignazio Abate. Lo ha voluto davvero fortemente. Certo, dopo i no di Gattuso, di De Rossi e di Aquilani, ma comunque fortemente, diciamo così. Lo ha voluto tanto da promettere Urby et orbi (molto orbi) un calcio offensivo, propositivo, divertente. Un calcio capace di attaccare e far male. Parole sue, mica mie. Per mettere in atto questo suo straordinario progetto ha pescato Ignazio Abate, dicevamo. Dalla Juve (porcamado’) Stabia, in serie B. Allora prendiamoli i numeri della Juve Stabia di Ignazio Abate che ha stregato Cairo, analizziamoli insieme. 42 partite fra campionato, playoff di cadetteria e Coppa Italia. 12 vittorie, 19 pareggi e 11 sconfitte. Non esattamente il Brasile di Pelé. Ma forse quando Cairo e Petrachi lo hanno chiamato non li avevano letti bene, i numeri. . Beh facciamolo noi allora. La Juve Stabia di Abate non ha mai segnato 4 gol nella stessa partita. Tre gol in una partita? Soltanto tre volte. Tre gol subiti? Cinque volte. In 11 match su 42 non ha segnato nemmeno un gol. E soprattutto: in 28 partite su 42 la Juve Stabia ha segnato meno di due gol o non ha segnato affatto. Quasi due partite su tre, perdio. Quartultima in serie B per occasioni gol create. Una produzione offensiva così sterile da far sembrare divertente anche una riunione dell’Udeur di Mastella. E allora veniamo al Torino, sempre di Ignazio Abate. Perché Cairo aveva promesso il calcio offensivo. Quello propositivo. Quello divertente. Quello in cui il tifoso dovrebbe uscire dallo stadio con la sensazione di aver visto qualcosa. Oggi, dopo appena sei partite fra campionato e Coppa Italia, il risultato è: 2 vittorie, 4 sconfitte. 5 gol fatti, 8 subiti. E soprattutto: eliminazione dalla Coppa al secondo turno, in casa contro il Monza, anche qui non proprio il Real Madrid. Il problema non è soltanto perdere, a quello col Mandrogno siamo abituati. Il problema è come perdi. Simeone che attacca da solo, come se avesse litigato con il resto della squadra. Magari è successo davvero. Vlasic che gira per il campo alla ricerca di una destinazione, di un senso, forse di un autobus da prendere al volo alla Fantozzi. Non l’ha mai fatto, ma l’ha sempre sognato. Centrocampisti e difensori che spesso sembrano tre persone convocate per errore alla stessa riunione. La palla gira, sì. Ma dove? Un passaggio. Un altro passaggio. Un altro ancora. E se la ritrova fra i piedi Perri, che non sa cosa farsene. Nessun ritmo. Poco coraggio. Poca verticalità. Poca gente che attacca gli spazi. È come stare immobili sotto la pioggia per paura di bagnarsi. Una squadra paralizzata dal terrore di scoprirsi e prendere gol. Il capolavoro è che il gol lo prende comunque. Perchè è poco attenta, perché non ci mette il piede e la garra, perché vuole costruire dal basso con dei boscaioli che giocano contro gente che ha già capito dove andrà la palla prima ancora che i boscaioli ci abbiano pensato. Non è nemmeno una squadra semplicemente brutta, ma un gruppo che non sembra convinto di quello che sta facendo. E quando una squadra non crede nel proprio modo di giocare, lo capisci da tutto: dai movimenti, dalla velocità dei passaggi, dalle scelte, dalle facce. Il calcio offensivo promesso da Cairo, per ora, è diventato una specie di leggenda metropolitana. Quello che resta è un Torino prudente, impaurito, prevedibile. Una squadra costruita per non farsi male che riesce puntualmente a farsi male lo stesso. E questa è una cosa molto più triste. Undici uomini in campo che sembrano impegnati in una gara clandestina a chi riesce a prendersi meno responsabilità. Verranno tempi migliori ed avversari più abbordabili? Può essere, per la carità. Però non è un gran vivere. 


 Ernesto Bronzelli.

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