mercoledì 9 settembre 2026

... parole su cui riflettere! ...

“Nicolina Giagheddu è la madre dell’imprenditore Emanuele Ragnedda che sparò alla donna di 33 anni: «Lei mi ha dato la forza per ribellarmi. Per 30 anni sono stata picchiata, minacciata e umiliata».” 


Queste parole dovrebbero farci fermare e riflettere. La violenza contro le donne non comincia quando parte un colpo. Molto prima ci sono il controllo, le umiliazioni, le minacce, la paura, il possesso scambiato per amore. E spesso questa cultura si impara in casa. Per questo la scuola può e deve intervenire. Educazione affettiva, educazione sessuale, rispetto del consenso, riconoscimento della violenza psicologica. Non per sostituire la famiglia, ma per dare ai bambini e ai ragazzi gli strumenti per capire cosa è rispetto e cosa non lo è. E mentre una donna racconta di essere stata picchiata, minacciata e umiliata per trent’anni, Vannacci sostiene che il femminicidio non sia una fattispecie specifica, ma semplicemente un omicidio. Ma dare un nome a un fenomeno non significa stabilire che una vita valga più di un’altra. Significa riconoscerlo, studiarlo e prevenirlo. Allora perché cancellare la parola femminicidio? Perché non cancellare anche parole come mafioso o infanticidio? Abbiamo bisogno di meno silenzio, non di meno parole. Abbiamo bisogno di educare i bambini al rispetto, insegnare ai ragazzi che un no è un no e che una relazione non è possesso. La prevenzione comincia molto prima di un tribunale. Comincia dall’educazione. E dal coraggio di chiamare le cose con il loro nome. 

E continuerò all'infinito a pensare e scrivere che nelle scuole italiane serve l'educazione sesso-affettivo. Ogni volta che una donna morirà per mano di un uomo. 

Vincenzo San. 

 -- Comitato di cittadini attivi e democratici in difesa della Costituzione

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