mercoledì 9 settembre 2026

... analisi dell'AfD ...

Il dibattito pubblico tende a liquidare sotto la categoria di “nazismo” qualsiasi fenomeno politico che si collochi nell’area della destra radicale. Nel caso dell’Alternative für Deutschland (AfD), questa etichetta rischia di farci prendere fischi per fiaschi. La realtà ideologica di questo partito è piuttosto un ibrido che si è allontanato dalle sue origini liberiste per approdare a una sintesi inedita tra sciovinismo economico, pacifismo strumentale e nazionalismo etnico. Se si analizza il manifesto politico originario di AfD, emerge un’incompatibilità strutturale con l’architettura economica del nazionalsocialismo storico. Il Terzo Reich concepiva lo Stato come un Moloch interventista: l’economia della Germania degli anni ‘30 era sottoposta a un rigido dirigismo, a piani quadriennali e al controllo statale di prezzi e salari. AfD propone sulla carta uno scenario diverso. Nata nel 2013 per iniziativa di economisti e accademici contrari all’Euro, mantiene formalmente nei suoi programmi federali tesi derivate dal neoliberismo radicale e dalla Scuola Austriaca. Il partito non chiede la pianificazione statale, bensì la deregolamentazione dei mercati e l’abolizione delle imposte di successione: misure pensate per sottrarre potere fiscale allo Stato centrale. Tuttavia, commetteremmo l’errore opposto se considerassimo AfD un partito puramente libertario o anarcocapitalista. Negli ultimi anni, la componente dei professori neoliberisti della prima ora è stata ampiamente emarginata. Con la crescita delle roccaforti elettorali nell’Est della Germania, l’agenda economica del partito si è spostata verso il cosiddetto “sciovinismo del benessere” (Welfare Chauvinism). AfD non vuole abolire lo stato sociale; vuole restringerlo drasticamente su base etnica. La proposta attuale prevede un capitalismo protetto dove lo Stato garantisce pensioni e sussidi ai soli cittadini autoctoni, escludendone tassativamente i migranti. Inoltre, a differenza del liberismo puro, il partito adotta oggi posizioni fortemente protezioniste nei confronti dell’industria nazionale contro i mercati globali. A questa mutazione economica si è affiancato un formidabile catalizzatore elettorale: il posizionamento geopolitico e l’opposizione intransigente alla guerra in Ucraina. Presentandosi come l’unico vero “partito della pace” (Friedenspartei), AfD ha intercettato i timori profondi della popolazione – storicamente più radicati nei territori dell’ex Germania Est – legati al rischio di un’escalation militare con Mosca e alle pesanti ripercussioni economiche delle sanzioni (a partire dalla crisi energetica e dall’inflazione). La retorica contraria all’invio di armi a Kiev e la richiesta di riaprire i canali commerciali con la Russia hanno permesso al partito di raccogliere massicci consensi, trasformando la stanchezza per il conflitto in voti di protesta e di “autoconservazione” economica. Perché allora le istituzioni tedesche e l’Intelligence monitorano ufficialmente l’AfD come una minaccia per la democrazia? Il motivo non risiede nei suoi modelli fiscali o nel pacifismo di facciata, ma nella sua smaccata deriva identitaria ed etno-nazionalista. La magistratura tedesca definisce l’estremismo di destra moderno soprattutto in base al rifiuto dei principi democratico-liberali, al revisionismo storico (si vedano le provocazioni di leader come Björn Höcke) e a programmi che minacciano l’universalismo dei diritti umani, come i controversi piani di remigrazione forzata emersi nel summit di Potsdam. La chiave di volta per comprendere l’AfD non è il totalitarismo novecentesco in senso stretto, ma una forma contemporanea, opportunistica e contraddittoria di populismo identitario. Chiamarli semplicemente “nazisti” impedisce di vedere la vera natura della loro sfida: non un ritorno allo statalismo burocratico del passato, ma la transizione verso una società frammentata ed escludente. 


 Serena Contardi.

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