
Gli ineffabili Witkoff e Kushner hanno trascorso più di tre ore al Cremlino con l'amico Putin. Risultato? Nessun passo avanti, zero accordi, la Russia non rinuncia a nessuna delle sue pretese territoriali. Il Cremlino ha però definito l’incontro "molto utile". Utile, probabilmente, perché mentre si discuteva del futuro dell’Ucraina si parlava anche di "grandi progetti economici russo-americani". I territori occupati sul tavolo, gli affari accanto. Nella diplomazia trumpiana la pace somiglia sempre più a una trattativa immobiliare: i confini diventano particelle catastali, la sovranità una clausola negoziabile e gli ucraini quelli che dovranno firmare in fondo al contratto.
L’ordine degli incontri dice già molto. Prima si ascolta l’aggressore al Cremlino, poi si vola a Kyiv a illustrare all’aggredito che cosa potrebbe essere disposto a perdere. Putin intanto rivendica i progressi militari e ripete la formula stantia e strumentale delle "cause profonde" e blablabla, cioè il lessico con cui da anni giustifica un’invasione criminale trasformandola in terapia geopolitica. Ha persino annunciato una pausa di tre giorni nei bombardamenti su Kyiv per proteggere gli inviati americani. Un riguardo squisito: i missili possono aspettare che siano passati gli ospiti.
Se alla Russia spettano i territori, agli Stati Uniti gli affari e all’Ucraina la pressione perché accetti, questa non è una pace. È la liquidazione, e probabilmente la spartizione, di un Paese organizzata nel salotto del rapinatore.
Mimmo Stolfi
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