Quando Zohran Mamdani è stato eletto sindaco di New York, la sinistra italiana si è svegliata con un sorriso largo così.
Tweet, editoriali, citazioni, entusiasmi.
“È la prova che il mondo sta cambiando!”, “È la rivincita del socialismo!” - come se il successo di un socialista americano figlio di migranti fosse una vittoria collettiva, anche nostra.
Un riflesso tipicamente italiano: applaudire ciò che accade altrove, convincendosi che in qualche modo ci riguardi.
Solo che no, non ci riguarda.
E non solo perché Mamdani non ha nulla a che vedere con il nostro progressismo da salotto, ma perché rappresenta un’America completamente diversa da quella che la sinistra europea continua a idealizzare.
Non è un progressista da talk show, ma da organizzazione di quartiere: raccoglie fondi porta a porta, costruisce reti sociali reali, non solo simboliche. È quindi un progressista autentico e per certi versi più rivoluzionario dei progressisti europei, che si sono istituzionalizzati e annacquati.
Non è più l’America che accoglie, è l’America che governa
Mamdani non è il simbolo dell’America inclusiva: è il simbolo dell’America post-inclusiva.
Non parla a nome di una minoranza che chiede diritti, ma di una generazione che li esercita già come potere politico.
È il figlio di migranti che non vuole più “entrare” nel sistema, ma lo governa.
Un cambio di paradigma che la sinistra italiana non ha colto, perché ancora ferma al multiculturalismo compassionevole degli anni Novanta, fatto di “tolleranza”, “accoglienza” e “narrazioni solidali”.
In America, le minoranze non vogliono più essere accolte. Vogliono decidere.
E l’elezione di Mamdani segna proprio questo: la maturazione politica del nuovo elettorato urbano, meticcio, disincantato e consapevole del proprio peso.
È il multiculturalismo che non chiede più spazio, ma lo occupa e lo gestisce.
La sinistra italiana si applaude da sola
Davanti a questa trasformazione, la sinistra italiana reagisce come sempre: si compiace.
Applaude, cita, si sente parte di un movimento globale, come se bastasse condividere un post per sentirsi rivoluzionari.
Si comporta come un attore che non recita più, ma si guarda allo specchio commosso dal proprio personaggio.
In questa vicenda, la sinistra nostrana è convinta di aver vinto l’Oscar come “miglior attore non protagonista”.
Mentre Mamdani costruiva consenso casa per casa, nel Queens, i nostri progressisti organizzavano convegni sul “valore dell’inclusione”.
Lui parlava con gli sfrattati, loro con gli addetti stampa.
Lui prometteva case popolari e trasporti gratuiti, loro scrivevano manifesti sul “nuovo umanesimo europeo”.
È la solita sceneggiatura: tanta retorica, zero presa sulla realtà.
Dal multiculturalismo della compassione a quello del potere
L’errore di fondo è culturale.
La sinistra italiana continua a interpretare la diversità come una causa morale, mentre nel mondo anglosassone è ormai una struttura di potere.
Non si tratta più di “dare voce a chi non ce l’ha”, ma di riconoscere che quella voce ha già un microfono, una base elettorale e un’agenda politica.
Negli Stati Uniti, le comunità diasporiche non sono più oggetto di solidarietà, ma soggetto di governo.
In Italia, invece, la sinistra è ancora ferma al lessico del volontariato e dei comunicati stampa.
E così, mentre Mamdani parla di redistribuzione, loro parlano di rappresentazione.
Lui chiede più Stato, loro discutono di linguaggio inclusivo.
Due mondi diversi: uno vuole cambiare la realtà, l’altro vuole solo raccontarla bene.
L’illusione del protagonismo morale
L’atteggiamento con cui la sinistra italiana celebra Mamdani è la perfetta fotografia della sua crisi:
non produce più idee, ma si appropria di quelle altrui.
Ogni volta che un progressista vince altrove, lei si convince di aver contribuito alla vittoria con la sola forza dell’empatia.
È la versione ideologica del “mi piace” sui social: non serve a nulla, ma fa sentire vivi.
La realtà, però, è che Mamdani rappresenta una sinistra concreta, territoriale, radicata nei bisogni materiali delle persone.
Quella italiana, invece, è rimasta sospesa nel moralismo, convinta che basti essere “dalla parte giusta” per avere ragione.
Non governa più la realtà: la commenta, la interpreta, la applaude - come un critico cinematografico davanti a un film di cui non ha scritto nemmeno una riga.
Un film che non ci appartiene
L’America di Mamdani è un laboratorio politico feroce e vitale.
L’Italia, al confronto, è un museo ideologico dove i progressisti lucidano ancora le vecchie targhe dell’antifascismo come fossero premi da esibire.
Lui rappresenta il futuro meticcio e disilluso dell’Occidente.
Noi rappresentiamo la nostalgia di un passato in cui la sinistra aveva un popolo, una visione e un linguaggio.
Ecco la verità: la sinistra italiana non è protagonista di nulla.
È la comparsata elegante in un film americano che non capisce, ma che applaude per sentirsi parte del cast.
Solo che i titoli di coda scorrono già da un pezzo.
E, come sempre, sullo schermo resta solo una frase: “Special thanks to those who believed they were in the story.”
La sinistra americana rischia, sperimenta, fallisce e riparte.
Quella italiana invece resta immobile, convinta che basti l’applauso del loggione per sentirsi dalla parte giusta della storia.
Ma la storia, si sa, non premia chi applaude: premia chi decide.
Luigi Giliberti.


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