“Trump in trappola tra Netanyahu e Pechino, non sa gestire la sconfitta”
Continuano gli attacchi USA all'Iran, che risponde attaccando i Paesi arabi nel Golfo. Gli Houthi potrebbero chiudere lo stretto di Bab-el-Mandeb
Alberto Bradanini, già ambasciatore d’Italia in Iran e in Cina, analizza al Sussidiario TV la crisi iraniana, le interpretazioni del memorandum e il nodo della navigazione nello Stretto di Hormuz.
La realtà, secondo Bradanini, è che gli USA hanno perso la guerra, e non riuscendo a farsene una ragione, ridefiniscono continuamente gli obiettivi di una operazione militare che non si ferma.
Ma il loro obiettivo vero è mettere le mani sulle ricchezze dell’Iran, sul gas e sul petrolio, e forse anche controllare la valuta con cui vengono commercializzati.
Nel riconoscimento degli interessi reciproci sta la sola via possibile per fermare l’escalation: “La sicurezza è collettiva, oppure non è, è reciproca, oppure non è davvero una sicurezza”.
La giustificazione degli attacchi americani contro l’Iran, secondo la Casa Bianca, si fonderebbe sulla violazione del Memorandum of understanding del 17 giugno e su un attacco a una nave commerciale nello Stretto di Hormuz. È una ricostruzione corretta?
La situazione è in movimento di ora in ora ed è soprattutto confusa. Il rischio è di essere smentiti dopo mezz’ora, o persino dopo dieci minuti. Il memorandum di quattordici punti, firmato a distanza il 17 giugno, va considerato nel suo insieme, almeno secondo Teheran. Uno dei punti cruciali riguarda il Libano: la cessazione delle ostilità non dovrebbe interessare soltanto il Golfo, ma anche quel fronte. Il problema è che ciascuna parte interpreta il memorandum a modo proprio. Per questo l’ho definito, provocatoriamente, un “memorandum di malintesa”.
Quali sono i punti più importanti sul transito marittimo e sulle esportazioni iraniane?
Il punto centrale riguarda il passaggio delle navi commerciali dal Golfo Persico al Mare dell’Oman e viceversa, che l’Iran dovrebbe garantire senza pedaggi per sessanta giorni. Secondo Teheran, il controllo dello Stretto di Hormuz resta nelle mani del governo iraniano, non degli Stati Uniti. Un altro punto riguarda l’esportazione di petrolio, gas e prodotti derivati, con una deroga immediata da parte americana fino alla cessazione delle sanzioni. Sempre secondo Teheran, questi impegni non sono stati rispettati.
Perché, secondo lei, quei punti del memorandum non sono stati rispettati?
Perché rispettarli significherebbe accettare una capitolazione. A mio avviso, la guerra è stata sostanzialmente persa dagli Stati Uniti, e perdere una guerra è un calice amaro da mandare giù. Lo è per Trump, anche per il suo carattere, ma soprattutto per il complesso militare-industriale americano, che ha un peso enorme nel determinare la politica estera e nel decidere, direi, più facilmente la guerra che la pace.
Qual è allora il vero obiettivo strategico degli Stati Uniti?
Se ascoltiamo Trump, siamo persi nella nebbia, perché cambia posizione molto spesso. Le ragioni indicate nel tempo sono state diverse. All’inizio si parlava soprattutto del nucleare militare, mentre quello civile è consentito dal Trattato di non proliferazione (TNP), di cui Teheran fa parte. Poi si è parlato di aiutare il popolo iraniano a ribellarsi contro un regime autoritario. In seguito è emerso l’obiettivo di distruggere l’arsenale di droni e missili, considerati pericolosi per le basi americane e per i Paesi del Golfo. Ma, a mio avviso, l’obiettivo vero è mettere le mani sulle ricchezze dell’Iran, sul gas e sul petrolio, e forse anche controllare la valuta con cui vengono commercializzati.
E quali obiettivi attribuisce invece a Israele?
L’obiettivo israeliano è quello, coltivato da tempo, di frantumare uno dei pochi Paesi rimasti solidi e sovrani nella regione. L’Iran è inoltre considerato colpevole di sostenere la causa palestinese, la sovranità libanese e Hezbollah. Non mi sembra però che questi obiettivi siano stati davvero raggiunti.
Netanyahu ha criticato pubblicamente la vendita di caccia americani F35 alla Turchia. La Casa Bianca ha parlato di “interferenza” e Trump è andato su tutte le furie. I rapporti sono in crisi.
Forse Netanyahu sta tirando troppo la corda. Dispone certamente di strumenti di pressione e di una forte influenza sul sistema politico americano, ma potrebbe pensare di essere più potente di quanto sia realmente. Trump non può mettere a repentaglio l’economia e gli interessi dell’impero americano per seguire fino in fondo l’avventura nella quale, a mio giudizio, Netanyahu lo ha trascinato.
Tucker Carlson ha sostenuto che, con JD Vance alla Casa Bianca, questa guerra non ci sarebbe stata. Condivide?
Non ho la sfera di cristallo e non posso sapere che cosa sarebbe accaduto. Gli Stati Uniti, però, non si identificano con l’inquilino provvisorio della Casa Bianca. Si identificano con quella che possiamo chiamare “Corporate America”, un insieme di interessi corporativi fondati sulla ricchezza privata e collocati in cima alla piramide del potere. Anche JD Vance ne fa parte e, se fosse presidente, dovrebbe rispondere a quegli interessi. Forse la risposta del sistema sarebbe stata leggermente diversa, ma il quadro di fondo non cambierebbe.
Al di là della figura del presidente, quali interessi orientano il sistema statunitense?
Quando si tratta di questioni cruciali, il Partito repubblicano non si divide davvero. E, fondamentalmente, non si divide neppure dal Partito democratico. Negli Stati Uniti non vedo una reale dialettica tra i due partiti: mi sembrano piuttosto due correnti dello stesso sistema di potere. Per questo non insisterei troppo sulle differenze minori in politica estera, soprattutto considerando la forte influenza del complesso militare-industriale.
Le raffinerie cinesi hanno ripreso a importare petrolio. I media americani lamentano che questo esercita ulteriore pressione su un mercato petrolifero molto instabile. Qual è la strategia della Cina?
La Cina difende i propri interessi sovrani, sempre e ovunque, anche in una situazione critica come questa. È esposta nei confronti dei Paesi del Golfo e dell’Iran, dai quali importa una quota rilevante del proprio fabbisogno di petrolio, circa il 50%, pur essendo molto forte anche nelle energie rinnovabili. Soprattutto, ha la forza per farlo: gli Stati Uniti non sono in grado di piegarla ai loro capricci.
Dove passa oggi una possibile de-escalation?
Per fare la pace bisogna essere in due, non soltanto per fare la guerra. Bisognerebbe dire basta alle guerre, sedersi intorno a un tavolo e discutere dei diritti e degli interessi dell’altra parte. La sicurezza è collettiva, oppure non è; è reciproca, oppure non è davvero sicurezza. I governi vogliono le guerre, non i popoli, perché i popoli sanno che a morire è sempre la povera gente. Dovremmo ridare un senso alla parola democrazia, cioè potere al popolo, e sostituire chi governa contro gli interessi collettivi con chi vuole davvero tutelare la pace.
Che cosa comporta questa impostazione per l’Italia?
L’Italia dovrebbe smettere di fare guerre per gli interessi altrui e tornare a difendere i propri. La pace deve venire prima, insieme ai salari, alla scuola e ai servizi pubblici. Solo dopo si può discutere delle risorse da destinare alla cosiddetta difesa, ricordando però che l’Italia non è minacciata da nessuno ed è circondata da Paesi amici. Abbiamo partecipato a guerre in Iraq, Afghanistan, Libia e Serbia senza ricavarne benefici, ma riportando bare e contribuendo a morte e distruzione in Paesi che non ci avevano fatto nulla.
intervista di Max Ferrario all'Ambasciatore Alberto Bradanini
#TGP #Usa #Iran
Fonte: https://www.ilsussidiario.net/.../7-giorni-di.../2982785/
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