SONDAGGI: LA DESTRA HA DIMOSTRATO DI RECUPERARE, IL "CAMPO LARGO" NON ATTECCHISCE
di Stefano Fassina
Houston abbiamo un problema.
La tentazione di rimuoverlo è forte e comprensibile.
Ma, come ogni rimozione, lo aggraverebbe.
“Il problema” è confermato anche dalle ultime rilevazioni delle intenzioni di voto degli italiani e del gradimento del governo.
Dopo quasi 4 anni di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi, il consenso aritmetico al “campo largo” è inferiore a quello delle elezioni del 2022 (tutta da verificare la somma elettorale effettiva con la presenza di ceto politico moralmente scaduto da tempo).
Allora, la somma dei voti di Pd, M5S, AVS, +Europa e Iv (stimati per Iv in quanto era insieme ad Azione) arrivava al 44,8%.
Oggi, secondo la più recente indagine Ipsos, siamo al 44,5% (43,7% per Emg) con il Pd inchiodato al 20%, il M5S al 14% e il significativo miglioramento di Avs (al 6%), compensato però dal ridimensionamento dei centristi coalizzati, in analogia a quanto avviene a quelli fuori campo.
Dall’altro lato, FdI, Lega, FI e Noi moderati, fino all’ultima rilevazione in assenza del partito di Vannacci (gennaio scorso), aumentava i suoi consensi dal 43,8% del settembre 2022 al 47,1%.
Oggi, incluso Futuro Nazionale, l’area delle destre arriva al 47.7% (al 49,9% per Emg).
La girandola di numeri ha un messaggio politico inequivocabile: complessivamente, dall’autunno 2022, i partiti progressisti, nella definizione più estesa, non sono riusciti a conquistare alcuno spazio elettorale, mentre l’area di destra si è ampliata e ulteriormente radicalizzata, nonostante le performance al governo interne e internazionali.
Il differenziale quantitativo e politico incrociato dal referendum sulla giustizia resta fuori gioco.
In tale quadro, anche la disamina per classi sociali delle intenzioni di voto è tristemente congelata.
Le fasce popolari si confermano di gran lunga le più distanti dalle urne, ben oltre il 40%.
Quando vanno ai seggi, si esprimono in stragrande prevalenza per le destre.
Unica eccezione il M5S che, nonostante il suo consenso medio inferiore al Pd e ancor più lontano dal partito della premier, è primo partito tra disoccupati e lavoratori precari e secondo partito, dopo FdI, tra gli operai.
Di fronte a questo scenario, è davvero deprimente e autolesionista la discussione, affidata al circuito politico-mediatico, sul federatore dei “centristi”, sul destino dei “riformisti” del Pd, sulle primarie.
Dovremmo, invece, provare a capire perché, in particolare ai Socialisti e Democratici, non soltanto in Italia, rimane così impervio riconquistare fasce di popolo.
Perché è così difficile maturare un pensiero critico in grado di rispondere, secondo i principi costituzionali, alle domande, sempre più acute, di protezione sociale e identitaria, e quindi articolare un europeismo realista, imperniato sulle comunità democratiche nazionali.
Soprattutto, dovremmo valutare la credibilità di una proposta evasiva sulla condizione necessaria, certo non sufficiente, per un’agenda di svolta economica e sociale: il superamento della lettura della Russia “minaccia esistenziale”, e quindi un’iniziativa politica e diplomatica per uno sbocco negoziale alla guerra in Ucraina.
Senza prospettare un’alternativa alla guerra come orizzonte ordinario della politica, e quindi all’Europa allargata a 36 Stati, il programma della coalizione sarebbe una velleitaria lista della spesa, quasi irritante per chi è impoverito e impaurito.
Certo, possiamo sperare che Vannacci resti fuori dal centrodestra e consenta all’alleanza progressista, nella versione “campo largo” (in termini di numero di sedie intorno al tavolo), di arrivare prima.
Sarebbe, comunque, una “vittoria di Pirro”. Porterebbe a un governo, chiunque sia alla presidenza del Consiglio, impotente, senza adeguata legittimazione sociale e politica a compiere un’incisiva inversione di rotta.
Forse, siamo ancora in tempo per riflettere e correggere.
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Fonte: Il Fatto Quotidiano, Giovedì 2 Luglio 2026
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