di Raffaele Crocco
La Repubblica ha chiuso la stagione della dittatura, della guerra e della devastazione fascista. È il risultato della lotta della Liberazione, della Resistenza, del sacrificio di donne e uomini che da civili – non da soldati – immaginarono uno Stato fondato non sulla disciplina militare, ma sui diritti umani, sulla dignità della persona, sul lavoro, sulla partecipazione democratica.
Così, è sempre più contraddittorio trasformare la Festa della Repubblica in una vetrina di militarizzazione simbolica. Le parate militari romane, gli armamenti esibiti, il linguaggio patriottico costruito attorno alla forza dell’esercito e al mito della difesa di confini che non abbiamo mai dovuto difendere, rischiano di alterare il senso profondo del 2 giugno.
Perché una democrazia non si riconosce innanzitutto nella potenza militare. Si riconosce nella qualità delle istituzioni, nella giustizia sociale, nella libertà dei cittadini, nella pace.
La Costituzione nata dalla Resistenza è il risultato dell’incontro tra tre grandi culture politiche: quella liberale, che difese i diritti e i limiti del potere; quella socialista e del lavoro, che pose al centro uguaglianza e dignità sociale; quella cattolica democratica, che affermò solidarietà e valore della persona. Culture diverse, spesso conflittuali, unite dal rifiuto del fascismo e della guerra come strumenti ordinari della politica.
Ridurre questa storia complessa all’immagine di soldati in parata significa impoverire la memoria repubblicana e mancare di rispetto a chi quella Costituzione ha scritta. Significa dimenticare che l’articolo 11 della Costituzione “ripudia la guerra” e che la Repubblica si fonda sul lavoro, non sulle armi. L’esercito appartiene alle istituzioni democratiche e svolge funzioni previste dalla Costituzione: non può e non deve diventare il simbolo identitario principale della Repubblica nata dall’antifascismo.
Il 2 giugno dovrebbe essere soprattutto la festa della cittadinanza democratica: delle scuole, dei lavoratori, del volontariato, della cultura, della sanità pubblica, della partecipazione civile. Dovrebbe ricordare il voto delle donne nel referendum del 1946 e ribadire la necessità di costruire una democrazia vera eliminando ogni disuguaglianza di genere. Dovrebbe fare memoria della speranza collettiva di ricostruire un Paese devastato, il compromesso alto che rese possibile la Costituzione.
La Repubblica italiana è nata per allontanarsi dalla retorica della forza e del nazionalismo aggressivo. Rifiutare le parate e difenderne oggi il significato significa custodire quella promessa originaria: una democrazia fondata sulla pace, sulla pluralità e sui diritti, non sull’esibizione stupida e maschilista delle armi.
www.unimondo.org
Alessandro Negrini
Carlo Martinelli
Radio Onda d'Urto
Articolo 21
Arci Empolese Valdelsa Left
Uno Maggio Taranto Libero E Pensante
Nessun commento:
Posta un commento