
Proseguono le discussioni su 'Libercomunismo'. Rilievi preziosi di Filippo Barbera, critica costruttiva di Nicolò Bellanca, grande la confusione epistemologica sotto il cielo del sovranista Alessandro Visalli, che prova a tirare Losurdo dalla sua parte. La situazione è eccellente.
"...In questa prospettiva, la leva patrimoniale di Staglianò resta giusta ma non esaurisce il problema. Per Brancaccio, infatti, il punto
non è solo redistribuire ex post una ricchezza mal distribuita, quanto impedire ex ante che la concentrazione del capitale svuoti progressivamente la democrazia, trasformi la libertà economica di pochi nella riduzione delle libertà di tutti e renda lo stato sempre più permeabile agli interessi dominanti. Non si può difendere la libertà senza mettere in discussione la concentrazione del potere
economico [...] Brancaccio accenna a un’interessantissima proposta
relativa a un tipo di pianificazione, non sul modello sovietico, ma basata su incontri contingenti tra elementi eterogenei che,
quando si stabilizzano in una configurazione nuova, producono qualcosa di “necessario a posteriori” che non era scritto da nessuna
parte prima che accadesse. Il piano diventa così una sorta di architettura istituzionale sperimentalista, che lascia spazio all’emergere dell’imprevisto invece di soffocarlo sotto procedure standardizzate. Florio, dal canto suo e in modo analogo a Brancaccio, insiste sui rapporti tra stato e intelligenza sociale diffusa, senza però tematizzare che la trasformazione in decisione istituzionale richiede di affrontare l’intermediazione politica e il conflitto organizzato..." (Filippo Barbera su Libercomunismo, l'Indice)
"...Occorre superare l’arroccamento del “politicamente corretto” e le posture identitarie che lo contraddistinguono. Ma il populismo non è la soluzione. Infatti, per oltre un decennio il cosiddetto “momento populista” è stato al centro della fase di superamento-estenuazione della “revoca”. Brancaccio, ed anche io, lo ritiene un’occasione persa. Ma divergiamo sulla prognosi. O, in altro modo, su quali “rami secchi” tagliare. Uno di questi rami permane in Libercomunismo, è la natura ‘cristologica’ del proletariato [...] Come accade nei molti casi stigmatizzati da Losurdo nel suo ultimo libro, Il marxismo occidentale, del quale Brancaccio è un coerente esponente, riconnettendosi alla sua radice utopica, finisce per considerare ogni distruzione reale come passo necessario verso il progresso..." (Alessandro Visalli, Intorno a Emiliano Brancaccio e il “Libercomunismo”, l'Interferenza)
"...Brancaccio costringe il lettore progressista a uscire da due consolazioni. La prima è liberale: il capitalismo sarebbe compatibile con la democrazia, salvo eccessi da correggere. La seconda è moralistica: la guerra nascerebbe soprattutto da cattivi governanti, ideologie aggressive, autocrazie arretrate. Contro entrambe, egli argomenta che il capitale lasciato alla sua libertà non produce la libertà di tutti. Produce centralizzazione. E quando la centralizzazione incontra confini geopolitici in mutamento, debiti, crediti, risorse strategiche, può produrre guerra. Ma proprio perché questa diagnosi è forte, va interrogata nel suo punto più ambizioso. La centralizzazione del capitale basta a spiegare la chiusura del mondo contemporaneo? O occorre guardare anche a un secondo movimento?..."
(Nicolò Bellanca su Libercomunismo, Micromega)
Emiliano Brancaccio.
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