articolo di Giovanni Colombo, già responsabile dei giovani di Azione Cattolica della Diocesi di Milano e consigliere comunale di Milano.
Ha lasciato questa terra di terra e sassi colui che è stato il capo della Chiesa italiana per più di trent'anni. Eminence, come lo chiamava scherzosamente la Littizzetto, dal 1991, per 16 anni, ha guidato la Conferenza Episcopale italiana. Ma già dal 1986, da segretario, ha comandato. E la sua influenza si è stesa pure sui dieci anni di presidenza del suo successore, il fido cardinal Bagnasco. Di lui ho tre ricordi personali.
Nel 1977, quando era ancora il don Camillo alla guida degli Studenti Democratici di Reggio Emilia e io un adolescente in cerca d'autore, lo vidi sottrarsi alla sottoscrizione del manifesto del costituendo Coordinamento Interregionale Studenti - promosso dal Gruppo Confronto di Milano per riunire alcuni gruppi studenteschi di ispirazione cristiana del Nord Italia perché il testo gli suonava troppo di sinistra. Nel 1989, alla fine di una tristissima vicenda, pose il suo veto alla mia nomina a responsabile nazionale dei giovani di Ac perché "Colombo non può promuovere la comunione ecclesiale" (per forza, ero della diocesi del Cardinal Martini). Nel 1990, quando fu lui stesso per qualche mese assistente della Azione Cattolica Italiana, diede queste consegne al Consiglio Nazionale: obbedite ai preti (cioè a me), non fate politica (ovvero lasciatela a me), non litigate con gli altri movimenti (quindi fidatevi di me che so come trattarli).
Tre episodi che, nel piccolo, dicono tre aspetti fondamentali del suo modo di procedere. Anticomunismo viscerale: vedeva Pepponi da tutte le parti. Ortodossia inossidabile: fedele esecutore della linea wojtyliana, voleva una Chiesa disciplinata e forza sociale, in cui ovviamente non c'era più posto per un laicato vivace e intelligente. Centralismo ferreo: controllava tutto, ma proprio tutto, dall'articolino sulla stampa alle nomine dei vescovi. Non si muoveva foglia senza il suo placet. In un trentennio il cardinal Ruini (da ora in poi "lui") ha provato di tutto per contare nella vita sociale e politica. Ha sostenuto per anni l'insostenibile, ovvero la Dc compromessa con la corruzione e le mafie. Preso atto con grande ritardo che la stagione dell'unità politica era finita per sempre, ha inventato una serie di sigle dipendenti direttamente da "lui", pronte a muoversi ad un suo cenno: Progetto Culturale, Forum delle famiglie, Retinopera, Comitato Scienza e Vita (quest'ultimo fondamentale per la sua campagna astensionista sul referendum sulla procreazione assistita del 2005). Alla guida di Avvenire e della televisione Sat 2000 (ora TV2000) per 20 anni ha blindato il suo amato Dino Boffo. Quando ha avuto bisogno di sponde nel mondo economico, si è affidato per anni alle mani di Giampiero Fiorani, l'amministratore delegato della Banca Popolare di Lodi, un vero cattolico modello (chi se lo ricorda più?). In politica ha sempre preferito appoggiare Silvio, il libertino, piuttosto che Romano, il cattolico adulto di cui aveva celebrato le nozze. Quando ha fatto progetti in grande si è appoggiato ad Antonio Fazio, il governatore della Banca d'Italia (e quando Fazio nel 2005 venne coinvolto nelle inchieste bancarie sui "furbetti del quartierino", "lui" non fece un plissé, e subito ripartì con le telefonate, candidando alle politiche del 2006 alcuni suoi fiduciari). Non ha voluto dare il funerale religioso al povero Welby. Ha organizzato in prima persona il Family Day del 12 maggio 2007 contro i Dico, il progetto di legge sulle unioni civili proposto dal governo dell'Ulivo. Da pensionato non ha fatto mai mancare il suo puntuale sostegno al centrodestra e le sue puntute critiche al pontificato di Francesco, tramite le immancabili interviste di Aldo Cazzullo (assurto al ruolo di suo portavoce).
L'aspetto che mi ha sempre colpito di "lui", più che la contiguità con i poteri di tutti i tipi, è stata la disinvoltura nel far finta di niente. Ogni volta che un bubbone esplodeva e gli "amici" finivano nei guai, "lui" voltava pagina con freddezza, come era già successo con il crollo della Dc, senza mai fare i conti con la debolezza culturale prima ancora che spirituale ed etica che l'aveva portato a dare credito a personaggi senza scrupoli e ad affidare i progetti più ambiziosi a gente modesta. Al fine di combattere il relativismo con alleanze di ogni tipo, "lui", la Chiesa, l'ha ampiamente relativizzata. Le ha fatto perdere autorevolezza. Ha contributo a svuotarla. Il suo dominio è stato così lungo e devastante che anche oggi la Chiesa italiana stenta a riprendersi, nonostante il papato di Francesco e l'azione in sede Cei dei cardinali Bassetti e Zuppi. L'Ac è esausta, Cl si ritrova divisa e commissariata, gli altri movimenti vivacchiano. Nelle parrocchie rimangono preti in crisi di identità e tanti vecchi meditabondi sulla morte vicina. Le donne vanno a far yoga, i giovani cercano fremiti altrove. I discorsi sulla sinodalità non incidono. Aumentano le messe con preti extracomunitari che parlano a stento l'italiano. E chissà quali altri dati ha in mano Papa Leo, che sta facendo fatica a trovare nuovi vescovi.
Intanto "lui" è morto. Prendendo spunto dal finale dell'omelia dell'arcivescovo Delpini per il funerale di Silvio Berlusconi, mi vien da chiudere cosi: "In questo momento di cordoglio che cosa possiamo dire del cardinal Ruini? È stato un ecclesiastico assai importante: un desiderio di destra, un desiderio di potere, un desiderio di gloria. Ora incontra il giudizio di Dio."

Nessun commento:
Posta un commento