
Guerra a ogni costo. Benjamin Netanyahu non sta preparando Israele alla pace. Sta preparando Israele a combattere anche se gli Stati Uniti decidono di fermarsi. «Apprezzo molto il sostegno che abbiamo ricevuto dai nostri amici americani», ha detto davanti agli ufficiali della riserva a Gush Etzion. «Dobbiamo liberarci dalla dipendenza e costruire un nostro sistema autonomo di armamenti». Ha messo le cose in chiaro: faremo da soli. Non ci importano le conseguenze.
Il riferimento è l’Iran. «Non è ancora finita», ha detto Netanyahu. «Abbiamo colpito. Non è ancora finita». Per il premier israeliano la guerra resta aperta. La diplomazia americana può cercare un accordo con Teheran. Israele, però, vuole colpire ancora. Con o senza Trump.
Netanyahu ha bisogno della guerra. Ne ha bisogno il suo governo, appeso alla destra religiosa e nazionalista che considera ogni tregua una resa. Ne ha bisogno il premier, che da anni tiene insieme potere personale, sicurezza nazionale e nemico permanente. L’Iran serve a questo: spostare il centro della politica israeliana dalla crisi interna alla minaccia esterna.
«Voglio un Israele più forte e meglio armato dalla nostra forza», ha detto ancora Netanyahu. Il piano prevede circa 110 miliardi di dollari in dieci anni, per rafforzare l’industria bellica israeliana. Le aziende sono Elbit Systems, Rafael e Israel Aerospace Industries: munizioni, droni, missili, radar, sistemi antimissile.
Ma oggi Israele resta legato agli Stati Uniti. Washington garantisce 3,8 miliardi di dollari l’anno in aiuti militari. JD Vance ha ricordato che negli ultimi mesi «due terzi» delle armi difensive usate per proteggere Israele sono state prodotte negli Stati Uniti e pagate dai contribuenti americani.
𝑹𝒆𝒅𝒂𝒛𝒊𝒐𝒏𝒆
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