lunedรฌ 8 giugno 2026

... il nazionalismo ...

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Prendo spunto dall’intervista di Erri De Luca al giornale israeliano di destra “Israel Hayom”, e tradotta dal giornale italiano di destra il Foglio, per mettere a fuoco alcuni argomenti della vulgata filoisraeliana. 

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Sul piano pratico รจ un falso problema. Israele esiste dal 1948, รจ riconosciuto dalle Nazioni Unite, con l’eccezione di 29 stati membri della Lega Araba o dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica (OIC). A parte Iran e Corea del Nord, refrattari a Israele, gli stati arabi e musulmani subordinano il riconoscimento dello stato ebraico alla risoluzione della questione palestinese. Israele รจ uno stato potente, alleato degli Usa, la principale superpotenza globale. Sul piano giuridico, non esiste il diritto degli stati ad esistere, esiste il diritto all’autodeterminazione dei popoli. Il diritto di ogni popolo deve contemperarsi con quello degli altri popoli, specie nei territori dove i popoli sono mescolati. Cosรฌ, il diritto non รจ solo principio, diventa pratica di mediazione e negoziato. Quando la reputazione di Israele รจ particolarmente sotto stress per le sue condotte politiche e militari, nel dibattito pubblico, insieme con l’accusa di antisemitismo, compare la domanda: “Israele ha diritto di esistere?”. La domanda รจ ambigua e manipolatoria. Se rispondiamo si, a cosa rispondiamo? A un diritto pari tra gli altri, o a un diritto primo sopra gli altri? 

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Intendere che “Chiunque riconosca il diritto di Israele a esistere in Palestina, chiunque veda due entitร  vivere fianco a fianco, รจ giร  sionista” รจ un artificio retorico. Arafat e l’Olp, firmando gli accordi di Oslo, sarebbero sionisti. E lo sarebbe la gran parte della sinistra europea che sostiene la soluzione dei due stati. Se oggi riconosciamo Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina, Serbia, Kosovo, Montenegro e Macedonia, non vuol dire necessariamente che apprezziamo la disgregazione della Jugoslavia. Nel riconoscere la Cechia e la Slovacchia, non esprimiamo alcuna contrarietร  alla Cecoslovacchia. Quello che le persone democratiche e civili desiderano รจ la coesistenza pacifica di israeliani e palestinesi, ma non esprimono un’adesione politico-ideologica a una particolare forma; l’accordo sull’assetto spetta ai due popoli. Personalmente, preferisco le forme di integrazione sovranazionali al primato degli stati nazionali, ancorchรฉ etnici e religiosi o alle piccole patrie. Tuttavia, se lร  dove gli stati nazionali sono la forma della coesistenza possibile, va bene. Il problema, perรฒ, รจ che il sionismo non รจ piรน definito da Israele nei confini del 1948, comunque edificato sulla Nakba, ma da Israele che valica e si espande oltre i confini del 1967, occupa e colonizza i residui territori palestinesi. Proprio questo sionismo, incarnato dal governo del Likud e dei suoi alleati estremisti, messianico-religiosi, รจ ostile alla soluzione dei due stati. 

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Un argomento della negazione si basa su questo assunto: “Se l’obiettivo dell’IDF fosse lo sterminio di un popolo, aveva un bersaglio perfettamente immobile […] Il fatto che Israele abbia ripetutamente spostato la popolazione civile rende questa accusa vuota”. La tesi รจ insoddisfacente. La Convenzione sul genocidio richiede di provare l’intento specifico di distruggere un gruppo. Gli ordini di evacuazione potrebbero provare il contrario. Ma la Corte Internazionale di Giustizia, che accoglie la plausibilitร  del genocidio, nelle sue ordinanze cautelari, non si รจ basata solo sugli sfollamenti, ma sul blocco di cibo, acqua e medicine, unito a un numero spropositato di vittime, alla distruzione delle infrastrutture civili, e a dichiarazioni pubbliche di governanti politici e alti ufficiali israeliani. L’accusa non รจ “vuota” solo perchรฉ l’esercito ha ordinato alla popolazione di spostarsi: lo spostamento forzato di massa in una zona senza infrastrutture, sotto assedio, puรฒ esso stesso costituire un atto genocidiario: infliggere deliberatamente condizioni di vita volte a distruggere un gruppo. Un genocidio non richiede lo sterminio totale in un colpo solo. Puรฒ avvenire per fasi, attraverso uccisioni dirette e la creazione di condizioni di vita invivibili. Il fatto che Israele non abbia ucciso tutti i palestinesi in un giorno non รจ una prova dell’assenza di genocidio, esattamente come i nazisti che spostavano gli ebrei nei ghetti prima di deportarli nei campi non dimostrava l’assenza di un piano di sterminio. Anche i tedeschi, dal 1939 al 1945, hanno spostato in massa gli ebrei, prima nei ghetti, poi nei campi, poi da un campo all’altro. In effetti, i negazionisti dell’Olocausto utilizzano e manipolano i fatti legati agli spostamenti geografici e alle deportazioni degli ebrei per sostenere una delle loro tesi fondamentali: che la “Soluzione Finale” di Adolf Hitler non fosse un piano di sterminio fisico, ma solo un piano di ricollocamento territoriale o di emigrazione forzata. 

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L’attacco di Hamas del 7 ottobre รจ stato un atto terroristico, un crimine di guerra e un crimine contro l’umanitร , per la strage di civili e il rapimento di ostaggi. Con una sua logica politica, seppure distorta, in opposizione allo stillicidio dell’uccisione di migliaia di palestinesi, all’assedio di Gaza, all’occupazione della Cisgiordania, alla detenzione di migliaia di prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, anche senza accuse. Il rapimento di civili e soldati รจ da decenni una strategia usata da Hamas e Hezbollah proprio per ottenere scambi di prigionieri, ed รจ visto come una forma di resistenza asimmetrica contro un esercito tecnologicamente superiore. Questo non lo giustifica, ma lo spiega politicamente. Presentarlo come qualcosa di eccezionalmente malvagio e fuori dalla storia, un atto di crudeltร  pura e inspiegabile, รจ un modo per sottrarlo al dominio della politica e consegnarlo a quello del male metafisico, che per definizione non si puรฒ negoziare. Ma gli ostaggi sopravvissuti sono stati quasi tutti liberati mediante trattative e scambi di prigionieri. 

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Qui la tesi sostiene che i popoli si liberano delle tirannie solo con la sconfitta militare totale, portando gli esempi della fine del fascismo in Italia, del franchismo in Spagna e della giunta militare in Argentina. In Italia, la caduta del fascismo avvenne prima con un colpo di Stato interno (25 luglio 1943) e poi con la Resistenza partigiana. La sconfitta militare dell’Italia fu una condizione necessaria ma non sufficiente. Furono la guerra civile contro la Repubblica di Salรฒ e la Resistenza contro l’occupazione nazista a determinare la nuova identitร  repubblicana. Fosse dipeso dagli alleati, in particolare dagli inglesi, l’Italia liberata avrebbe potuto reggersi con un fascismo senza Mussolini. La transizione spagnola alla democrazia avvenne dopo la morte di Franco nel 1976, non per una sconfitta militare esterna, ma per un processo negoziato interno. L’esempio smentisce la tesi. In Argentina la giunta cadde dopo la sconfitta delle Falkland, che non colpรฌ la popolazione civile. Ma fu un crollo di un regime militare, non di un’organizzazione politica-religiosa radicata nella popolazione come Hamas. Altri esempi di transizioni democratiche senza distruzione militare del paese sono la democratizzazione di Brasile; Cile; Corea del Sud; Taiwan, Indonesia. Non si tratta di eccezioni. Storicamente, le transizioni dalla dittatura alla democrazia sono avvenute molto piรน spesso in modo negoziato, pacifico o guidato dall’alto, che attraverso guerre civili distruttive o invasioni straniere. Applicare a Gaza gli esempi storici italiano e argentino รจ inquietante. “รˆ quello che sta accadendo ora a Gaza, ed รจ l’unica possibilitร  di un vero cambiamento”. Equivale a dire che i palestinesi devono essere sconfitti militarmente in modo schiacciante per potersi “liberare” di Hamas. รˆ un’argomentazione di stampo coloniale, “ti distruggo per il tuo bene”, che ignora il principio di autodeterminazione e l’effetto radicalizzante di una distruzione di tale portata. La storia della “War on Terror” dimostra che bombardare una popolazione non la “redime” da un’ideologia; spesso la spinge ulteriormente tra le sue braccia. 

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L’intervista di Erri De Luca, come le vulgate filoisraeliane, ruota intorno a una asimmetria di fondo: il nazionalismo israeliano รจ un soggetto storico normale, ha il diritto di difendersi e deve essere in ogni caso riconosciuto e legittimato. Il nazionalismo palestinese, invece, รจ un artificio patologico, da sconfiggere militarmente, a qualunque costo umano, per poter essere rieducato. Anzi, addomesticato. 

 Massimo Lizzi.

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