L’autore: Vincenzo Musacchio, criminologo, docente di strategie di lotta alla criminalità organizzata transnazionale, associato al Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies (RIACS) di Newark (Stati Uniti). Attualmente, è ricercatore indipendente e membro ordinario dell’Alta Scuola di Studi Strategici sulla Criminalità Organizzata del Royal United Services Institute di Londra
domenica 10 agosto 2025
... pulizia etnica ...
Se il mondo rimane in silenzio di fronte a questa scelta scellerata, si avvallerà un precedente pericolosissimo in base al quale la pulizia etnica diventa una strategia geopolitica utilizzabile dalle nazioni più potenti nei confronti di quelle più deboli
L’idea di trasferire forzatamente la popolazione di Gaza, senza sapere neanche dove, è un piano strategico che richiama gli avvenimenti più bui della storia contemporanea, Riporta alla memoria scenari di deportazioni di massa e di pulizia etnica. L’espulsione forzata di un popolo dalla propria terra è una violazione palese del diritto internazionale e dei principi fondamentali di autodeterminazione dei popoli. È una misura attuata su larga scala e su base razziale, etnica, politica o religiosa. Al trasferimento segue automaticamente una restrizione della libertà personale e dei diritti civili dei deportati. Dal 1998, in seguito alla ratifica dello Statuto di Roma, la deportazione è annoverata tra i crimini contro l’umanità. Nella Striscia di Gaza,
Stati Uniti e Israele hanno deciso che il problema possa essere risolto semplicemente spazzando via gli abitanti da quel territorio. Si cancellano come nulla fosse l’identità e i diritti di milioni di persone, sancendo il principio criminogeno che un popolo possa essere spostato dalla propria terra per favorire interessi economici e politici.
Se il mondo rimane in silenzio di fronte a questa scelta scellerata, si avvallerà un precedente pericolosissimo in base al quale la pulizia etnica diventa una strategia geopolitica utilizzabile dalle nazioni più potenti nei confronti di quelle più deboli. Sarà un ulteriore colpo mortale inferto al diritto penale internazionale e alla credibilità degli organismi umanitari internazionalmente riconosciuti.
sabato 9 agosto 2025
... memoria visiva ...
𝐁𝐨𝐥𝐨𝐠𝐧𝐚 𝟏𝟗𝟖𝟎: 𝐈𝐥 𝐩𝐫𝐨𝐜𝐞𝐬𝐬𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐡𝐚 𝐟𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐥𝐮𝐜𝐞 𝐬𝐮𝐥𝐥𝐚 𝐦𝐚𝐭𝐫𝐢𝐜𝐞 𝐧𝐞𝐨𝐟𝐚𝐬𝐜𝐢𝐬𝐭𝐚 𝐞 𝐩𝐢𝐝𝐮𝐢𝐬𝐭𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐭𝐫𝐚𝐠𝐞 𝐨𝐫𝐚 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐧𝐭𝐚 𝐦𝐞𝐦𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐯𝐢𝐬𝐢𝐯𝐚
Articolo di Antonella Beccaria
Un ufficiale del Sisde, il servizio segreto civile ai tempi controllato dalla loggia massonica P2 di Licio Gelli, sapeva in anticipo del progetto di compiere un attentato di cui «avrebbero parlato tutti i giornali del mondo». Ma il 6 agosto 1980, quattro giorni dopo la strage alla stazione di Bologna, nonostante avesse «avuto queste informazioni prima, [venne] a dire che abbiamo sempre collaborato». Semmai era vero il contrario e a quarantacinque anni di distanza dal più grave attentato avvenuto nell’Italia del dopoguerra (il secondo più grave a livello europeo: 85 vittime e 216 feriti), si possono leggere le parole chi c’era in quell’estate.
Per la precisione, quelle parole non si possono solo leggere: a breve (da marzo 2026), si potrà anche vedere chi le ha pronunciate, in un’aula giudiziaria a Bologna. È l’aula della Corte d’Assise presso cui, dal 16 aprile 2021 al 6 aprile 2022, è stato celebrato il cosiddetto “processo mandanti” per la strage alla stazione di Bologna e qui sono state collocate sei telecamere che, attraverso una regia remotata (indispensabile in tempi attraversati ancora dalla pandemia), hanno ripreso integralmente ogni fase del dibattimento, fino al pronunciamento della condanna finale che ha posto un punto fermo sulla storia d’Italia dal 1947 al 1993.
Si tratta di un girato di 450 ore, risultato di un progetto che ha un titolo chiaro: “Il processo di Bologna | Archivio della memoria”, reso possibile da una coralità di persone e realtà. L’idea è del regista e autore cinematografico Paolo Fiore Angelini, che l’ha condivisa con una casa di produzione bolognese, Bo Film, attivatasi immediatamente diventando capofila di una catena di produttori a cui si sono aggiunti tecnici cinematografici, l’Associazione abc e Ponte di Archimede Produzioni, con il sostegno del Comune di Bologna e della presidenza della Regione Emilia Romagna.
Ma, nel corso delle riprese, per ragioni economiche il girato è stato conservato su un supporto analogico (cassette Lto) e dunque non era consultabile. Se si trattasse solo della qualità, questa non sarebbe un problema: è stata mantenuta. Il problema, invece, è legato alla consultazione dell’archivio di quel processo, impossibile fino al completo riversamento in digitale. Dal 2024, la questione è stata affrontata grazie al Fondo di Digitalizzazione per le Imprese Culturali e Creative della Regione Emilia Romagna. E ora, per completare l’opera, si è aggiunto un crowdfunding attraverso il quale anche singoli cittadini possono contribuire all’obiettivo finale:
https://www.produzionidalbasso.com/.../il-processo-di.../.
Obiettivo finale che porterà, nel giro di pochi mesi, ad avere l’archivio audiovisivo a disposizione di chiunque lo voglia guardare e studiare: una copia di un’inquadratura dell’intero dibattimento sarà a disposizione dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980 e dell’Archivio Flamigni di Roma. Presso Bo Film, invece, sarà possibile fruire l’intero archivio, con i diversi punti di vista. In questi tre luoghi (due a Bologna e uno a Roma), dunque, la storia d’Italia può essere vista direttamente e vissuta non solo attraverso le parole scritte in sentenze e libri, ma attraverso toni di voce, espressioni, prossemica e tutti quegli elementi dell’umanità che trasformano quella storia in vita.
L’autrice: Antonella Beccaria è giornalista, autrice di numerosi saggi ed è stata testimone al processo per la strage di Bologna
( in foto un momento della sua testimonianza al processo filmato da Bofilm
#2agosto anniversario della #stragediBologna
Archivio Flamigni, Ilaria Moroni
... Roma Kaputt? ...
Tutti in ginocchio, tranne Roma.
🔻
Roma è stata presa.
Non da un esercito, non da una rivoluzione, ma da una marea di croci, zaini, cori stonati, ragazzi che dormivano ovunque: marciapiedi, aiuole, sagrati, scalinate. Nessun rispetto, nessun permesso, nessuna regola applicata.
E intorno, autorità sorridenti, zelanti, arrendevoli.
Sembrava che l’unico dovere dello Stato fosse quello di servire la Chiesa.
La città si è trasformata in un campeggio parrocchiale permanente. I mezzi pubblici bloccati, le strade chiuse, i trasporti nel caos. I pendolari abbandonati. I lavoratori lasciati a piedi. I turisti confusi.
Tutto fermo, tutto sacrificato perché dovevano passare loro. Dovevano cantare.
Dovevano occupare.
Perché sì. Perché era il Giubileo dei giovani.
E lo Stato? Pagava. Il Comune? Spendeva. I cittadini? Subivano.
Milioni di euro di lavori straordinari, turni aggiuntivi di polizia, logistica, pulizia, gestione. Tutto finanziato
con fondi pubblici.
Il Vaticano?
Non un euro.
Non una partecipazione.
Non una responsabilità.
Il Vaticano ha preso Roma, l’ha usata, l’ha spremuta, e se n’è tornato oltre il Tevere come se nulla fosse. Nessun grazie. Nessuna condivisione dei costi. Solo pretese, solo potere.
E il potere è stato accontentato.
Senza fiatare. Senza domande. Perché quando la religione cattolica chiama, lo Stato italiano si inginocchia.
La destra si inginocchia. E anche la sinistra, quando c’è, ammicca e tace.
Non importa se quei giovani che marciano felici non credono nell’aborto,
non credono nel matrimonio egualitario,
non credono nella parità,
nel divorzio, nella libertà.
A loro è concesso tutto.
A loro è permesso bloccare, invadere, trasgredire.
A loro non serve alcun permesso.
Perché sono bianchi, cattolici, obbedienti.
Perché stanno sotto l’ala del potere più vecchio d’Europa, quello che non si vota mai,
ma governa sempre.
E allora viene il dubbio, feroce, insopportabile: cos’è questo, se non una forma moderna di colonizzazione?
Uno Stato straniero che impone la sua agenda e lo fa senza contraddittorio, senza pagare, senza rispondere a nessuno.
Lo fa come se fosse un diritto naturale, divino, scontato.
E noi?Noi paghiamo.
Paghiamo con i soldi e con i diritti.
Paghiamo con la pazienza.
Paghiamo con la libertà.
Perché se un altro gruppo, qualunque altro, avesse fatto lo stesso, sarebbe stato disperso, identificato, represso.
Avrebbero chiamato tutto questo minaccia all’ordine pubblico.
Ma quando la Chiesa si muove, tutto si azzera.
La Costituzione, le regole,
la laicità, la parità.
Questo Giubileo non è stato un evento. È stato un abuso.
Una dimostrazione di forza.
Un’umiliazione per chi crede ancora che lo Stato debba essere laico, giusto, uguale per tutti.
Una prova che i diritti sono negoziabili, ma i privilegi del Vaticano no.
E allora basta con le ipocrisie.
Non è fede, questa.
È occupazione.
Non è spiritualità. È logistica di propaganda.
Non è amore. È retorica che pesa come piombo.
È una religione che non ha più parole, ma pretende i microfoni.
Che non ha più fedeli, ma si compra le folle.
Che predica umiltà ma sventola crocifissi d’oro.
Che parla di poveri ma vive da principe.
E noi dovremmo pure tacere. Dovremmo accogliere.
Dovremmo ringraziare.
No. Non oggi.
Perché la Roma vera non è quella inginocchiata.
È quella stanca, inchiodata nel traffico, costretta a spostarsi a piedi mentre qualcuno canta “Gloria”.
È quella che paga, che lavora, che non ha santi in paradiso
né cardinali in giunta.
È quella che resiste.
È quella che non crede più.
Ma ricorda tutto.
Da Simona Biffignandi
venerdì 8 agosto 2025
... editoriale ...
"Spettacolare editoriale, rispecchia perferttamente la realtà di questo disgraziato e malato paese"
Chi può e chi non può
Editoriale di Marco Travaglio
su Il Fatto Quotidiano cartaceo
7 agosto 2025
Da quando B. e i suoi derivati hanno stabilito che la destra e i suoi amici possono, anzi devono delinquere impunemente, s’è creato uno squilibrio nel dibattito pubblico che ormai supera i confini della schizofrenia. Il generale Almasri, ricercato dalla Cpi per “crimini contro l’umanità”, viene liberato e rispedito in Libia perché ricominci a torturare e stuprare. Ma, siccome l’ha deciso la destra con una sfilza di reati ministeriali, i colpevoli della sporca faccenda sono i pm che hanno aperto un fascicolo obbligatorio e il Tribunale dei ministri che ha obbligatoriamente indagato e chiesto al Parlamento l’autorizzazione obbligatoria: “Vogliono far cadere il governo”, “Vendetta per la separazione delle carriere”, “Piano anti-Meloni delle toghe” (Libero), “Le toghe vogliono governare” (Verità), “Esondare non è un atto dovuto”, “La magistratura pretende di sostituirsi ai governi” (Foglio). Eppure si sa benissimo che la destra negherà, come sempre, l’autorizzazione a procedere e nessuna toga sostituirà i governanti indagati e sospettati (peraltro quasi tutti magistrati: Nordio, Mantovano e Bartolozzi). Ma lo squilibrio non nasce dall’attacco automatico a qualunque giudice dia noia o torto alla destra: nasce dall’esaltazione delle indagini sul centrosinistra, anzi sulla parte del centrosinistra che non piace alla destra (Sala e Renzi la destra li difende come roba loro). I giornali governativi seguono con passione l’inchiesta su Ricci, chiedendo ogni giorno a Pd e M5S come possano candidarlo. Sacrosanto, se intanto non screditassero l’indagine su Occhiuto anziché chiedere alle destre come possano ricandidarlo. Così alcuni partiti devono (giustamente) fare sempre i conti con la questione morale e altri possono farsi i loro porci comodi.
Quando si trattò di dire sì o no al processo contro Salvini sul caso Diciotti, i 5Stelle si spaccarono fra i pro e i contro, si dilaniarono per settimane, fecero votare su Rousseau gli iscritti che si divisero anch’essi a metà. Nulla del genere accadrà quando si voterà su Nordio, Piantedosi e Mantovano: siccome sono di destra, è ovvio che i partiti alleati li salveranno dal processo. E nessuno chiederà conto di nulla. C’è chi può e chi non può. Ieri, per dire, i giornali che nelle pagine pari sputtanavano il Tribunale dei ministri, in quelle dispari sparavano titoloni su una vicenda privata (la condanna a 23 mesi per droga del figlio adottivo colombiano della giudice Apostolico, che disapplicò il decreto Cutro come tutti i tribunali d’Italia) e sui giornalisti di Report denunciati da Sangiuliano e dunque indagati per aver diffuso un audio del caso Boccia. Avere un figlio scapestrato o dare una notizia vera in tv è molto più grave che liberare un torturatore- stupratore. Vuoi mettere.
... profeta di sciagure!! ...
𝐈𝐥 𝐩𝐨𝐧𝐭𝐞, 𝐥𝐚 𝐜𝐢𝐭𝐭𝐚̀ 𝐞 𝐥𝐚 𝐬𝐜𝐢𝐚𝐠𝐮𝐫𝐚 𝐚𝐧𝐧𝐮𝐧𝐜𝐢𝐚𝐭𝐚
Il #buongiorno di Giulio Cavalli
Matteo Salvini ha detto che in caso di un grande terremoto, «le città crollerebbero ma il Ponte sullo Stretto resterebbe in piedi». È la dichiarazione perfetta per raccontare la sua politica: un’opera faraonica, isolata nel nulla, che resiste mentre attorno si muore.
Lui ci mette l’orgoglio ingegneristico, come se bastasse progettare un ponte antisismico per meritarsi applausi. Ma non gli viene un dubbio, neanche per sbaglio: se siamo certi che le città crollerebbero, non sarebbe il caso di occuparsi delle città? Di renderle sicure, abitabili, vive? O il piano è davvero che in caso di catastrofe tutti si rifugino sulla carreggiata panoramica di un’opera che costa oltre 13 miliardi?
Il paradosso è che ha ragione: il Ponte, almeno sulla carta, resisterebbe. È pensato per sostenere sismi di magnitudo 7,1, più forte del disastro del 1908. Ma mentre Salvini si commuove davanti ai rendering, la Protezione civile italiana continua a segnalare migliaia di edifici pubblici a rischio. Scuole, ospedali, case. Quelli sì che cadrebbero.
E allora sì, lo ha detto lui: le città crollerebbero. È una confessione. È l’ammissione che i fondi ci sono, ma vanno altrove. Verso il cemento che fa notizia, verso l’arroganza che fa propaganda, mai verso la vita delle persone. Salvini costruisce ponti nel vuoto, mentre la terra trema sotto chi ci vive davvero.
E se il Ponte serve solo a resistere in un deserto di macerie, è esattamente questo che racconta: l’idea di uno Stato che preferisce salvarsi la faccia piuttosto che salvare i corpi. Un’opera antisismica in un Paese che non lo è. Un monumento alla propria insipienza.
Mentre Salvini gioca coi Lego e coi disegni, Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, prende posizione sul Ponte sullo Stretto. Fra un leghista che vuole approfittare del Sud per far fare soldi alle aziende del Nord ed un siciliano che ama e racconta la Sicilia da sempre faremmo bene a fidarci del secondo e dubitare fortemente del primo.
"Il Ponte sullo Stretto? Nient’altro che una mera, ma costosissima, operazione d’immagine, ha detto a la Stampa. "Un monumento all’ego di Salvini, l’ipoteca che ha messo sulla sua carriera politica.
Probabilmente pensa che realizzando il Ponte si assicurerà una vita politica. È un monumento a se stesso. Altrimenti non si spiega perché abbia cambiato idea.
Fino a qualche tempo fa Salvini sosteneva che il problema non fosse attraversare lo Stretto ma arrivare allo Stretto. Me lo ricordo bene perché è stata la prima volta, e probabilmente l’unica, in cui mi sono trovato d’accordo con lui. Poi ha cambiato idea pure sul Meridione: prima gli faceva schifo, adesso si è eretto a patriota del Sud.
Non si tratta di essere di destra o di sinistra. È fattuale che il progetto non è assolutamente una priorità politica, con tutti i disastri che abbiamo nella nostra isola. Quei 13,5 miliardi sono una bella cifra che non spenderei per collegarci alla Calabria. Li investirei per far sì che la Sicilia diventi una regione di un Paese europeo e non dell’Africa centrale.
Per esempio si potrebbe cominciare dagli ospedali siciliani che sono a livello del Terzo Mondo. I medici e gli infermieri vivono e lavorano in condizioni indegne, ma purtroppo ancora una volta la politica gioca sulla vita dei cittadini per un proprio vantaggio.
Mi concentrerei sulla viabilità interna. Nella vita quotidiana dei siciliani i problemi pratici sono gli spostamenti: per arrivare da Trapani a Messina ci metti dalle sei alle otto ore in treno. Fai prima ad andare a New York (e non è una battuta). Ora tra l’altro stanno facendo i lavori e non ci sono manco i treni. Ormai in Sicilia si circola solo in pullman: è tutto pullman, come in Messico, e guarda caso alcuni politici sono titolari dei trasporti siciliani.
A chi ci governa dico: prima risolvete l’infrastruttura interna alla Sicilia, liberatela dai pullman, fate una metro efficiente, sostituite i treni a gasolio, e poi, se volete, una volta fatto tutto questo riparliamo pure del Ponte senza problemi... Non sono contrario in linea di principio al progetto.
Ammesso che si riesca a fare, e che non crolli, impiegheremo cinque minuti per attraversare il mare e ore e ore per arrivare a Menfi.
Per dirla alla siciliana, questa storia del Ponte è una minchi@t@ pazzesca". Una minchi@ta pazzesca. Pazzesca. Grande Pif!!! Mario Imbimbo.
giovedì 7 agosto 2025
... A ...
un teschio per simboleggiare una giornata di merda, provocata dai due stronzi (Roberta e Marco) - Ah, grazie Antonio del regalo!!
mercoledì 6 agosto 2025
... lo sport si fa vergogna!! ...
𝐈𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚-𝐈𝐬𝐫𝐚𝐞𝐥𝐞: 𝐥𝐚 𝐯𝐞𝐫𝐠𝐨𝐠𝐧𝐚 𝐢𝐧 𝐜𝐚𝐥𝐞𝐧𝐝𝐚𝐫𝐢𝐨
Il #buongiorno di Giulio Cavalli
Quando Mauro Berruto dice che Italia-Israele del 14 ottobre a Udine «è una partita che non dovrebbe essere giocata», non sta facendo ideologia. Sta ricordando che lo sport, se non prende posizione, diventa complice. È già accaduto. È accaduto quando la Russia è stata esclusa da tutte le competizioni dopo l’aggressione all’Ucraina. Ed è accaduto quando il Sudafrica dell’apartheid è rimasto fuori dal campo per ventiquattro anni. Due pesi, due misure: la Fifa, l’Uefa e il Cio sembrano allergici alla coerenza.
Berruto non chiede l’impossibile. Non invoca il boicottaggio della nazionale, ma un gesto simbolico. Come le magliette rosse di Panatta e Bertolucci nella finale in Cile contro Pinochet. Come gli striscioni, i bracciali, i segni che mostrano che anche il pallone ha una coscienza. Invece si finge che nulla accada. Che i bombardamenti, la fame imposta, le fosse comuni a Gaza, non siano sufficienti a giustificare nemmeno un sopracciglio alzato.
Il paradosso è evidente. Gli atleti russi possono gareggiare solo se prendono le distanze da Putin. Gli israeliani no: in molti casi rivendicano apertamente le scelte di Netanyahu, eppure nessuno muove un dito. La Federcalcio italiana, almeno, potrebbe dire qualcosa. Potrebbe dissociarsi, potrebbe suggerire un altro stadio, un’altra data, un’altra forma. Invece tace. Non ci si nasconda dietro l’autonomia dello sport. Anche il silenzio è una decisione politica. E oggi, davanti all’occupazione, alla distruzione sistematica, all’assedio, non c’è neutralità che tenga. Chi gioca quella partita, la legittima.
"La mia opinione sulla partita di calcio tra Italia e Isr@ele? Che si debba giocare, è in programma e si gioca come si è giocata già la partita dell’anno scorso, se non sbaglio proprio a Udine" così l'indegno ministro dello Sport Andrea Abodi a proposito della partita della vergogna.
E già questo sarebbe ampiamente bastato a dirrne di ogni. Ma quando si raggiunge il fondo non dimentichiamo di esser di fronte ad i più esperti degli scavatori. Così l'indegno ha aggiunto la motivazione. Udite, udite: "Qual è la differenza tra Israele e la Russia, esclusa dalle competizioni sportive? Io credo che ci sia una differenza, e peso le parole con responsabilità. La Russia è un Paese aggressore, Isr@ele è stato aggredito, forse questo si dimentica completamente".
Capito? La Russia giustamente paese aggressore (sorvoliamo pure sui crimini perpetrati in Donbass dal 2014 ai danni dei russofoni residenti in Ucraina) va esclusa. Invece Isr@ele no, lui è stato aggredito. Caro enormemente indegno ministro. Proviamo col cucchiaino. Isr@ele è stato sì aggredito ma non da un popolo o una nazione, ma da un gruppo terroristico.
Di contro, sta praticando un vero e proprio genoc*dio e continui crimini di guerra e contro l’umanità, dei quali è chiamato a rispondere dalla giustizia internazionale, non contro dei terroristi, ma contro un intero popolo. Ha trucidato quasi 70 mila civili di cui 20 mila bambini ed oggi sta addirittura affamando volontariamente un popolo.
Isr@ele è un paese genoc*da. Ha colpe cioè ben peggiori rispetto alla Russia. Ma appartiene alla combriccola dell'occidente quindi i suoi interessi sono funzionali a quelli dell'occidente e dei suoi interessi economici. Sarete ricordati come la vergogna dell'umanità. La vergogna. Servi dei potenti, complici di criminali. Siete solo la vergogna dell'umanità!!!
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