lunedì 30 settembre 2019
... chiarimenti ...
Ciao Patricia,
non so se cestinerai subito questa Email o ti fermerai un attimo a leggerla ma è importante per me comunicarti alcune cose: prima di tutto mi capita spesso di guardare il tuo ritratto rimasto sull'account Whatsapp e questo forse ti farà piacere, ma veniamo al dunque: quando tu mi hai chiesto aiuto perché il tuo frigo "era vuoto" sono caduto letteralmente dalle nuvole dove ero, grazie a te ... ho avuto la netta sensazione di essere un limone da spremere, un pollo da spennare, il solito vecchietto da intontire di belle frasi per poi pelarlo a dovere e lì è scattata la mia reazione di disgusto: una sequela di richieste di denaro, pur conoscendo le mie difficoltà economiche, e poi l'assegno: un ottimo mezzo per mettermi nei guai: oggi ho fatto un giro su internet e viene caldamente sconsigliato ai turisti di recarsi nel Mali! I terroristi imperversano, anche intorno alla capitale e ci sono stati di recente degli attentati - ma ti fidi a restare ancora lì con un bambino di cinque anni? Non ci crederai ma io oggi pensavo a te sola in quell'ambiente non proprio raccomandabile. In un periodo in cui la Finanza setaccia tutte le operazioni un po' strane con questa triangolazione Francia- Italia- Mali io li inviterei a nozze e mi rovinerei quel po' di reputazione bancaria che mi rimane, dopo aver richiesto ben TRE PRESTITI! Se accetti un mio consiglio appena puoi prendi un aereo magari low cost e vai direttamente in Francia a riscuotere il tuo credito! L'amore è una cosa seria che non è fatta di continue rimesse di denaro ma di vicinanza, di complicità, di dedizione. Puoi insultarmi e trattarmi male se vuoi ma spero che tu legga il mio messaggio, ed il fatto che ti abbia scritto la dice lunga sull'effetto che hai fatto su di me.
Ti mando un saluto che veloce parte da questa città per arrivare a quella terra a me sconosciuta che spero non ti sia nemica.
non so se cestinerai subito questa Email o ti fermerai un attimo a leggerla ma è importante per me comunicarti alcune cose: prima di tutto mi capita spesso di guardare il tuo ritratto rimasto sull'account Whatsapp e questo forse ti farà piacere, ma veniamo al dunque: quando tu mi hai chiesto aiuto perché il tuo frigo "era vuoto" sono caduto letteralmente dalle nuvole dove ero, grazie a te ... ho avuto la netta sensazione di essere un limone da spremere, un pollo da spennare, il solito vecchietto da intontire di belle frasi per poi pelarlo a dovere e lì è scattata la mia reazione di disgusto: una sequela di richieste di denaro, pur conoscendo le mie difficoltà economiche, e poi l'assegno: un ottimo mezzo per mettermi nei guai: oggi ho fatto un giro su internet e viene caldamente sconsigliato ai turisti di recarsi nel Mali! I terroristi imperversano, anche intorno alla capitale e ci sono stati di recente degli attentati - ma ti fidi a restare ancora lì con un bambino di cinque anni? Non ci crederai ma io oggi pensavo a te sola in quell'ambiente non proprio raccomandabile. In un periodo in cui la Finanza setaccia tutte le operazioni un po' strane con questa triangolazione Francia- Italia- Mali io li inviterei a nozze e mi rovinerei quel po' di reputazione bancaria che mi rimane, dopo aver richiesto ben TRE PRESTITI! Se accetti un mio consiglio appena puoi prendi un aereo magari low cost e vai direttamente in Francia a riscuotere il tuo credito! L'amore è una cosa seria che non è fatta di continue rimesse di denaro ma di vicinanza, di complicità, di dedizione. Puoi insultarmi e trattarmi male se vuoi ma spero che tu legga il mio messaggio, ed il fatto che ti abbia scritto la dice lunga sull'effetto che hai fatto su di me.
Ti mando un saluto che veloce parte da questa città per arrivare a quella terra a me sconosciuta che spero non ti sia nemica.
domenica 29 settembre 2019
... 75 anni fa ...
"La nostra pietà per loro significhi che tutti gli uomini e le donne sappiano vigilare perché mai più il nazifascismo risorga". E' la scritta, semplice eppure piena di significati, che dopo 75 anni accoglie chi si arrampica fino al cimitero di Casaglia, sopra Marzabotto, sull'Appennino Bolognese. Uno dei luoghi dove è avvenuta una delle più grandi e feroci stragi di civili di tutta la seconda guerra mondiale, quella che in Italia ha causato più vittime.
Fra l'estate e l'autunno del 1944 la ritirata delle truppe tedesche, ormai sconfitte, lasciò dietro di sé una gigantesca scia di sangue. Fra il 29 settembre e il 5 ottobre la marcia della morte guidata dal maresciallo Kesselring per fare 'terra bruciata' attraversò le colline e le montagne attorno a Marzabotto, lasciando dietro di sé circa 800 morti.
Fu una strage, come hanno riconosciuto numerosi atti processuali, premeditata, decisa a tavolino, eseguita con fredda metodicità, che non risparmiò donne, invalidi, bambini: nessuna rappresaglia, nessuna vendetta. Solo l'intenzione di distruggere e uccidere. L'obiettivo delle Ss era quello di stroncare le formazioni partigiane che combattevano per la liberazione, con la logica dell'equiparazione dei civili alle formazioni in armi. Considerando, quindi, anche donne, bambini e anziani, come dei nemici da sterminare.
Sui monti di Marzabotto era attiva la brigata partigiana 'Stella Rossa'. Prima di attaccarla Kesselring ordinò al maggiore Walter Reder di organizzare una vasta operazione di rastrellamento fra le valli del Reno e del Setta. Un'operazione militare in grande stile, condotta, però, contro nemici disarmati.
Il 29 settembre 1944 la gente, impaurita, si riunì nella piccola chiesa di Casaglia e cominciò a recitare il rosario. I nazifascisti entrarono in chiesa, freddarono con una raffica don Ubaldo Marchioni e raccolsero sul sagrato tutti gli altri che uccisero, poi, con fredda metodicità: 195 vittime, le prime di una settimana di sangue, costellata da decine e decine di altri eccidi in villaggi e cascinali. Con una ferocia inconsueta: il corpo, decapitato, di un altro prete, don Giovanni Fornasini, fu ritrovato solo nell'inverno successivo, sotto la neve. Marzabotto, Grizzana, Vado di Monzuno, Castellano. Ovunque lo stesso copione, che rispondeva a ordini precisi: "uccidere tutti, distruggere tutto".
Lucia Sabbioni aveva 15 anni. Sopravvisse solo perché, quando vide i tedeschi che finivano con il fuoco quelli che si lamentavano, ebbe la freddezza di fingersi morta. Ai pochi sopravvissuti sono rimasti ricordi e incubi per tutta la vita.
Ma a loro si deve il racconto del fatto che molti di quei giovani con la divisa delle Ss parlavano in italiano, con un forte accento dell'Appennino bolognese: furono i fascisti locali, infatti, a guidare con grande precisione i militari nazisti in ritirata.
Oggi Marzabotto e Monte Sole sono un luogo di memoria. Da anni è attiva la scuola di Pace, che organizza iniziative e incontri, ogni 25 aprile migliaia di persone, soprattutto giovani, vi si radunano per un festoso pellegrinaggio sui luoghi dove è nata la Costituzione e molte delle più alte cariche istituzionali tedesche vi sono venute in visita, per ricordarsi il motivo principale per il quale è nato il sogno europeo.
Gli interminabili decenni che i familiari hanno dovuto aspettare perché giustizia fosse fatta, l'insopportabile silenzio infranto solo nel 1994 quando si spalancarono le ante dell'armadio della vergogna di palazzo Celsi e tornarono alla luce quasi 700 fascicoli sui crimini compiuti da nazisti e fascisti, rimangono un peso che questa piccola comunità d'Appennino ha dovuto sopportare per tanto tempo. Come le scariche di mitra, che i pochi sopravvissuti hanno sentito risuonare nelle loro teste e nei loro incubi per tutta la vita. E che sembrano quasi tornare a minacciare, 75 anni dopo, i sentieri in mezzo ai castagni di Marzabotto, ogni volta che l'odio e l'intolleranza sembrano provare a prendere il sopravvento sul dialogo e la pace.
sabato 28 settembre 2019
... pensando a Patricia ...
La Francia sottrae all’Africa 10 miliardi di Euro all’anno
di Andrea Costa
– Dicono: i francesi sono più ricchi degli italiani, quindi possono sforare, sforare sforare e tanto meglio se lo faranno anche oltre il 3% per soccorrere i poveri, per soccorrere chi è rimasto indietro, per aiutare le vittime del feticismo del debito pubblico. Debito rigidissimo per la Grecia, debito rigidissimo per l’Italia, debito rigido per la Spagna, debito rigido per il Portogallo, debito flessibile per gli amici. Quello che non ci si chiede mai è: ma la Francia da dove prende questa montagna di soldi? Per non porgere le terga alla commissione europea, il governo italiano è stato costretto, per il prossimo triennio, a sottrarsi alla logica di porre il lato B davanti al calcio già in canna. E per evitare la temutissima procedura di infrazione, una roba che solo a pronunciarla fa tremare le vene ai polsi, ha dovuto negoziare la propria politica economica. Pensate: la procedura di infrazione, che manco avessero detto la recisione dell’arteria femorale. Però non importa, andiamo avanti, facciamo finta che si tratti di cosa buona e giusta, ma cerchiamo di capire per quale ragione, al contrario di altri paesi UE, la Francia può permettersi di fare ciò che vuole. La risposta per certi aspetti è perfino banale: i francesi emettono debito sapendo di poterlo sostenere. Il problema è che la sostenibilità di queste operazioni (che peraltro fanno tutti gli Stati per mantenersi) riconduce ad un’arma segreta, o perlomeno ad un’arma semi sconosciuta, una specie di super missile che in questo caso corrisponde a una moneta battuta da Tesoro francese al di fuori del sistema europeo, e con la funzione di regolare i rapporti commerciali con 14 ex colonie africane. Si tratta di una specie di turbo finanziario concesso soltanto alla Francia da parte dell’Unione Europea, una divisa super fotonica e privilegiata e “spintaneamente” imposta alle 14 ex colonie, di cui non dispone nessun altro paese facente parte del pollaio Ue: si tratta della Guinea Bissau e della Repubblica Centroafricana e poi di altri 12 stati (Benin, Burkina, Costa d’Avorio, Mali, Niger, Senegal, Togo, Camerun, Ciad, Congo-Brazzaville, Guinea Equatoriale e Gabon), stati questi che utilizzano la valuta CFA, stampata in una città della Francia, e ora legata al valore dell’euro ma che fu istituita all’inizio della seconda guerra mondiale. Cosa prevede l’accordo? Come denuncia da anni il leader panafricano, Mohamed Konarè, la Francia garantisce: a) la convertibilità illimitata del Franco CFA e del Franco delle Comore in qualsiasi valuta straniera; b) il tasso fisso fisso di parità con la valuta francese (prima il Franco, poi l’euro); c) i trasferimenti di capitale all’interno dell’area valutaria gratuiti. Il problema è che in cambio di questi primi tre principi, il 50% delle riserve valutarie dei Paesi della zona monetaria del franco CFA e il 65% delle riserve del franco delle Comore sono depositate in un conto di transazione della Banque de France a Parigi. Tanto per capirci, se tizio volesse investire 1000 € per un progetto in Senegal dovrebbe farlo con il franco CFA e la Francia tratterrà il 50% del valore del cambio. Proprio così. In altre parole, la Francia trattiene le riserve in franchi CFA (Franco delle Colonie Francesi d’Africa coniato nel 1945) presso la Banque de France, e queste riserve sono stimate in circa 10 miliardi di euro (4,6 miliardi per CEMAC – Comunità economica e monetaria dell’Africa centrale – a gennaio 2016 e 5,1 miliardi per WAEMU – West African Economic and Monetary Union – a dicembre 2015). La fonte è il prestigioso Le Monde, che conferma il meccanismo messo in piedi dalla Francia. Conferma che arriva anche dalla comunità scientifica composta da numerosi economisti. Come ad esempio il professor Massimo Amato dell’Università Bocconi di Milano, e come conferma anche un servizio di Raidue firmato da Filippo Barone, mandato coraggiosamente in onda nelle tenebre della notte. La cifra totale che, insomma, i francesi trovano ogni anno sotto il tappeto, è di 10 miliardi di euro, un doping monetario come denunciato anche da Claudio Messora di Byoblu che lungi dall’essere il risultato di politiche economiche, oppure di emissione di titoli pubblici, è in realtà frutto di una tassa dei ricchi imposta ai poveri per sostenere la crescita economica francese. Si spiega così, o perlomeno si spiega in parte, il motivo per cui nonostante le varie crisi susseguitesi negli anni, l’Eliseo è sempre riuscito a mantenere un rapporto deficit Pil più basso rispetto a quello di altri paesi, come ad esempio l’Italia. Tutto questo, come è facile intuire, a scapito dell’economia dei paesi in cui è in vigore questa divisa, la quale, essendo molto forte ed avendo un tasso di cambio pari al 50%, praticamente strozza ogni forma di credito, il che equivale a creare i presupposti del disastro. E non è che i francesi non lo sappiano, anzi lo sanno benissimo. E infatti se ne guardano bene dal rinegoziare gli accordi con i paesi africani, e si guardano bene anche dal difendersi dagli attacchi della Germania della Merkel, la quale più volte ha cercato di mettere in discussione questo sistema parallelo, senza peraltro riuscirci, ma ottenendo in cambio la sopravvivenza dell’asse carolingio. Tant’è vero che non c’è traccia di una revisione dei trattati, né per l’anno in corso, né per quello successivo, e a quanto pare neppure per quelli a venire. La Francia, insomma, usa il pugno di ferro. Ma anche la maschera di ferro. Questi trattati non si toccano. Questa moneta non si tocca. La nostra divisa non è in discussione. Punto. Il problema è la ricaduta sui paesi africani, che è paradossale e drammatica. Tra le altre cose, non ultima quella di non avere una propria moneta sovrana, gli africani lamentano di essere costretti ad usare la divisa francese, che però ha un valore talmente alto da non essere prestabile per mancanza di garanzie finanziarie o materiali, perché nessuna banca sarà mai disposta a erogare credito senza garanzie, e poiché l’Africa non ha una banca centrale, nessuno riesce a mettere le mani su questa valuta per creare sviluppo. In sostanza, gli africani sono ancora schiavi, e non solo perché non hanno una loro valuta, ma perché sono costretti ad acquistarla dalla Francia, lasciando ai francesi il 50% del valore degli scambi. Libertè egalitè, ma i soldi a me. A Dakar, ad esempio, le banche non prestano soldi, manco per sbaglio. Perché i soldi a Dakar servono a difendere il cambio fisso, e in ogni caso anche quando (raramente) i prestiti vengono erogati, il tasso di interesse varia dal 15 al 25%. Il sistema di cambio del sistema CFA, quindi, costringere gli istituti di credito a non finanziare alcuna attività, ma senza il microcredito queste terre continueranno ad essere povere in eterno pur essendo tra le più ricche del mondo per quanto riguarda le materie prime tra le quali l’uranio che la Francia preleva per alimentare le sue centrali nucleari. Così la povertà avanza, la gente vive di stenti, il lavoro non c’è, la sanità è rudimentale. Tutto è precario. La vita è scandita da un orizzonte temporale di 12 ore invece di 24. Le condizioni sono terribili, in alcuni paesi manca sia l’acqua che l’elettricità, e perfino alcuni generi alimentari come ad esempio le cipolle che vengono importate dall’Olanda a costi altissimi. E allora perché stupirsi se poi migliaia di persone si riversano sulle coste del Mediterraneo, pagando pure il pizzo ai trafficanti di carne umana i quali poi investono immediatamente quei denari per comprare armi e droga. “Quello che chiede l’Africa – dice Mohamed Konaré – è una moneta propria, una divisa libera dai vincoli con la Francia, una banca centrale. Le persone muoiono nel deserto. E il paradosso, è che l’Africa pur essendo ricca di materie prime, si trova nella miseria più assoluta. Noi africani chiediamo semplicemente di poter stare nelle nostre terre, ma liberi dalla politica monetaria imposta dell’Occidente”. Qui l’Unione Europea mostra il volto feroce, quello di un’entità geografica ma non politica, quella di un bambino senza genitori, quello di un orfano per il quale è difficile distinguere il bene dal male, quello avido degli istinti monetari e finanziari. Nel marzo 2008 Jacques Chirac affermava: “Senza l’Africa, la Francia scivolerebbe a livello di una potenza del terzo mondo”. Il predecessore di Chirac, François Mitterand, già nel 1957 profetizzava che “senza l’Africa, la Francia non avrà storia nel 21esimo secolo”. Più modestamente Riccardo Cocciante nel 1974 pennellava, a sua insaputa, il ritratto di questa Europa: “E adesso siediti su quella seggiola, stavolta ascoltami senza interrompere, è tanto tempo che volevo dirtelo. Vivere insieme a te è stato inutile, tutto senza allegria, senza una lacrima, niente da aggiungere ne da dividere, nella tua trappola ci son caduto anch’io, avanti il prossimo, gli lascio il posto mio”. Bella senz’anima. Avanti il prossimo.
Fonte: electoradio via Controinformazione
di Andrea Costa
– Dicono: i francesi sono più ricchi degli italiani, quindi possono sforare, sforare sforare e tanto meglio se lo faranno anche oltre il 3% per soccorrere i poveri, per soccorrere chi è rimasto indietro, per aiutare le vittime del feticismo del debito pubblico. Debito rigidissimo per la Grecia, debito rigidissimo per l’Italia, debito rigido per la Spagna, debito rigido per il Portogallo, debito flessibile per gli amici. Quello che non ci si chiede mai è: ma la Francia da dove prende questa montagna di soldi? Per non porgere le terga alla commissione europea, il governo italiano è stato costretto, per il prossimo triennio, a sottrarsi alla logica di porre il lato B davanti al calcio già in canna. E per evitare la temutissima procedura di infrazione, una roba che solo a pronunciarla fa tremare le vene ai polsi, ha dovuto negoziare la propria politica economica. Pensate: la procedura di infrazione, che manco avessero detto la recisione dell’arteria femorale. Però non importa, andiamo avanti, facciamo finta che si tratti di cosa buona e giusta, ma cerchiamo di capire per quale ragione, al contrario di altri paesi UE, la Francia può permettersi di fare ciò che vuole. La risposta per certi aspetti è perfino banale: i francesi emettono debito sapendo di poterlo sostenere. Il problema è che la sostenibilità di queste operazioni (che peraltro fanno tutti gli Stati per mantenersi) riconduce ad un’arma segreta, o perlomeno ad un’arma semi sconosciuta, una specie di super missile che in questo caso corrisponde a una moneta battuta da Tesoro francese al di fuori del sistema europeo, e con la funzione di regolare i rapporti commerciali con 14 ex colonie africane. Si tratta di una specie di turbo finanziario concesso soltanto alla Francia da parte dell’Unione Europea, una divisa super fotonica e privilegiata e “spintaneamente” imposta alle 14 ex colonie, di cui non dispone nessun altro paese facente parte del pollaio Ue: si tratta della Guinea Bissau e della Repubblica Centroafricana e poi di altri 12 stati (Benin, Burkina, Costa d’Avorio, Mali, Niger, Senegal, Togo, Camerun, Ciad, Congo-Brazzaville, Guinea Equatoriale e Gabon), stati questi che utilizzano la valuta CFA, stampata in una città della Francia, e ora legata al valore dell’euro ma che fu istituita all’inizio della seconda guerra mondiale. Cosa prevede l’accordo? Come denuncia da anni il leader panafricano, Mohamed Konarè, la Francia garantisce: a) la convertibilità illimitata del Franco CFA e del Franco delle Comore in qualsiasi valuta straniera; b) il tasso fisso fisso di parità con la valuta francese (prima il Franco, poi l’euro); c) i trasferimenti di capitale all’interno dell’area valutaria gratuiti. Il problema è che in cambio di questi primi tre principi, il 50% delle riserve valutarie dei Paesi della zona monetaria del franco CFA e il 65% delle riserve del franco delle Comore sono depositate in un conto di transazione della Banque de France a Parigi. Tanto per capirci, se tizio volesse investire 1000 € per un progetto in Senegal dovrebbe farlo con il franco CFA e la Francia tratterrà il 50% del valore del cambio. Proprio così. In altre parole, la Francia trattiene le riserve in franchi CFA (Franco delle Colonie Francesi d’Africa coniato nel 1945) presso la Banque de France, e queste riserve sono stimate in circa 10 miliardi di euro (4,6 miliardi per CEMAC – Comunità economica e monetaria dell’Africa centrale – a gennaio 2016 e 5,1 miliardi per WAEMU – West African Economic and Monetary Union – a dicembre 2015). La fonte è il prestigioso Le Monde, che conferma il meccanismo messo in piedi dalla Francia. Conferma che arriva anche dalla comunità scientifica composta da numerosi economisti. Come ad esempio il professor Massimo Amato dell’Università Bocconi di Milano, e come conferma anche un servizio di Raidue firmato da Filippo Barone, mandato coraggiosamente in onda nelle tenebre della notte. La cifra totale che, insomma, i francesi trovano ogni anno sotto il tappeto, è di 10 miliardi di euro, un doping monetario come denunciato anche da Claudio Messora di Byoblu che lungi dall’essere il risultato di politiche economiche, oppure di emissione di titoli pubblici, è in realtà frutto di una tassa dei ricchi imposta ai poveri per sostenere la crescita economica francese. Si spiega così, o perlomeno si spiega in parte, il motivo per cui nonostante le varie crisi susseguitesi negli anni, l’Eliseo è sempre riuscito a mantenere un rapporto deficit Pil più basso rispetto a quello di altri paesi, come ad esempio l’Italia. Tutto questo, come è facile intuire, a scapito dell’economia dei paesi in cui è in vigore questa divisa, la quale, essendo molto forte ed avendo un tasso di cambio pari al 50%, praticamente strozza ogni forma di credito, il che equivale a creare i presupposti del disastro. E non è che i francesi non lo sappiano, anzi lo sanno benissimo. E infatti se ne guardano bene dal rinegoziare gli accordi con i paesi africani, e si guardano bene anche dal difendersi dagli attacchi della Germania della Merkel, la quale più volte ha cercato di mettere in discussione questo sistema parallelo, senza peraltro riuscirci, ma ottenendo in cambio la sopravvivenza dell’asse carolingio. Tant’è vero che non c’è traccia di una revisione dei trattati, né per l’anno in corso, né per quello successivo, e a quanto pare neppure per quelli a venire. La Francia, insomma, usa il pugno di ferro. Ma anche la maschera di ferro. Questi trattati non si toccano. Questa moneta non si tocca. La nostra divisa non è in discussione. Punto. Il problema è la ricaduta sui paesi africani, che è paradossale e drammatica. Tra le altre cose, non ultima quella di non avere una propria moneta sovrana, gli africani lamentano di essere costretti ad usare la divisa francese, che però ha un valore talmente alto da non essere prestabile per mancanza di garanzie finanziarie o materiali, perché nessuna banca sarà mai disposta a erogare credito senza garanzie, e poiché l’Africa non ha una banca centrale, nessuno riesce a mettere le mani su questa valuta per creare sviluppo. In sostanza, gli africani sono ancora schiavi, e non solo perché non hanno una loro valuta, ma perché sono costretti ad acquistarla dalla Francia, lasciando ai francesi il 50% del valore degli scambi. Libertè egalitè, ma i soldi a me. A Dakar, ad esempio, le banche non prestano soldi, manco per sbaglio. Perché i soldi a Dakar servono a difendere il cambio fisso, e in ogni caso anche quando (raramente) i prestiti vengono erogati, il tasso di interesse varia dal 15 al 25%. Il sistema di cambio del sistema CFA, quindi, costringere gli istituti di credito a non finanziare alcuna attività, ma senza il microcredito queste terre continueranno ad essere povere in eterno pur essendo tra le più ricche del mondo per quanto riguarda le materie prime tra le quali l’uranio che la Francia preleva per alimentare le sue centrali nucleari. Così la povertà avanza, la gente vive di stenti, il lavoro non c’è, la sanità è rudimentale. Tutto è precario. La vita è scandita da un orizzonte temporale di 12 ore invece di 24. Le condizioni sono terribili, in alcuni paesi manca sia l’acqua che l’elettricità, e perfino alcuni generi alimentari come ad esempio le cipolle che vengono importate dall’Olanda a costi altissimi. E allora perché stupirsi se poi migliaia di persone si riversano sulle coste del Mediterraneo, pagando pure il pizzo ai trafficanti di carne umana i quali poi investono immediatamente quei denari per comprare armi e droga. “Quello che chiede l’Africa – dice Mohamed Konaré – è una moneta propria, una divisa libera dai vincoli con la Francia, una banca centrale. Le persone muoiono nel deserto. E il paradosso, è che l’Africa pur essendo ricca di materie prime, si trova nella miseria più assoluta. Noi africani chiediamo semplicemente di poter stare nelle nostre terre, ma liberi dalla politica monetaria imposta dell’Occidente”. Qui l’Unione Europea mostra il volto feroce, quello di un’entità geografica ma non politica, quella di un bambino senza genitori, quello di un orfano per il quale è difficile distinguere il bene dal male, quello avido degli istinti monetari e finanziari. Nel marzo 2008 Jacques Chirac affermava: “Senza l’Africa, la Francia scivolerebbe a livello di una potenza del terzo mondo”. Il predecessore di Chirac, François Mitterand, già nel 1957 profetizzava che “senza l’Africa, la Francia non avrà storia nel 21esimo secolo”. Più modestamente Riccardo Cocciante nel 1974 pennellava, a sua insaputa, il ritratto di questa Europa: “E adesso siediti su quella seggiola, stavolta ascoltami senza interrompere, è tanto tempo che volevo dirtelo. Vivere insieme a te è stato inutile, tutto senza allegria, senza una lacrima, niente da aggiungere ne da dividere, nella tua trappola ci son caduto anch’io, avanti il prossimo, gli lascio il posto mio”. Bella senz’anima. Avanti il prossimo.
Fonte: electoradio via Controinformazione
giovedì 26 settembre 2019
... la diabolica ...
... incredibile! Patricia è di nuovo qui, presente nel mio cuore e mi domina ... ma è anche vero che contro il proprio destino ed i propri legami non si può andare!
e quindi S T O P !!!
lunedì 23 settembre 2019
... 103 anni fa ...
A 103 anni dalla sua nascita, la morte di Aldo Moro è ancora avvolta nel mistero
A Maglie, in provincia di Lecce, il 23 settembre del 1916 nasce un uomo destinato ad identificarsi totalmente con la sua nazione, un individuo il cui nome è stato talvolta taciuto ed altre volte scritto a lettere cubitali sui muri: Aldo Moro.
Al Liceo “Archita” di Taranto consegue la maturità Classica e a Bari compie il primo passo verso la sua futura carriera, iscrivendosi all’Università di Giurisprudenza, il cui percorso sarà terminato nel migliore dei modi: dopo aver superato tutti gli esami con 30 e 30 e lode, si laurea il 13 novembre 1938, con una tesi “La capacità giuridica penale”, dal grande valore scientifico, supportato dal relatore prof. Biagio Petrocelli, ordinario di diritto penale e in quel periodo anche Rettore dell’ateneo barese.
Nel 1945 la vita di Aldo Moro subisce svolte importanti: fonda il periodico “La Rassegna” e sposa Eleonora Chiavarelli, con la quale darà al mondo quattro figli. Diventa presidente del Movimento Laureati dell’Azione Cattolica, ed è direttore della rivista “Studium“.
L’anno seguente viene eletto all’Assemblea Costituente ed entra a far parte della Commissione incaricata alla stesura della Costituzione, nelle vesti di vicepresidente del gruppo DC dell’Assemblea.
fotogramma – aldo moro figlia – ALDO MORO CON LA FIGLIA A TERRACINA (Bruni / GIACOMINOFOTO, TERRACINA – 1993-01-31)
Nelle elezioni del 18 aprile 1948 viene eletto deputato al Parlamento nella circoscrizione Bari-Foggia e viene nominato sottosegretario agli Esteri; nel 1953 diventa Professore ordinario di Diritto Penale all’Università di Bari; nel 1955 diviene ministro di Grazia e Giustizia, nel 1956 è tra i primi eletti nel Consiglio nazionale della DC, l’anno seguente ministro della Pubblica Istruzione nel governo Zoli, lo stesso incarico che ricoprirà durante il secondo Governo Fanfani. Dal 1959 al 1964 Aldo Moro è il Segretario della Democrazia Cristiana.
Chi ha ucciso Aldo Moro? Le Brigate Rosse, gli americani, lo Stato italiano
La parole che sembrano dar vita al Caso Moro sono “compromesso storico“: ideato da Aldo Moro, la manovra politica avrebbe dovuto vedere l’unione dei comunisti, uomini di sinistra con i centristi di ala moderata. Gli elettori del PCI sono avversi al progetto tanto quanto i moderati, nelle elezioni del ’68 Moro viene rieletto alla Camera, ma il centro-sinistra entra in crisi. Dal 1970 al 1974 Moro ha l’incarico di ministro degli Esteri e nel 1976 è il Presidente del Consiglio Nazionale della Democrazia Cristiana.
Due anni dopo Moro vive l’ultimo incubo della sua esistenza: è il 16 marzo 1978, Moro si sta recando al Parlamento per il dibattito sulla fiducia del Governo Andreotti, che avrebbe previsto la partecipazione del PCI. La Brigate Rosse però hanno un destino diverso per Aldo Moro, un piano studiato nei minimi dettagli: Via Fani è il luogo, i cinque uomini di scorta sono le vittime e lo statista è l’obiettivo.
Il Comunicato n.1 arriva solo 2 giorni dopo il rapimento: la foto di Aldo Moro da’ il via al processo che condurrà il perno della DC alla morte nella “prigione del popolo“.
Gli oscuri silenzi e le lettere ambigue raccontano i 55 giorni di prigionia
Al governo, alla famiglia, al Papa: i destinatari delle lettere di Moro cercano di scorgere ciò che è nascosto tra le righe, ma il messaggio è chiaro, la vittima delle BR chiede il compromesso con i brigatisti. Andreotti, Cossiga, il partito, non accolgono la sua supplica.
” Era la notte buia dello Stato Italiano, quella del nove maggio settantotto.
La notte di via Caetani, del corpo di Aldo Moro, l’alba dei funerali di uno stato” recita la canzone “I cento passi“: l’autopsia rivela che la morte di Moro è avvenuta tra le 9.00 e le 10.00, eppure il mondo sarà allo scuro del terribile avvenimento fino alle 12:30, quando la Renault 4 rossa contente il corpo senza vita verrà notata.
La telefonata delle BR annuncia l’evento che pone fine ai 55 giorni di prigionia, mentre apre la stagione di lacerazione dello Stato italiano, dal punto di vista etico e morale. L’auto del cadavere di Moro è rinvenuta in via Caetani, a 150mt dalla sede della DC e del Partito Comunista: i brigatisti non lasciano nulla al caso. Le indagini raccontano di uno statista ucciso da Moretti nel garage di via Montalcini.
Quattro giorni prima dell’assassinio, Aldo Moro scrisse alla moglie: “Ora, improvvisamente, quando si profilava qualche esile speranza, giunge incomprensibilmente l’ordine di esecuzione”. La vedova accuserà: “Coloro che erano ai differenti posti di comando del governo lo volevano eliminare” .
32 ergastoli e 316 anni di carcere per i brigatisti:
•Rita Algranati: staffetta del commando brigatista. Sta scontando l’ergastolo.
•Barbara Balzerani: condannata all’ergastolo, ora in libertà vigilata dal 2006. Si occupava di controllare la strada durante il sequestro.
•Franco Bonisoli: condannato all’ergastolo e oggi è in semilibertà., sparò sulla scorta di Moro
•Anna Laura Braghetti: ondannata all’ergastolo, è in libertà condizionale dal 2002. Fu intestataria e inquilina con Germano Maccari, dell’appartamento di via Montalcini a Roma, luogo di prigionia di Aldo Moro.
•Alessio Casimirri: controllava la strada in via Fani, fuggito in Nicaragua, gestisce il ristorante «La Cueva Del Buzo», mai stato arrestato.
•Raimondo Etro: custode delle armi usate nella strage.
•Adriana Faranda: arrestata, ma poi tornata in libertà, fu la postina del sequestro Moro
•Raffaele Fiore: condannato all’ergastolo, è in libertà condizionale dal 1997, ha sparato sulla scorta di Moro.
•Prospero Gallinari: latitante dopo il sequestro del giudice Mario Sossi. Morto il 14 gennaio 2013. Ha sparato sulla scorta di Moro e presidiava il covo via Montalcini.
•Mario Moretti: condannato a 6 ergastoli, ma dal 1994 è in semilibertà e lavora da oltre 14 anni per la Regione Lombardia. Capo delle Brigate Rosse, guidava l’auto che ha bloccato Aldo Moro e la scorta. Durante il sequestro interrogava ogni giorno Aldo Moro.
•Valerio Morucci: condannato a 30 anni dopo essersi dissociato dalla lotta armata. Rilasciato nel 1994 ora fa l’informatico. In via Fani ha sparato sulla scorta di Moro ed è stato il postino delle Brigate Rosse.
•Bruno Seghetti: catturato nel 1980 e condannato all’ergastolo, è ammesso al lavoro esterno nell’aprile del 1995. Ottiene la semilibertà nel 1999 che però gli viene revocata. In via Fani guidava l’auto con la quale Moro venne portato via dopo l’agguato.
La lettera per il nipotino Luca: mai consegnata
Luca Bonini, nipote di Moro, riceve questa lettera solo nel 1990 durante i lavori di ristrutturazione dell’ex covo brigatista di via Monte Nevoso a Milano (già perquisito senza successo nell’ottobre 1978).
Una lettera mai pervenuta per ciò che nascondeva al suo interno, da quanto hanno affermato gli stessi brigatisti: si notano tre passi interessanti: due indicazioni che sembrano riferirsi alla distanza geografica da Roma, luogo in cui si trova Luca (“ora il nonno è un po’ lontano, ma non tanto…” e “il nonno che ora è un po’ fuori”), e un riferimento finale a uno scenario marino (“e quando sarà la stagione, una bella trottata sulla spiaggia”) come se Moro si trovasse non lontano dalla capitale, forse vicino al mare.
Gli Stati Uniti e la loro complicità nell’omicidio di Moro
Nell’aperta guerra tra la Russia comunista e l’universalismo americano, gli USA non avrebbero permesso inglobamento da parte del nemico rosso dell’Italia: è la tesi che sostiene le accuse dell’infiltrazione dei servizi segreti americani nella morte di Moro.
Nel 2008 vi è un’ulteriore prova che sembra concretizzare le ipotesi: un ex funzionario di Washington, Steve Pieczenik, racconta di aver sabotato dei negoziati con le BR con lo scopo di mantenere la stabilità italiana, pur sacrificando Aldo Moro.
Vittima di un periodo oscuro o martire di una giovane nazione, ci sarebbero pagine intere ancora da scrivere sulla figura di Aldo Moro e sulla tragica fine che tutt’ora porta il nome di “Caso Moro“.
“Si tratta di vivere il tempo che ci è stato dato con le sue difficoltà” è una frase pronunciata dallo stesso Moro che ha vissuto il suo tempo per 61 anni, ma non ha mai cessato di esistere in tutti i giorni a seguire.
--un mio commosso seppur modesto omaggio all'uomo che avrebbe potuto far ancora tanto bene all'Italia se mani assassine e complici non l'avessero ucciso, meritandosi così la maledizione eterna!--
--un mio commosso seppur modesto omaggio all'uomo che avrebbe potuto far ancora tanto bene all'Italia se mani assassine e complici non l'avessero ucciso, meritandosi così la maledizione eterna!--
... 25 anni fa ...
Non poteva che nascere e vivere a Torino, che, secondo una certa tradizione, farebbe parte, assieme a Lione e a Praga, del cosiddetto triangolo della magia bianca. Nella città della Sindone e del Museo Egizio, d' altronde, ci passarono Nostradamus e il leggendario conte di Saint-Germain, che vi sarebbe addirittura sepolto, oltre a Giuseppe Balsamo detto il conte di Cagliostro e all'alchimista Fulcanelli, quello del Mistero delle Cattedrali.
Gustavo Adolfo Rol (Torino, 1903-1994), tuttavia, non amava essere chiamato sensitivo o veggente, e tantomeno medium. A Roberto Gervaso, che lo intervistò nel dicembre del 1978 per il Corriere della Sera e che gli chiese di dare una definizione di se stesso, rispose di essere "un essere molto più alla buona, meno importante, ma diverso". E aggiunse di non possedere poteri paranormali, ma "possibilità", che si manifestavano attraverso la telepatia, la chiaroveggenza, la precognizione, la levitazione, la telecinesi e la materializzazione di oggetti.
Una signora, Domenica Fenoglio, che lo aveva frequentato a lungo, raccontò a un giornalista di Novella: "Una volta andai da lui mentre dipingeva. Il pennello si mosse da solo, si alzò fino al soffitto e tornò nelle sue mani. 'Hai paura?', mi chiese. 'No', gli risposi; mi disse 'brava' e continuò a dipingere". Eppure non volle mai sottoporre i suoi "prodigi" a controlli di tipo scientifico.
E a chi, per questa ragione, metteva in dubbio quelle facoltà oltre il normale, come lo scienziato Tullio Regge, Rol replicò in una lettera, il 6 luglio del 1986: "Lei invoca, a giusta ragione, controlli rigorosi ma chiede la presenza di 'prestigiatori professionisti di alto calibro capaci di scoprire immediatamente qualsiasi trucco del ciarlatano di turno'. Io mi domando a che cosa servono queste persone nel caso specifico che il ciarlatano non esista. Quel rapporto della mente col meraviglioso al quale accennavo verrebbe immediatamente turbato col risultato facilmente intuibile: la distruzione in partenza dell'esperimento".
Amato da Federico Fellini e dall'avvocato Gianni Agnelli, da Franco Zeffirelli e da Cesare Romiti, da Pittigrilli e da Dino Buzzati, l'uomo che aveva quelle "possibilità", e che anche Walt Disney volle conoscere, nel 1942 fu convocato da Benito Mussolini a Villa Torlonia. Il Duce gli disse: "Mi dicono che fate delle previsioni. Come va la guerra?".
Dopo avere indugiato per qualche secondo, Rol parlò: "Duce, per me la guerra è perduta". Mussolini lo incalzò: "E il Duce?". E Rol: "Gli italiani lo allontaneranno nella primavera del 1945". Mussolini, allora, diede un gran pugno sul tavolo e ordinò di congedarlo. Gustavo Adolfo Rol è morto venticinque anni fa, il 22 settembre del 1994, a Torino, dove era nato in un famiglia borghese benestante il 20 giugno del 1903. Tre lauree, antiquario e pittore, scoprì le sue facoltà, secondo quanto raccontava, quando volle provare a indovinare tutte le carte di un mazzo. Cadeva il 28 luglio 1927, era a Parigi. Sulla agenda annotò: "Ho scoperto una tremenda legge che lega il colore verde, la quinta musicale ed il calore. Ho perduto la gioia di vivere. La potenza mi fa paura. Non scriverò più nulla!".
Ad apprezzarlo, tra i primi, ci furono il giornalista Renzo Allegri, Dino Buzzati e Federico Fellini. Rammentava l'autore de Il deserto dei Tartari: "Ma 'il personaggio di gran lunga più interessante' racconta Fellini che sta a sé, completamente fuori di questa galleria di fenomeni più o meno patologici, il personaggio portentoso è il dottor Gustavo Rol, di Torino. Anche lei certo ne ha già sentito parlare.
Non si tratta di un mago più dotato degli altri. È un signore civilissimo, colto, spiritualmente raffinato, che ha fatto l' università, dipinge, si è dedicato per anni all' antiquariato. Ma dispone di tali poteri che non si capisce come non sia famoso in tutto il mondo". Sempre Buzzati, negli anni Sessanta, sul Corriere della Sera narrò che "un altro prodigio avvenne in un ristorante, pure a Torino. Avevano finito di pranzare, era già stato pagato il conto. 'Andiamo?' propose Fellini. 'Andiamo pure' rispose Rol. Fellini fece per avviarsi all' uscita ma si accorse che Rol stava seduto. 'Non ti alzi?' gli chiese. 'Ma io sono già alzato' fece Rol. 'Io sono in piedi'. Fellini guardò meglio: Rol era alzato, infatti, ma aveva la statura di un nano. Il dottor Gustavo Rol, che sfiora il metro e ottanta, non era più alto di un bambino di dieci anni. Qualcosa di folle, di allucinante: come Alice nel paese delle meraviglie. 'Su, andiamo, andiamo' fece Rol a Fellini annichilito".
Piero Angela, invece, ha sempre messo in dubbio le sue "possibilità", e soprattutto i "fenomeni" che ne scaturivano. Le dimostrazioni di Rol, a cui Angela aveva assistito, dall'utilizzo di carte da gioco alla lettura in libri chiusi, per lui erano probabili trucchi illusionistici.
"Per decenni Rol", ha sostenuto Angela, "si è prodotto nei salotti torinesi, davanti (come lui stesso afferma) a 'scienziati, medici, letterati, artisti, religiosi, atei, filosofi, militari, uomini politici, capi di stato e di governo, gente di ogni classe sociale', ecc.: cioè tutte persone incompetenti in trucchi! Perché invece non ha mai voluto fare i suoi 'esperimenti' sotto l'occhio di un esperto? Neanche una volta?".
Della stessa opinione era Tullio Regge. Quando Rol morì, scrisse su La Stampa: "Personalmente io ho visto solamente esperimenti fatti con carte da gioco e non ho rilevato di certo facoltà paranormali: in molti casi usò in modo ovvio le 'forzature' dei prestigiatori". Anche se "rimane il ricordo", concludeva Regge, "di una personalità eccezionale, e inimitabile, veri o falsi che fossero i suoi esperimenti".
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