Di Giulio Cavalli -
3 Luglio 2025
La battuta del ministro che vorrebbe i “libri gratis” è un calcio di rigore a porta vuota. Forse avremmo potuto discutere di una classe di governo che pretende di essere adulata, protagonista nelle occasioni in cui presenzia, rispondendo con un connaturato revanscismo a chi non si inchina
Come previsto, i giornali piccoli, medi e grandi si sono buttati a pesce sul ministro della Cultura Alessandro Giuli, che molto scenograficamente annuncia con largo anticipo la sua assenza alla serata finale del Premio Strega. La polemica prêt-à-porter punta sulla presunta lamentela del ministro, che non avrebbe ricevuto i libri finalisti. La battuta del ministro che vorrebbe i “libri gratis” è un calcio di rigore a porta vuota. Forse avremmo potuto discutere di una classe di governo che pretende di essere adulata, protagonista nelle occasioni in cui presenzia, rispondendo con un connaturato revanscismo a chi non si inchina.
Eppure una notizia di cui discutere ci sarebbe, già cotta per un dibattito culturale vero, quello che interroga sull’industria editoriale italiana e il suo indotto. Un’ex allieva della Scuola Holden di Torino ha raccontato la sua esperienza e i suoi ventimila euro investiti (meglio, spesi) per un corso di storytelling che le ha lasciato più ferite che esperienze. Le reazioni che ha suscitato sono uno zibaldone di generi letterari contemporanei, dallo snobismo dei rabdomanti di invidia, al paternalismo sminuente (viene facile, è pure femmina), passando per gli strumentalizzatori che vorrebbero usarla come clava contro la parte politica avversaria.
L’accademia di storytelling ha risposto con un imbarazzante video, scomparso per il disagio che colava tra i commenti. Sarebbe stato un dibattito sulle “dinamiche di selezione elitarie, informali, opache” ma le riflessioni sono sulla testimone e non sulla testimonianza: il più elementare errore di chi si prende cura delle storie. Un’altra occasione persa.
Che i membri del governo, da Salvini a Tajani, non brillino per arguzia è cosa ormai nota. Ma per il ministro della Cultura devono metterci, probabilmente per il gusto del paradosso, particolare cura nel selezionarli. Era infatti diffcile immaginare che l'attuale ministro della Cultura Giuli potesse far peggio, in relazione al Premio Stega, di chi, ricordiamolo, ammise candidamente di votare libri mai letti.
Ma l'eroico Dandi ci è riuscito. Dopo essersi dimesso dalla giuria il giorno stesso della sua nomina, ha annunciato trionfante che non si presenterà stasera alla cerimonia finale del premio Strega. Ma con piglio polemico ha precisato, stizzito, di non aver neanche ricevuto i libri finalisti come si sarebbe aspettato in qualità di "Amico della domenica", che è il nomignolo con cui vengono indicati i giurati del premio.
La risposta del direttore della fondazione, Stefano Petrocchi, lo inchioda ad una forse delle peggiori figure di merd@, sicuramente della sua vita, ma probabilmente di ogni Ministro della Repubblica nella storia d'Italia: "Non gli abbiamo inviato i libri del premio perché chiediamo agli editori di spedirli unicamente alla giuria dello Strega, da cui si è dimesso il giorno stesso della sua nomina al ministero della Cultura".
Si dimettono e non sanno nemmeno da cosa. Rinunciano e piagnucolano come bimbi pubblicamente per le cose alle quali hanno rinunciato senza manco saperlo. Il miglior esempio di come non essere per i nostri giovani. Peccato gente così rappresenti i vertici della Cultura. Senza parole!!!
Questa è tosta e può farvi venire un colpo … anche se non siete cardiopatici. Italo Bocchino candida Giorgia Meloni al Nobel per l'economia (!!!)
Una persona che per un anno ha continuato a proporre insistentemente l'emissione di "Bot cinquantennali a bassissimo interesse" come soluzione ai problemi d'Italia, senza sapere che tecnicamente era come proporre una "gita fuori porta a Dublino", poiché i Bot sono titoli a breve scadenza che durano massimo 12 mesi, e lei intendeva quindi dei Btp (idea comunque abbastanza sciocca: ne abbiamo a bizzeffe che durano 30 o 40 anni e non mi pare che la situazione sia rosea).
Una persona che, pur avendo all'attivo almeno una ventina di leggi di bilancio e facendo la Premier da quasi 3 anni, ancora non padroneggia il concetto di spread, avendo sostenuto che questo essendo sceso sotto i 100 punti avrebbe reso più appetibili i nostri titoli di Stato rispetto a quelli tedeschi.
Una persona che nonostante le esperienze di cui sopra, Parlamento e Governo, non è ancora in grado di capire che il concetto di "pressione fiscale" è in relazione al Pil, e che dunque se questa cresce vuol dire che le tasse stanno aumentando più dell'economia.
Una persona che ancora, dopo anni, non padroneggia i concetti tutto sommato abbastanza semplici di disoccupazione, inattività e occupazione, credendo che una diminuzione della disoccupazione causata dall'aumento dell'inattività sia una cosa buona.
E ancora, ancora e ancora.
Giorgia Meloni da quando ha 21 anni ha avuto a che fare con bilanci, economia, tasse e sviluppo, essendo stata eletta per la prima volta a quell'età come consigliera. Oggi, dopo 27 anni, ancora siamo alla carenza di fondamentali non di politica economica, ma di cultura generale.
E Bocchino la candida al Nobel.
Avanti così.



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