L'umile, il non visto, il fioco, il silenzioso
Perché quando saranno passati amori e battaglie
Nell'ultimo camminare, nella spoglia stanza
Non resteranno il fuoco e il sublime, il trionfo e la fanfara
Ma braci, un sorso d'acqua, una parola sussurrata, una nota
Il poco, il meno, il non abbastanza.
Stefano Benni
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Negli ultimi anni si era ritirato a vita privata, colpito da una malattia che gli impediva anche di parlare.
L'esordio come giornalista, poi il successo di Bar Sport
Nato a Bologna nel 1947, Benni amava ricordare che la sua infanzia era trascorsa “sulle montagne dell’Appennino, dove fa le prime scoperte letterarie, erotiche e politiche”, come scriveva sul proprio blog. È negli anni dell’università che inizia a collaborare con riviste e giornali, scrivendo per Il Mondo, Panorama, L’Espresso, la Repubblica e il Manifesto. Proprio in quel periodo comincia a lavorare al suo primo successo, Bar Sport, che scrive durante il servizio militirare e che sarà pubblicato da Mondadori nel 1976, diventando un vero e proprio cult. Da lì in poi la sua produzione letteraria si fa sempre più intensa con oltre venti romanzi e raccolte di racconti, tutti pubblicati da Feltrinelli: "Terra!" (1983), "Baol" (1990), "La Compagnia dei Celestini" (1992), "Elianto" (1996), "Saltatempo" (2001), "Achille piè veloce" (2003), "Margherita Dolcevita" (2005).
Tradotto in oltre 30 lingue
Benni ha costruito un universo letterario riconoscibile, popolato da personaggi eccentrici e teneramente grotteschi, spesso vittime (ma mai complici) di una società cinica e disumanizzante. Tra tutte i suoi libri, lo scrittore diceva di avere una particolare predilezione per "Blues in sedici" (1998), il libro che considerava il più intimo e riuscito. Le sue opere, tradotte in oltre 30 lingue, hanno unito umorismo, poesia e satira sociale, regalando un linguaggio unico alla letteratura italiana e conquistando un pubblico trasversale, dai lettori più giovani agli intellettuali più esigenti, riuscendo a tenere insieme leggerezza e profondità, impegno e immaginazione.
Le collaborazioni con Dario Fo e Franca Rame e l'amicizia con Pennac
Benni non si è mai limitato alla narrativa. Nel 2012 ha debuttato nella regia teatrale con Le Beatrici, tratto da un suo testo e presentato al Festival di Spoleto, per poi dirigere e interpretare Il poeta e Mary, un racconto per musica e parole che rifletteva sul valore sociale dell’arte. Ha collaborato con giganti del teatro come Dario Fo e Franca Rame e con attrici come Angela Finocchiaro, portando il suo inconfondibile stile anche sul palcoscenico. Ha lavorato anche con Beppe Grillo, di cui scriveva i testi da comico. Benni era anche un grande sostenitore della scuola pubblica e della cultura come bene comune: nel 2015 rifiutò il Premio Vittorio De Sica, protestando apertamente contro i tagli del governo Renzi all'istruzione e alla cultura. Amico fraterno di Daniel Pennac, fu lui a promuovere la traduzione italiana delle prime opere dello scrittore francese presso Feltrinelli. Il loro sodalizio letterario, basato su stima e affinità narrativa, è uno dei più noti del panorama letterario europeo.
Il figlio: "Per ricordarlo leggete i suoi libri ad alta voce"
"È con grande dispiacere che devo annunciare la scomparsa di mio padre. Era affetto da tempo da una grave malattia che lo aveva tenuto lontano dalla vita pubblica". Così inizia il post su Facebook del figlio dello scrittore scomparso oggi. "Una cosa che Stefano mi aveva detto più volte - ricorda - è che gli sarebbe piaciuto essere ricordato leggendo ad alta voce i suoi racconti. Come alcuni di voi sapranno, Stefano era molto affezionato al reading come forma artistica, la lettura ad alta voce, spesso accompagnata da musicisti. Quindi, se volete ricordarlo, vi invito in questi giorni a leggere le opere di Stefano che vi stanno più a cuore a chi vi è vicino: amici, figli, amanti, parenti. Sono sicuro che, da lassù, vedere un esercito di lettori condividere il loro amore per ciò che ha creato gli strapperebbe una gran risata. Grazie".
All’università, ebbi una relazione con una giovane russa, allieva come me del Corso di matematica. Un giorno essa mi chiese: quanto mi ami? E io dissi “tanto” e spalancai le braccia. Lei disse che “tanto” era un’espressione numericamente ambigua e che io avrei dovuto portarle una dimostrazione più precisa della grandezza del mio amore. Io le portai la seguente: “Il mio amore eterno per te sarebbe esprimibile solo con una apertura delle mie braccia pari alla circonferenza del mondo al quadrato”. Essa ci pensò un po’ su e poi mi dimostrò che la frase poteva essere matematicamente espressa così A e (amore eterno) = a mc2 (Apertura bracciale Mondo Circonferenza al quadrato). Ma poiché le due “a” si potevano cancellare, in quanto termini uguali dell’equazione, restava
e = mc2
Ovvero la formula della relatività. Il mio amore non era quindi né eterno né grande, ma del tutto relativo nello spazio e nel tempo. Ciò dimostrato, essa mi lasciò.



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