Margaret Thatcher parlò al Congresso degli Stati Uniti il 20 febbraio 1985. Questo brano, quindi, va capito nel quadro della guerra fredda e nel riferimento, che Thatcher fece, anche all’inizio della Seconda guerra mondiale.
Tuttavia, occorre ragionare sul percorso che differenzia la deterrenza nucleare, allora e oggi.
Durante la guerra fredda, la deterrenza, di fatto, assicurava stabilità. Oggi, genera un aumento di guerre convenzionali.
Allora, il mondo era diviso in due blocchi: NATO e Patto di Varsavia. Eppure, nonostante la perenne tensione, le due superpotenze, USA e URSS, evitarono lo scontro diretto e mantennero costanti relazioni diplomatiche fra loro, riservate o palesi.
Ma cos’era la deterrenza? Non che le armi coincidano con la pace, ma che la pace sia più probabile quando un potenziale aggressore comprende che il costo di un attacco sarebbe così elevato da rendere la guerra una scelta irrazionale. Per Thatcher, quindi, la forza non era il fine, ma il mezzo per impedire che un conflitto iniziasse.
A distanza di quarant'anni, questa impostazione continua a influenzare la politica internazionale, ma in modo diverso e più preoccupante.
Oggi, taluni sostengono che una difesa credibile sia il principale deterrente contro nuove aggressioni. Altri, che l'aumento degli armamenti alimenti sfiducia, incremento del rischio (“escalation”) e instabilità.
Una cosa è certa: sulla deterrenza si è costruita la sicurezza internazionale dalla seconda metà del Novecento fino ai giorni nostri. Oggi sembra invece che la guerra sia, per così dire, fine a se stessa, e non che essa sia “politica condotta con altri mezzi”.
In altre parole, non si vede un disegno, un chiaro fine della guerra.
Personalmente, non avrei sostenuto la politica generale di Thatcher, ma è indubbia la sua grandezza storica.
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