Ernesto Bronzelli.
mercoledì 4 giugno 2025
... ecco chi è Baroni! ...
Una figura particolarmente iconica della tv italiana è senz’altro stata quella del maggiordomo di Bruno Vespa durante le prime stagioni di Porta a Porta.
Una sagoma sottile ed eterea che si stagliava sul fondo del video quasi facente parte fissa e non separabile della scenografia.
Un servo muto, mai parlante nemmeno per sbaglio, che si limitava ad aprire e chiudere una finta porta accompagnato dalle note del tema di “Via col vento”.
Quella persona dalle sembianze quasi grottesche per la sua totale inutilità era in realtà un bravissimo attore toscano, già protagonista negli anni ottanta di commedie brillanti come “Sapore di Mare”, “Vacanze in America” e “Vacanze di Natale”.
Il suo nome è Baroni, Paolo Baroni.
A distanza di qualche tempo, il presidente Urbano Cairo ha pensato bene di rinverdire i fasti non più degli anni settanta come aveva promesso vent’anni fa, ma della Rai di inizio anni duemila.
Al suo solito, non potendo puntare all’originale, ha pensato bene di accontentarsi di una copia, mettendo sotto contratto un altro toscano che di cognome fa sempre Baroni e che per caratteristiche è del tutto similare al suo omonimo in divisa e guanti bianchi.
Marco Baroni è un giovane sessantaduenne quasi a fine carriera, carriera particolarmente avida di reali soddisfazioni.
Soprannominato “yes man” dalla tifoseria laziale per l’incredibile capacità di avallare qualsiasi scelta del presidente Lotito, già nelle sue precedenti esperienze a Verona e Lecce si era distinto come allenatore zerbino: gli mancava solamente una maglietta con la scritta “BENVENUTI”.
Prima di queste vicende recenti aveva collezionato una serie impressionante di esoneri da piazze non certo di primo piano come Benevento, Pescara, Reggio Emilia, Reggio Calabria, Cremona, Siena, Carrara.
Capite cosa significa?
Cairo non vuole commissioni interne, lui predilige servi sciocchi e possibilmente muti: non è casuale in quest’ottica la conferma senza remore del terrificante Vagnati.
Se dalla sua parte è una scelta comprensibile considerata nell’ottica di una gestione sportivamente fallimentare quasi ventennale, il silenzio assordante del tifo (dis)organizzato granata è una ferita che gronda sangue, un sangue che si allarga e che è oramai lago, mare, oceano.
Dalla fu curva maratona (scritto volutamente minuscolo) non una voce di sostegno per Paolo Vanoli, portato in trionfo nemmeno un mese fa e sommerso dall’abbraccio di un popolo intero a Superga.
Sono bastate quattro parole di Cairo (“Vanoli ha allenato i tifosi anziché i giocatori”) per porre un macigno di silenzio su di un passato talmente recente dal poter essere ancora toccato a piene mani.
Tutto finito, tutto dimenticato.
I cori, la stima, l’affetto, persino il “vanolismo”.
A Firenze striscioni contro una società che da anni li ha portati stabilmente a disputare non solo le coppe ma addirittura finali europee.
A Torino contestazioni solitarie di cani sciolti nel disinteresse più totale di una pseudo tifoseria che ha dimenticato ciò che era e che oggi non è più nulla se non la macchietta parodistica di sè stessa.
Una tifoseria che da un anno sa solo ripetere come un merlo indiano lo stesso coro, che non ha più i numeri e le palle per far valere le proprie ragioni.
Una tifoseria lacerata da interessi privati di orticelli privatissimi da salvaguardare.
Fra qualche settimana ci sarà il raduno: ci saranno i selfie, le promesse, gli idioti che correranno a farsi una foto con gente che qualche settimana dopo darà loro pubblicamente dei coglioni.
Ci sarà anche un maggiordomo ad aprire e chiudere il cancello del filadelfia.
Speriamo che almeno ci risparmino la musica di Via col Vento.
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