
In questa nuova aggressione contro l’Iran, Israele tenta di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale da ciò che sta accadendo a Gaza.
Si traveste da difensore del mondo occidentale, mentre continua indisturbato il genocidio del popolo palestinese. È una strategia cinica, spietata: fingersi baluardo della civiltà per ottenere il silenzio complice del mondo, mentre sotto i riflettori si consuma l’ennesimo crimine, tutto in nome della sicurezza.
Dall’esportazione della democrazia all’esportazione del caos, il cinismo si maschera da civiltà.
C’è una linea sottile, anzi, neanche tanto sottile, tra l’esportare la democrazia e spalancare le porte all’orrore. Ce l’hanno venduta come una missione di pace, un’operazione umanitaria, una crociata per la libertà. E invece? Il risultato è stato un bollettino di sangue, macerie e disperazione.
Iraq. Una guerra basata su menzogne. Armi di distruzione di massa mai trovate. Falsi dossier sventolati alle Nazioni Unite. E alla fine? Un Paese smembrato, Saddam caduto per lasciare spazio a un vuoto riempito da milizie settarie e da un mostro chiamato ISIS. Un mostro che non è nato da un giorno all’altro, ma cresciuto nel caos lasciato in eredità dall’esportazione della democrazia.
Afghanistan. Vent’anni di guerra. Migliaia di vite spezzate. Miliardi spesi. Per cosa? Per riconsegnare il potere, stavolta con l’aereo privato e la bandiera già pronta, agli stessi talebani che dicevano di voler combattere. Ma più rigidi, più feroci, più determinati che mai. È questa la civiltà che volevano esportare?
Libia. Dittatore rovesciato, certo. Ma al suo posto? Milizie armate, tratta di esseri umani, una nazione spezzata in tribù e clan in guerra tra loro. Le bombe umanitarie hanno trasformato un Paese in una terra di nessuno. Eppure c’è chi ancora la chiama “primavera araba”. Primavera per chi? Per i trafficanti di esseri umani?
E ora puntano l’Iran. Fingono di preoccuparsi dei diritti delle donne iraniane, ma non hanno mai versato una lacrima per quelle afghane, che oggi vivono sepolte vive sotto burqa e divieti. Non è la libertà che vogliono esportare, è il petrolio che vogliono importare.
E nel frattempo? Il Qatar, l’Arabia Saudita? Regimi teocratici, repressioni feroci, zero diritti civili. Ma loro no, loro vanno bene. Perché hanno gas, petrolio, soldi da investire nei grattacieli e nei club di calcio europei. Lì le donne non possono neanche guidare o togliersi il velo in pubblico, ma va bene così. Sono amici. Sono moderati. Perché l’estremismo, se è alleato, diventa invisibile.
È sempre la stessa storia che si ripete. Travestita da missione di pace, mascherata da dovere morale. Ma sotto quel velo si nasconde sempre la stessa cosa: l’arroganza di chi si crede superiore e la brutalità di chi devasta in nome del bene. Un bene che nessuno ha mai chiesto.
La civiltà non si esporta con le bombe. E la democrazia, se non nasce dal popolo, è solo una parola vuota che puzza di sangue.
Soumaila Diawara.
𝐃𝐨𝐩𝐨 𝐥𝐞 𝐛𝐨𝐦𝐛𝐞, 𝐥𝐚 𝐬𝐭𝐚𝐧𝐝𝐢𝐧𝐠 𝐨𝐯𝐚𝐭𝐢𝐨𝐧: 𝐌𝐞𝐥𝐨𝐧𝐢 𝐞 𝐥𝐚 𝐟𝐚𝐯𝐨𝐥𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐭𝐚𝐛𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚̀
il buongiorno di Giulio Cavalli
“Trump ha portato stabilità nel mondo”: parola di Giorgia Meloni. Ieri. Dovrebbe bastare questa frase per aggiornare la definizione di negazionismo geopolitico. Perché proprio ieri, mentre Meloni si concedeva il lusso della propaganda in Senato, si chiudeva la guerra-lampo tra Israele e Iran con un bilancio di 638 morti in dodici giorni, tra cui 610 iraniani. Un conflitto innescato e gestito da Donald Trump, che ha ordinato i bombardamenti contro i siti nucleari di Fordow, Natanz e Isfahan, mentendo poi sui risultati ottenuti.
La verità, come spesso accade con Trump, arriva dai suoi stessi servizi segreti: secondo la Defense Intelligence Agency, il programma nucleare iraniano è stato “ritardato di pochi mesi”, non annientato. L’uranio arricchito è ancora in mano ai pasdaran, che ora più che mai cercheranno la bomba per recuperare il potere di deterrenza. Pronti per un’escalation a orologeria.
Trump si è attribuito ogni merito possibile, dichiarando di aver “imposto la tregua” dopo aver “distrutto” gli impianti. Ma la sua mossa, contraddittoria e disallineata persino dalla sua base Maga, ha solo scatenato l’instabilità che Meloni finge di non vedere. Il cosiddetto “anello di fuoco” dell’Iran si è momentaneamente spento, ma il prezzo politico e militare è altissimo: Israele ha pagato 75 miliardi di euro per questa “vittoria storica” di Netanyahu, e nulla è cambiato. E sullo sfondo rimane Gaza.
Meloni non cita i civili uccisi. Ma si dice certa che quel Trump abbia portato la pace. In un mondo governato dalla propaganda, anche la guerra può essere raccontata come stabilità. A patto di non contare i morti.
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