sabato 14 giugno 2025

... Andrea Orlando ...

Vediamoci, confrontiamoci negli organismi dirigenti, e poi è il tempo di un congresso sulla linea politica. Abbiamo urgenza di discutere su quello che succede nel mondo e in Italia. Dobbiamo far fare un passo avanti alla coalizione, mettendo sul tavolo un impianto programmatico compiuto. L’obiettivo non è solo vincere, che è già ambizioso, ma cambiare il Paese. Con il caos globale, senza supporto mediatico, con pezzi di burocrazia ormai infeudati dalla destra, e un pezzo del mondo economico contro, senza un partito più strutturato dureremmo cinque giorni. Mi ha colpito la nomina al governo di Luigi Sbarra. Non la vicenda personale, il disegno politico: Meloni sta costruendo il suo blocco sociale e politico che resterà. Sulle forme sono laico, non siamo prigionieri delle regole per l'eternità. Ma questa discussione serve e deve essere fatta in modo che non spacchi il Pd. Non un congresso in cui ci si posiziona sulle convenienze contingenti e non emergono le differenze, magari con unanimismi di facciata. Negli organismi dirigenti si può fare una discussione anche dura che può portare a una sintesi o comunque a una miglior comprensione delle posizioni. C'è una giusta preoccupazione di evitare la rappresentazione di un Pd diviso. Se fino a qui le precarie condizioni del partito potevano giustificarla, oggi che siamo più in salute rischia di impedirne la crescita, anche perché sui media l'impressione di una divisione è comunque consolidata. Il Pd si sta collocando nell'alveo di tutte le grandi forze socialdemocratiche europee, grandi forze di centrosinistra e del lavoro. I partiti cambiano. E noi oggi dobbiamo capire qual è il cambiamento più utile per tornare alla vocazione maggioritaria. Che è riconquistare un rapporto con i settori popolari della società. Che votano a destra. È una stupidaggine pensare che i referendum siano stati un regalo a Meloni. Nel programma delle elezioni del '22 nel Pd di Letta, non nel Pd di Lenin, c’era la modifica del Jobs Act. Era nei programmi dei tre candidati al congresso. È una posizione mai messa in discussione da nessuno.

venerdì 13 giugno 2025

... pontiera?? ...

L'ignavia 

ormai stiamo giungendo a un punto di non ritorno tra l'indifferenza o la inconsapevolezza generale. Aggiungiamo che grazie all'ignoranza, l'arroganza di questa gentaglia al governo e al rifiuto, unici in Europa tra le democrazie civili, alle sanzioni contro Israele e al suo governo terrorista e all'appiattimento del nostro paese su un gangster in charge negli Stati Uniti, e tradendo una politica mediorientale quella sì, dove eravamo protagonisti, persino con Andreotti passando per Craxi sino ai tempi nostri,e eravamo considerati in tutti i sensi un paese che mantenva gli equilibri regionali e avevamo buoni rapporti con tutti, oggi veniamo indicati come complici di un disegno di guerra,questi sono i grandi risultati internazionali della nostra pontiera. Se fosse stata a casa invece di girare il mondo a spese dei contribuenti oggi saremmo tutti più tranquilli
Meloni si è definita coraggiosa, schietta e determinata. Brava sì, e che e ci vuole a essere coraggiosi come te, basta ignorare il genocidio in Palestina e fare accordi con Israele che riguardano le armi, basta coltivarsi l'orticello dei potenti ed essere indifferenti verso i cittadini in difficoltà. Brava sì, e che ci vuole a essere determinati come te, basta dire sempre sì per convenienza ma farlo con l'atteggiamento da dura e lo sguardo severo. Brava Presidente, brava. Mi raccomando, continua così!
Con un’azione unilaterale, illegittima e in violazione di ogni diritto internazionale, nella notte Israele ha attaccato l’Iran e i suoi siti nucleari. E l’ayatollah Khamenei ha immediatamente risposto lanciando 100 droni contro Israele e annunciando una “punizione durissima”. Siamo di nuovo sull’orlo di un’esclation che non riguarda solo il Medio oriente ma il mondo intero. Il mondo è nelle mani di un criminale fuori da ogni controllo e delle reazioni (inevitabili) di un regime fuori da ogni vincolo democratico. Con in mezzo, gli Stati Uniti di Trump, nel ruolo ambiguo di alleato di Israele che soffia sul fuoco e ritira la mano. Ma cosa deve fare ancora questo signore della guerra qua sotto perché l’Italia e il governo Meloni prendano una posizione di condanna forte, chiara, credibile?

giovedì 12 giugno 2025

... Giuseppe Conte ...

🔴 LA MIA INTERVISTA AL CORRIERE DELLA SERA 

«La disaffezione è la principale malattia della nostra democrazia». 


 ❓Vero, presidente Giuseppe Conte. Ed è anche una buona giustificazione per la batosta incassata dal centrosinistra, o no? 
 «Non sottovaluterei 14 milioni di cittadini che sono andati a votare, però l'istituto del referendum va riformato e noi abbiamo una proposta». 

 ❓Una proposta di legge? 
 «Sì. Per quanto riguarda il referendum abrogativo dobbiamo abbattere il quorum a un terzo, portandolo al 33%. Così anche chi è contrario, sarà motivato ad andare a votare. Inoltre, chiameremo tutte le forze politiche al confronto su un nuovo modello di referendum propositivo, con cui i cittadini potranno contribuire a introdurre nuove leggi. È la democrazia partecipativa, che abbiamo già sperimentato all'interno del M5S, con un risultato sorprendente». 

 ❓Addirittura? E quale? 
 «Chiamare gli iscritti solo a votare con un click, con la democrazia diretta, rischiava di non farli sentire protagonisti. Per cui lo scorso anno abbiamo sperimentato con Nova un processo di democrazia partecipativa, sollecitando i nostri elettori ad avanzare proposte. È stato un successo. Abbiamo ricevuto 22 mila contributi e da allora il M5S ha incrementato gli iscritti del 15%». 

 ❓Torniamo ai referendum sul lavoro, che secondo il governo sono stati per voi un autogol. Di chi è la colpa? 
 «Non asseconderei la grancassa della destra. Per me oltre 12 milioni di cittadini che chiedono più tutele sul lavoro sono un fatto politico rilevante, che il governo farebbe bene a non trascurare». 

 ❓Per lei è «vergognoso» che Meloni non abbia ritirato le schede. Per quanto discutibile, non è stata una mossa vincente? 
 «L'arroganza con cui la maggioranza ha festeggiato il risultato è imbarazzante. Un governo che esulta perché le persone non vanno a votare si dovrebbe vergognare. La stessa Meloni nel 2016 invitava il governo a rispettare chi era andato alle urne. Quando fai troppe giravolte poi finisce che ti gira la testa e perdi il senso dell'orientamento». 

 ❓E la spallata, dov'è?
 «Noi non abbiamo mai parlato di spallate a Meloni, ma continueremo a batterci contro il precariato, i lavoratori sottopagati e contro tutti i fallimenti di questo governo». 

 ❓Per il Pd si riparte dai 14 milioni che hanno votato al referendum e dai 300 mila della manifestazione per Gaza. Quindi, senza i centristi di Renzi e Calenda? 
 «Noi proseguiremo le nostre battaglie contro un governo che grazia le banche, ingrassa la lobby delle armi e che al Senato ha fatto da scendiletto ai miliardari del web, dicendo no a una nostra proposta di recuperare 4 miliardi dalla digital fax per tagliare le tasse al ceto medio». 

 ❓Meloni ha promesso che le taglierà. Non ci crede? 
 «L'Ufficio parlamentare di bilancio ha certificato che siamo di fronte a un governo di incapaci. Dovevano mettere più soldi in busta paga con il taglio del cuneo fiscale e invece fanno pagare ai lavoratori 370 milioni di euro di tasse in più. Dovevano fare il blocco navale e a maggio sono aumentati gli sbarchi. Dovevano combattere le liste di attesa, ma con i tagli alla Sanità sono aumentati da 4 a 6 milioni in un anno i cittadini che rinunciano alle cure. Mi viene da dire, "state fermi, non fate ulteriori danni!"». 

 ❓La riporto indietro, alla domanda sul perimetro di uno schieramento alternativo per battere la destra. Con Renzi e Calenda, o senza? 
 «Con il Pd e con Avs il dialogo è già ben avviato. Alle Politiche andremo con un progetto chiaro su sanità, lavoro, una più equa tassazione che alleggerisca la pressione sul ceto medio e che liberi risorse per i più fragili. Bisogna aumentare gli stipendi, introducendo il salario minimo e riducendo l'orario di lavoro». 

 ❓Non ha citato la cittadinanza perché su questo tema siete più in sintonia con la Lega che con la sinistra? 
 «Con la Lega? Ma scherza?». 

 ❓No. Gran parte del M5S non ha votato, o ha votato contro. Magi è sconcertato dalla sua linea e l'ha accusata di cercare alibi per non fare nulla.
 «Sulla cittadinanza abbiamo lasciato libertà di voto e io ho votato a favore. E ho chiarito che non era questa la soluzione. Magi ha voluto issare una bandiera identitaria, ma una riforma utile al Paese è quanto mai necessaria. E lo dico anche a tutti i chiacchieroni dell'ultima ora, a partire dal ministro Tajani, che ha ritirato fuori lo ius Italiae». 

 ❓Non la convince? 
 «È uno strumento peggiorativo rispetto alla regolamentazione attuale, perché chiede dieci anni di percorso scolastico con profitto e non tiene conto del fatto che i ragazzi già dopo un primo ciclo scolastico si sono pienamente e perfettamente integrati nella nostra comunità». 

 ❓Salvini non capisce perché Tajani insista sullo ius scholae. Lei lo capisce? 
 «Salvini è da anni che cerca fortuna alimentando una propaganda basata su angoscia e paura. Affrontiamo il tema in modo serio. La nostra proposta di ius scholae si basa sull'idea che un ciclo di cinque anni rappresenti un viatico di civiltà, che può offrire una risposta concreta a quei milioni di cittadini che si sono già espressi l’8 e il 9 giugno e anche convincere quelli che sono rimasti a casa». 

 ❓È stato un errore andare a rimorchio di Landini, che magari puntava alla leadership del centrosinistra? 
 «Non spetta a me interpretare le intenzioni di Landini, certo mi ha sorpreso che anche i sindacati si siano divisi». 

 ❓A proposito, perché lei dice che Schlein non è pronta per candidarsi a premier? 
 «Ho detto solo che è prematuro parlarne adesso». 

 ❓L'apertura di Meloni al terzo mandato, con l'incognita di Enzo De Luca, ribalta il pronostico del 4-1 per voi alle Regionali? E Roberto Fico sarà il candidato in Campania? 
 «Quando avremo definito i programmi ci confronteremo sui candidati. A destra sono spaccati, vedremo se troveranno un accordo sul terzo mandato. Suggerisco a Meloni, Tajani e Salvini di non fare più vertici, perché ne escono a pezzi. Pure l'ultima televendita è fallita, Meloni non ha fatto in tempo ad annunciare tagli alle tasse che è stata smentita da Giorgetti e Salvini». 

 ❓Perché domenica andrà in Sicilia? 
 «Per mobilitare il M5S sulla sanità pubblica, perché non posso permettere i tagli di Meloni che la stanno distruggendo. A Palermo contesteremo il collasso della sanità siciliana e un governo che ha preso i voti alle Europee annunciando miracoli sulle liste di attesa, ma ha lasciato i cittadini in coda negli ospedali».

... allarme per la sinistra ...

𝐑𝐞𝐟𝐞𝐫𝐞𝐧𝐝𝐮𝐦 𝐞 𝐜𝐫𝐢𝐬𝐢 𝐬𝐨𝐜𝐢𝐚𝐥𝐞: 𝐮𝐧 𝐬𝐞𝐠𝐧𝐚𝐥𝐞 𝐝’𝐚𝐥𝐥𝐚𝐫𝐦𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐥𝐚 𝐬𝐢𝐧𝐢𝐬𝐭𝐫𝐚 


𝐿𝑎 𝑠𝑖𝑛𝑖𝑠𝑡𝑟𝑎 𝑙𝑖𝑏𝑒𝑟𝑎𝑙 ℎ𝑎 𝑠𝑚𝑎𝑟𝑟𝑖𝑡𝑜 𝑖𝑙 𝑟𝑎𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑜 𝑐𝑜𝑛 𝑙𝑒 𝑐𝑙𝑎𝑠𝑠𝑖 𝑝𝑜𝑝𝑜𝑙𝑎𝑟𝑖, 𝑎𝑣𝑎𝑙𝑙𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑝𝑜𝑙𝑖𝑡𝑖𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑒𝑜𝑙𝑖𝑏𝑒𝑟𝑖𝑠𝑡𝑒 𝑐ℎ𝑒 ℎ𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑎𝑢𝑚𝑒𝑛𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑝𝑟𝑒𝑐𝑎𝑟𝑖𝑒𝑡𝑎̀ 𝑒 𝑑𝑖𝑠𝑢𝑔𝑢𝑎𝑔𝑙𝑖𝑎𝑛𝑧𝑒. 𝐸 𝑛𝑒 𝑝𝑎𝑔ℎ𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑎𝑛𝑐𝑜𝑟𝑎 𝑜𝑔𝑔𝑖 𝑙𝑒 𝑐𝑜𝑛𝑠𝑒𝑔𝑢𝑒𝑛𝑧𝑒 

di Pier Giorgio Ardeni 

Ci sono tre questioni che il risultato referendario ha riportato in primo piano. La prima la possiamo chiamare questione democratica. Maurizio Landini ha parlato di «crisi democratica», con ragione. Un voto cui partecipano solo 15 milioni di elettori, il 30,6%, mostra la lontananza sempre più drammatica tra la società politica e quella civile. Un referendum, pur voluto dal sindacato sui temi del lavoro, che non riesce a mobilitare quell’elettorato a cui si rivolge evidenzia che c’è una parte del corpo sociale che è decisamente lontana, separata, che non partecipa e si chiama fuori. Non è forse corretto dire che sia “disinteressata”, ma forse che è totalmente sfiduciata nella possibilità di cambiare qualcosa votando. La seconda la possiamo chiamare questione sociale, o di classe. In Italia vi sono quasi 24 milioni di occupati, 18,9 milioni dei quali sono lavoratori dipendenti (di cui 16,68 italiani e 2,77 stranieri). Ora, la condizione professionale, lavorativa e contrattuale di questi varia molto, a seconda dei settori, dell’età e dei livelli di qualificazione. E la normativa sui contratti e il mercato del lavoro, negli ultimi trent’anni, ha moltiplicato le posizioni lavorative, rendendo le condizioni dei meno “garantiti” più precarie. I lavoratori assunti a tempo determinato, ad esempio, sono 2,77 milioni (con 450mila stranieri). Di questi, 815mila sono a tempo parziale, mentre i part-time tra gli assunti a tempo indeterminato sono 2,55 milioni. Il tempo parziale è una condizione che colpisce soprattutto le donne. I contratti a tempo determinato e a tempo parziale, com’è ovvio, sono le due forme che più influiscono sulla precarietà dell’occupazione e sui bassi livelli di salario. E sono quei 5,3 milioni di titolari di quei contratti ai quali i quesiti oggetto dei referendum erano rivolti, in primis. Se poi consideriamo la collocazione professionale secondo i livelli di qualificazione, partendo dal basso, abbiamo che 3,7 milioni di salariati hanno un lavoro non qualificato o semi-qualificato, 3,3 milioni sono dipendenti del commercio o dei servizi e quasi 3 milioni sono impiegati esecutivi, cui si aggiungono altri 3 milioni di impiegati tecnici o amministrativi a media qualificazione. Le categorie del lavoro salariato, in ogni caso, assommano al 40% dell’occupazione totale, cui si aggiunge un 25% di impiegati a bassa o media qualificazione e un 8,5% di lavoratori autonomi a bassa o media qualificazione. Quote enormi, che descrivono una composizione sociale molto polarizzata, in cui le professioni con redditi alti raccolgono non più di un quarto dell’occupazione. Se a ciò aggiungiamo che i livelli retributivi per le occupazioni a bassa o media qualificazione sono rimasti stagnanti negli ultimi due decenni, mentre i redditi alti hanno continuato a crescere, possiamo concludere che in Italia esiste una questione sociale, di classe, che origina da una condizione del lavoro particolarmente divaricata. La terza è la questione politica, che interroga la natura e le prospettive della sinistra. Le classi popolari, in Italia, rappresentano ancora una fetta ben consistente del corpo sociale, in cui i ceti bassi e medio bassi del lavoro salariato e impiegatizio assommano a due terzi del totale. In una situazione in cui la mobilità sociale si è ridotta, l’economia langue e sono i settori a più basso valore aggiunto e a bassa produttività che vedono aumentare l’occupazione – in condizioni di sempre maggiore precarietà – le classi popolari, tuttavia, hanno trovato sempre meno rappresentanza anche tra le forze di sinistra, che hanno teso a privilegiare il ceto medio. E non sorprende che tanto il sostegno a quelle forze che la partecipazione elettorale stessa da parte dei ceti bassi e medio-bassi siano andati diminuendo vistosamente negli ultimi anni. Al lavoro, negli ultimi trent’anni, sono stati tolti diritti, anche con il concorso della sinistra liberal che, accettando il credo neoliberista, diceva che era l’impresa che andava messa al centro, perché «crea ricchezza». La sinistra liberal ha promosso politiche che, di fatto, hanno portato ad un impoverimento del lavoro, nelle sue fasce meno qualificate, favorendo l’aumento della precarietà, spesso in nome della flessibilità. Nel contempo, il capitale è stato favorito e i redditi alti hanno preso a crescere, anche a svantaggio del ceto medio. Le disuguaglianze sono aumentate, così come la povertà. Promuovere i referendum sui Jobs act e altri provvedimenti, per ridare al lavoro diritti e tutele, è stata quindi una decisione che ha risposto all’esigenza di «rimettere il lavoro al centro», una decisione che la Cgil ha preso coraggiosamente e che pone comunque una questione politica rilevante, quella di ridare voce alle fasce più deboli e meno rappresentate. Una questione che interroga in primo luogo il Pd, e la sua adesione al neoliberismo mercatista, e tutto il fronte progressista. Ora, se guardiamo al voto si possono cogliere elementi di speranza, che indicano soluzioni per le tre questioni sopra esposte, a partire dalla questione democratica. L’astensione di quasi il 70% dell’elettorato confermerebbe che vi sono larghe fasce di popolazione che si sentono escluse, non rappresentate e non ne vogliono sapere, non ci credono più. E, tuttavia, dalla conta dei voti emerge anche un’altra tendenza. Alle elezioni politiche del 2022, su 46,1 milioni di elettori i voti valido furono 28,2 milioni, il 61%. Alle elezioni europee di un anno fa su 51,2 milioni di elettori, i voti validi furono poco più di 23,4 milioni, il 45,7%. A questa tornata di referendum su 51,3 milioni di aventi diritto, in 14,1 milioni si sono espressi (in Italia), il 30,6%, mentre nelle circoscrizioni estere sono stati 1,1 milioni, il 21,3%. I Sì al primo referendum (quello con la percentuale più alta) sono stati 13.031.443. Ora, i tre partiti del “campo largo” – Pd, AVS e M5S – più UP o PTD totalizzarono 11,6 milioni di voti nel 2022 e 10,1 milioni nel 2024. Il che significa che i Sì sono stati 2,94 milioni in più dei voti di quei partiti nel 2024 e quasi un milione e mezzo in più del 2022. Ora, possibilmente, non tutti gli elettori Pd hanno votato Sì – come da dichiarazioni di vari leader – e hanno votato No con Renzi e Calenda. È però vero che questi avevano 2,19 milioni di voti, nel 2022, mentre i No sono stati 1,85 milioni, il che fa ritenere che buona parte di quell’elettorato “centrista” si sia astenuto. Assumendo che tutti gli elettori del centro-destra non abbiano votato, assieme a gran parte di quelli del centro, possiamo concludere che parte dei No fossero originariamente elettori del centro-sinistra. E che, quindi, la partecipazione non sia stata davvero così inferiore. Se poi ipotizziamo che molti elettori del Movimento 5 Stelle non hanno votato (soprattutto al Sud), ciò implica che un certo bacino di elettori “delusi” è stato mobilitato, che può essere quantificato in (almeno) 3 milioni e forse più. Insomma, tre milioni di elettori sono stati catturati, fuori dal perimetro del campo “larghissimo” PD+AVS+M5S più Rifondazione comunista. C’è quindi una crisi democratica, non c’è dubbio, ma il «popolo della sinistra», forse, ha cominciato a rispondere all’appello. La questione sociale e la questione politica. Chi è andato a votare? Senz’altro chi vota sempre – quella parte che è “inclusa” e “garantita” – e che vota per il centro-sinistra. Non a caso l’affluenza è maggiore nei centri delle grandi città, nelle zone ex rosse, e dove maggiori sono le quote di laureati, ovvero le zone abitate dai ceti medi, più colti, progressisti. Molto meno le zone operaie e del lavoro salariato, le periferie, le cinture urbane, le aree interne. Alta affluenza nei capoluoghi, bassa in provincia, più alta al Nord, bassissima in quasi tutto il Sud. Si è detto che una parte del corpo sociale – sempre maggiore – non si sente più rappresentata e si sente esclusa. Il lavoro, che doveva essere un tema “coinvolgente”, non ha mobilitato le masse, soprattutto quelle avrebbero dovuto essere più coinvolte. Perché il ceto politico – nella sua accezione più ampia, includendo il sindacato – ha perso credibilità agli occhi delle fasce del lavoro più deboli ed esposte. Il referendum è stata un’occasione per invertire la rotta e – con due soli mesi di una campagna elettorale fatta in sordina, con il boicottaggio dei media – il risultato non è stato disprezzabile. Certo, dai partiti sono arrivati messaggi poco convinti, come il «non può essere un’abiura», in luogo di un «abbiamo sbagliato, abbiamo cambiato idea perché quelle politiche hanno provocato danni». Ma è un punto di partenza, che sarà tanto più credibile nel dare rappresentanza ai lavoratori se si vorrà davvero cambiare registro e gettare alle ortiche le prescrizioni neoliberiste. Ora, se è vero che quei 13 milioni di Sì sono stati più dei 12,3 milioni presi dalla coalizione di centro-destra nel 2022, è però anche vero che non sono tutti necessariamente voti che andrebbero al “campo larghissimo” alle prossime elezioni. Certo, ad essere mobilitato è stato soprattutto il vasto elettorato attivo del centro-sinistra allargato ma il “recinto”, forse, è stato abbattuto, coinvolgendo elettori al di fuori di quello: si può per questo ritenere che si è aperta una breccia nel loro astensionismo? Il voto resta una prerogativa di quell’elettorato che dal punto di vista del lavoro, dei contratti e dei diritti è il più “garantito”. Il vasto mondo dei non garantiti, dei lavoratori precari delle periferie e delle aree interne, degli esclusi e degli abbandonati non si è recato alle urne, ma non in toto. Tuttavia, lavoratori, giovani ed elettori più sensibilizzati, altrimenti non aderenti al centro-sinistra, si sono espressi, il che può essere un tenue elemento di speranza. Per un insieme di forze progressiste che voglia rimettere il lavoro al centro e far ripartire l’Italia c’è dunque motivo di guardare al futuro con fiducia, se la sinistra «tornerà a fare la sinistra». 

L’autore: Pier Giorgio Ardeni è professore ordinario all’Università di Bologna. Insegna Economia dello sviluppo ed Economia dello sviluppo internazionale. 
Il suo nuovo libro s’intitola Le classi sociali in italia oggi (Laterza)


mercoledì 11 giugno 2025

... 11/6/1984 - 12,45 ...

L’11 giugno del 1984 muore a Padova Enrico Berlinguer, leader del Partito comunista. 

La testimonianza del dottor Davide Mazzon e dell’infermiera Gabriella

 “Pensavamo fosse uno scherzo. Era già successo che ci chiamassero dalla Neurochirurgia nelle serate di quiete, per tirare il fiato dopo una giornata di lavoro. Prendi quel pacchetto di cantucci toscani e speriamo che non facciano sul serio, dissi scherzando all’infermiere che mi accompagnava. Ma arrivati in prossimità dell’ingresso del pronto soccorso neurochirurgico, vidi subito che c’era un insolito movimento per quell’ora. Era sicuramente successo qualcosa di grosso, perché c’era un folto gruppo di persone in attesa, da cui trasparivano tensione e preoccupazione. Meglio che lasciamo qui il pacchetto per la prossima volta dissi, ed entrammo nel pronto soccorso neurochirurgico ove ad attenderci c’erano il professor Lenci, ordinario di pneumologia, e il professor Schergna, ordinario di Neurologia che attendevano noi dalla Rianimazione per aiutare i colleghi presenti nel prestare all’onorevole Berlinguer le prime cure intensive “. E’ la testimonianza del dottor Davide Mazzon, da 19 anni direttore di Anestesia e Rianimazione all’Ospedale ‘San Martino’ di Belluno e all’epoca giovane medico al Reparto Rianimazione dell’Ospedale Giustinianeo di Padova, in servizio di guardia proprio quel giovedì 7 Giugno 1984. Quella sera all’Ospedale di Padova viene ricoverato in gravissime condizioni l’onorevole Enrico Berlinguer, segretario generale del Partito comunista, colpito da un ictus durante il comizio in piazza della Frutta, mentre pronunciava la frase: «Compagni, lavorate tutti, casa per casa, strada per strada, azienda per azienda, dialogando». Riuscirà a portare a termine il suo discorso, ma poi nella sua stanza all’Hotel Plaza si addormentò entrando in coma. Morirà 4 giorni dopo, all’età di 62 anni, l’11 giugno ’84 alle 12:45 a causa di un’emorragia cerebrale. Berlinguer in quel momento era il leader politico del Partito comunista più forte dell’Occidente, alle elezioni politiche del giugno 1976, quelle nelle quali votarono per la prima volta i diciottenni, il Partito comunista arrivò a pochi punti percentuali dalla Democrazia cristiana. Il sorpasso avvenne alle europee del 17 giugno ’84, subito dopo la sua morte, con il Pci al 33,3% dei consensi e la Dc al 33%. Berlinguer, insieme al leader della Democrazia cristiana Aldo Moro, assassinato dalle BR nel ’78, era stato colui che aveva portato avanti l’ipotesi del ‘compromesso storico’, ossia l’avvicinamento del Pci all’ala progressista della DC. Uomo di grande rigore morale, Berlinguer aveva intavolato anche la ‘questione morale’, parlando di corruzione e di lottizzazione gestita dai partiti. Diceva: “hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, il governo, gli enti locali, gli enti previdenziali, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti di cultura, gli ospedali, le università, la Rai tv, i grandi giornali. Tutto, insomma, è già lottizzato”. Il suo pensiero andava anche ai giovani, la loro marginalizzazione nell’ingresso del mondo del lavoro. E alle donne, sulla scia del femminismo. A tale proposito diceva: “Non possiamo accettare un’ideologia che individua nel dominio dell’uomo sulla donna la caratteristica fondamentale dell’attuale società”. Un leader progressista, insomma, e molto amato dalla gente. Al passaggio del feretro a Marghera la gente lanciava le rose dai balconi che andarono a comporre un lungo tappeto rosso. Ai funerali a Roma, il 13 giugno in piazza San Giovanni, vi parteciparono circa 2 milioni di persone. Dottor Mazzon, cosa ricorda di quella sera a Padova? “Le circostanze furono sconvolgenti e ancora oggi ricordarle mi emoziona. Con alcuni degli infermieri in turno ci eravamo presi una pausa e avevamo acceso un piccolo televisore in bianco e nero per assistere a qualche fase della partita Roma-Milan, dei quarti di finali della Coppa Italia, quando arrivò quella telefonata. Sapevo del comizio del pomeriggio, ma nel 1984 la trasmissione delle notizie aveva ben altra velocità rispetto ad oggi, e noi eravamo chiusi in Rianimazione dalle 8 del mattino per cui non sapevamo che l’onorevole Berlinguer si era sentito male. Io e l’Infermiere Radames partimmo alla volta della Neurochirurgia con la sua 500 gialla. Era normale allora muoversi con mezzi propri di sera da una parte all’altra dell’Ospedale di Padova. Quando arrivammo, le condizioni del leader del Pci apparvero subito drammatiche ed io procedetti a intubarlo e a ventilarlo immediatamente. A seguire vennero effettuati gli accertamenti diagnostici e quindi Berlinguer entrò in sala operatoria dove venne eseguito l’intervento. A quel punto lasciammo il campo a tutto lo stato maggiore dell’Ospedale e dell’Università di Padova, a cui andò poi la piena fiducia sia della famiglia che del partito: i professori Mingrino, Giron, Pardatscher. Noi ce ne tornammo in Rianimazione ove nel frattempo i funzionari della questura di Padova stavano occupandosi di garantire la sicurezza della zona dove nei giorni successivi si sarebbero ritrovati gli uomini politici più importanti dell’epoca. Ricordo di avere risposto personalmente alle prime telefonate, prima ancora che Berlinguer arrivasse dalla sala operatoria: la prima fu quella di Cossiga, all’epoca presidente del Senato e secondo cugino di Berlinguer; la seconda di uno sconvolto presidente della Repubblica Pertini, a cui diedi la notizia della drammaticità della situazione. Ci fu quindi il ricovero in Rianimazione di Berlinguer e dei primi parenti giunti da Roma per assisterlo, il fratello e il neurologo professor Fieschi. Il giorno seguente all’ospedale arrivarono i leader politici. Ricordo il carisma del presidente Sandro Pertini, la delicatezza e l’incoraggiamento al nostro lavoro dei familiari dell’onorevole Berlinguer. E poi Craxi, Spadolini, Capanna, Forlani e un addoloratissimo Giancarlo Pajetta, che accompagnai personalmente al capezzale di Berlinguer rispondendo alla sua incredulità circa la prossimità della fine dell’amico e del compagno, di cui poi tenne l’orazione funebre”. Al Reparto Rianimazione dell’Ospedale Giustinianeo di Padova prestava servizio una giovane infermiera, Gabriella, alla quale abbiamo rivolto la stessa domanda. Cosa ricorda di quei giorni? “Avevo 22 anni e lavoravo in Rianimazione da poco più di un anno. Io non c’ero al momento del ricovero di Berlinguer, ma sapevo del fatto perché in televisione avevano dato la notizia del malore durante il comizio, cui seguì il ricovero, l’intervento e il successivo trasferimento in Rianimazione. Dovevo prendere servizio il pomeriggio, in quei giorni eravamo in tre infermieri in reparto uno dei quali, a rotazione, aveva l’incarico di responsabile, mentre gli altri due si occupavano delle cure igieniche ai pazienti. Toccava a me quel pomeriggio il turno di responsabile. Quando arrivai all’ospedale, trovai i carabinieri all’entrata che controllavano tutte le persone che entravano, medici e infermieri compresi. Ero molto emozionata, perché mi rendevo conto di trovarmi in una situazione più grande di me, e avrei dovuto rapportarmi a una persona molto importante. In quel momento, non me la sono sentita di ricoprire il ruolo di responsabile e ho ceduto l’incarico al collega più anziano. Io e l’altra collega ci occupammo quindi dei pazienti ricoverati. In realtà l’impatto fu ancora più forte, perché così c’era il contatto fisico. Ho il ricordo del suo volto con le ciglia lunghe. Ricordo anche di quando venne il presidente Pertini, la sua compostezza. Strinse la mano a tutti i presenti, ringraziandoci per quello che stavamo facendo. C’era una forte emozione in tutti noi in quei giorni, per quello che stavamo vivendo e ogni particolare diventava motivo di discussione all’interno del nostro gruppo di lavoro. E durante la notte seguivamo i notiziari, che riferivano quello di cui noi ci eravamo occupati.”

... Tomaso Montanari ...

Referendum, il commento di Tomaso Montanari 

È grande l’amarezza, stasera. Ma non la sorpresa. Ha pesato decisivamente il boicottaggio compiuto dal governo: non certo attraverso l’astensionismo istituzionale (osceno, ma poco rilevante sul piano dei numeri), ma attraverso il sistematico silenziamento dei referendum, cancellati su sei reti televisive. I grandi giornali hanno fatto il resto: i referendum sono stati una notizia per la prima volta stasera, con la loro bocciatura. La Cgil era sostanzialmente sola: e stendiamo un velo pietoso sui partiti dell’opposizione, inerti, se non peggio. Ma il punto non è questo. Il punto è un Paese devastato da quarant’anni di progressivo smontaggio della Costituzione. La ragione per cui governano i fascisti è la stessa per cui da anni non si raggiunge il quorum: una enorme parte del Paese non crede più che andare a votare (referendum o politiche non cambia nulla) serva a qualcosa. E sono anche le stesse per cui i no contro la cittadinanza agli stranieri sono stati tragicamente alti anche a sinistra: perché nel vuoto della politica ci si difende da chi sta sotto, non si lotta contro chi sta in cima. Un processo di distruzione della democrazia iniziato proprio con la distruzione progressiva della dignità e dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. Caduto il lavoro, è caduta la partecipazione: in una tragica attuazione al contrario dell’articolo 3 della Carta. Questi referendum hanno provato a invertire la rotta: ma non è facile, visto che la partecipazione al voto è l’unico strumento per uscire dal circolo vizioso che ha distrutto la partecipazione alla politica. E tuttavia, nel vuoto pneumatico di politica, la Cgil ha fatto politica: dobbiamo esserle profondamente grati per aver portato a votare 14 milioni di persone, più dei 12 che hanno votato per la maggioranza che governa. Questi referendum hanno acceso una luce, per quanto flebile e sconfitta, in un buio calato da un pezzo. E per la prima volta da tanto tempo penso che non siamo di fronte ad un epilogo, ma ad un inizio. Timido, pieno di limiti ed errori, ma nella direzione giusta, finalmente. 

«Ho provato. Ho fallito. Non importa, riproverò. Fallirò meglio» 
(Samuel Beckett) 

Tomaso Montanari - 
storico dell'arte e saggista italiano, rettore dell'Università per stranieri di Siena dal 2021. 

Fonte: Pressenza - International Press Agency

... Robin Piazzo ...

I partiti stanno facendo queste dichiarazioni, come dire... Molto strane. Un po' perché c'è questa idea che si debba per forza rivendicare un risultato positivo, e su questo non so esprimermi ma per indole non mi fa impazzire. Ma principalmente perché il vero, probabilmente unico, risultato positivo che si è ottenuto non lo sì può comunicare facilmente. Il risultato non è, ovviamente, avere ritrovato un popolo. Il risultato è avere dimostrato che l'unico modo per tenere assieme l'elettorato dei tre partiti di (centro) sinistra (PD, AVS, M5S), che da 5 anni stanno stabilmente al 40% dei consensi, è un discorso e legislazione post-neoliberale sul lavoro. Il referendum è stato una sorta di gigante survey experiment, che ha dimostrato come in questo momento non si possano basare le alleanze sui diritti civili (termine che francamente odio, perché sbagliato, ma ci capiamo) e che se si vuole sperare a) di convivere tra partiti ed elettorati b) iniziare a ragionare su come recuperare qualche astensionista, specialmente al centro nord e nelle città; l'unica strada è quella del discorso e delle leggi sul lavoro post-neolib. È ancora poco? Probabile. È meglio di prima? Mi pare evidente. A chi non fa politica sembrerà una roba cinica. Anime candide, ma come pensate si possa anche solo immaginare di iniziare a ristrutturare la proposta politica dei partiti in chiave socialdemocratica senza passare per una resa dei conti interna a quei partiti? Resa dei conti che, peraltro, passando per le urne, è in questo momento molto più civile e democratica di quanto di solito accade nei partiti (citofonare a Starmer). I renziani, in concerto con Forza Italia, alzano la testa in queste ore. Sanno che l'unica cosa che possono sfruttare è il breve lasso di tempo in cui Schlein verrà percepita come sconfitta. Forse anche da qui viene la comunicazione un po' cringe di PD e AVS. Ma la destra neoliberale del PD ha perso: più o meno esplicitamente diceva di voler creare un collante identitario, nel partito e oltre, sulla base della questione della cittadinanza e ha scoperto che è il contrario. La cittadinanza non è ahimè la base per alleanze politiche in questo momento, né che si guardi a sinistra né al centro. La destra del PD non ha più opzioni identitarie e strategiche da offrire, solo una tattica fatta di lamentele e guerriglia neanche troppo agguerrita alla segretaria. Con tutta probabilità, col referendum si è dato un colpo importante, direi l'ennesimo, all'opzione "blairiana", viva per trenta e passa anni nei partiti di csx. Questo non è un vero e proprio risultato politico, è piuttosto un presupposto per rilanciare un discorso socialdemocratico. Una condizione necessaria ma non sufficiente. Comunque un csx saldamente ed irrevocabilmente socialdemocratico farebbe comodo a tutti. Perché farebbe reale opposizione alla svolta autoritaria. Perché qualche legge progressiva la farebbe, lo abbiamo visto col RDC e col primo PNRR, con tutti i limiti del caso. E soprattutto farebbe tornare nel "mainstream", come visto plasticamente sabato a Roma, un modo di dire e vedere il mondo basato sull'opposizione a suprematismo di classe e razzismo. Ricordiamoci che spesso i partiti, più che come legislatori, sono efficaci come promotori e diffusori di discorsi e di modi di vedere. Disperdono nella cultura mainstream versioni edulcorare di discorsi radicali che emergono altrove. Se per caso seminano bene da questo punto di vista, anche gli attori sociali ed extraparlamentari possono trovare un terreno fertile ed in parte già arato per innestare le proprie rivendicazioni e lotte più radicali e magari decisive. Se la cosa funziona, possono attivarsi dei loop positivi: l'opposizione sociale ed intellettuale genera lotte e visioni, i partiti le diffondono in versione semplificata, l'opposizione sociale e intellettuale prende forza e coraggio in un campo da gioco alterato dalle nuove parole. Farebbe davvero comodo a tutti. P.S. Quello di cui sto parlando altro non è che la variante italiana di un fenomeno più ampio, ovvero il crollo della base di consenso per il neoliberalismo progressista nato negli anni '90; crollo dovuto a fattori strutturali, materiali, oggettivi ma che in ogni paese si realizza attraverso dinamiche politiche, le quali si esprimono nelle soggettività delle forze in campo. Questo fenomeno può avere sbocchi a sinistra o a destra. Finora spesso a destra, vediamo se si riesce a provare qualcosa di nuovo. 


 toni colloca 
Parli di socialdemocrazia (che è fallita ovunque), con quale classe dirigente? Una domanda: ammesso che in questo paese sciagurato e ignorante, si mandi a casa la melonera, con chi la sostituiamo? Con schlein, Minniti, Fassino, picierno, o con speranza, Civati, cuperlo, baffetto D'Alema (il bombardatore esportatore di "democrazia" che piaceva tanto all'amico corgiat? Ma davvero? Non ti sfiora nemmeno l'idea che abbiamo bisogno di sbarazzarci del maggioritario (elettorale) americano che ci ha condotti in questo deserto? Per essere giovane mi pare che hai idee vecchie, al di là del linguaggio new generazione. 


 Roberto Curreri 
Sono stato tra i primi, ancor prima che partisse questa campagna comunicativa, a inviare messaggi positivi dopo il mancato raggiungimento del quorum. Non per negare la realtà, ma per ricordarci qualcosa di ancora più importante: il lavoro straordinario che abbiamo fatto come AVS. Abbiamo affrontato questa campagna referendaria con risorse limitate, in un contesto difficile, eppure siamo riusciti a rimanere uniti, compatti, sulla stessa linea. E sì, io lo sento profondamente: in questo percorso abbiamo ritrovato noi stessi… e forse anche un popolo. Un senso di comunità politica e umana che non si vede spesso, e che va custodito e rafforzato. 


 Robin Piazzo 
Roberto Curreri 
Bada bene che io non sono negativo. Anche io penso, nell'ambivalenza della sconfitta elettorale, che sia stato un passaggio importante. Per questo dico che trovo un po' strana la comunicazione per i miei gusti ma non la giudico


70% DI ASTENSIONISMO: UN PAESE SPROFONDATO NELL’IGN0RANZA CHE MERITA L’INDECENZA CHE LO GOVERNA!