Trump adesso arriva a suggerire che l'Ucraina si scelga un nuovo presidente, uno disposto a trovare un accordo con Putin. Come se Zelensky fosse un dipendente da licenziare perché non asseconda le richieste del capo.
Ma dietro questa nuova presa di posizione c'è una questione che riguarda molto da vicino gli interessi americani. Il prezzo dei carburanti pesa sulle famiglie, sugli agricoltori e sugli umori degli elettori. E con le elezioni di metà mandato alle porte, Trump ha bisogno di risultati da esibire.
Ecco allora che le esigenze elettorali prevalgono su tutto il resto. Si trova un'intesa energetica con Mosca, si fanno pressioni su Kiev e si pretende che Zelensky accetti un accordo gradito a Washington e al Cremlino.
Ritengo che le ragioni elettorali pesino realmente nelle decisioni di Trump, e questo deve far riflettere.
Sia chiaro, la guerra deve finire e ogni occasione per raggiungere la pace va perseguita. Ma una cosa è trattare per fermare le armi, un'altra è scaricare le responsabilità su chi ha subito un'invasione e pretendere persino di decidere chi debba essere il presidente.
Il presidente ucraino lo scelgono gli ucraini, non Trump e tantomeno Putin.
Perché se alla fine chi aggredisce ottiene ciò che vuole e chi si difende viene messo sotto pressione per compiacere gli interessi economici ed elettorali di altri, quale messaggio mandiamo al mondo?
Che il diritto internazionale vale soltanto quando conviene ai potenti?
La pace è indispensabile, ma non può diventare il nome elegante con cui si giustifica la legge del più forte. E a pagare, ancora una volta, non saranno Trump o Putin, ma il popolo ucraino e un'Europa che rischia di ritrovarsi a fare i conti con le conseguenze di decisioni prese altrove.
G.S.

