sabato 28 febbraio 2009

http://news.kataweb.it/item/493800/crisi-finanziaria-effetti-di-lungo-termine

Mentre, per ulteriori dettagli tecnici, rimando al link nel titolo, vorrei soffermarmi sull'aspetto sociale della crisi in atto. Una sempre maggiore incertezza nelle famiglie per la precarietà del lavoro, la difficoltà, estesa ad un sempre maggior numero di persone, di arrivare al fatidico fine mese, la mancata attivazione di ammortizzatori sociali come i cantieri di lavoro, che negli anni scorsi avevano permesso ad alcuni, tra operai ed impiegati, di lavorare, sia pure soltanto per sei mesi- tutto questo rischia di provocare, ed in parte già provoca, una forte tensione sociale oltre ad un diffuso sentimento di frustrazione. Ci si sente inutili, mentre si potrebbe dare ancora molto di sè in capacità ed esperienza. Tutto questo sembra non interessare chi, con leggerezza e cinismo, in pratica esclude dal lavoro i cinquantenni, ma anche prima, i quarantenni che hanno avuto la disgrazia di perdere il lavoro per varie ragioni.

venerdì 27 febbraio 2009

La Crisi


Dal 1980 in poi, dal ritorno in forze dell’ideologia neoliberista, se qualcosa non funziona nelle economie reali, la causa è da ricercarsi nell’eccesso di regolamentazione e di controllo pubblico.
Lo Stato- secondo un famoso slogan degli anni di Reagan- non è la soluzione, ma la causa dei problemi. Da qui parte la lunga stagione delle liberalizzazioni, della rimozione dei controlli e della deregolamentazione sia nei mercati finanziari che in quelli “reali”, che hanno avuto ulteriore impulso dopo il crollo delle economie dell’Est nel 1989.
Nel frattempo negli Stati Uniti, come in Gran Bretagna, il problema più importante per la politica economica era quello di abbattere l’inflazione; il monetarismo apparve la soluzione più facile e diretta: nessuna contrattazione o concertazione o trattativa con le parti sociali ed i sindacati, ma semplice restrizione della crescita della quantità di moneta e quindi del credito, lasciando per il resto mano libera ai mercati.
Avrebbe dovuto essere chiaro, e non lo fu, che il neoliberismo monetaristico si basa su una notevole incomprensione di come funzionano effettivamente i mercati monetari e finanziari, e il grave rischio di instabilità che corre tutto il sistema economico “reale” quando una o più istituzioni finanziarie dovessero entrare in gravi difficoltà.
L’idea che si è imposta nell’era del neoliberismo e nel periodo della lotta all’inflazione è che tutti i mercati, compreso quello della moneta e del credito, siano stabili di per sé, e non abbiano dunque un particolare bisogno di regole e di controlli, con buona pace dell’autorità di sorveglianza.
Con questi presupposti, negli Stati Uniti ci fu un’enorme crescita delle Banche e degli intermediari finanziari, di pari passo con il processo di liberalizzazione e deregolamentazione in campo finanziario e bancario, sia a livello federale, sia sul piano internazionale, con il procedere del fenomeno della globalizzazione.
L’origine della crisi attuale ha le sue basi in questa gestione dei mercati, che favorì la creazione di una “bolla speculativa”, ed, al suo scoppio, trascinò ad un rovinoso ribasso le Borse di tutto il mondo.
Nel 2007 ci fu l’impennata delle insolvenze sui mutui fondiari americani di peggiore qualità (i cosiddetti subprime). Negli anni recenti la Federal Reserve, con a capo Alan Greenspan, ha praticato una politica di bassissimi tassi d’interesse, consentendo un aumento assolutamente straordinario ed anomalo del credito in relazione alla crescita dell’economia “reale”.
Tutto questo insieme ad altri fattori, tra i quali il deficit dei conti dello Stato e l’indebitamento con l’estero, con la Cina in particolare, ha creato una miscela potenzialmente esplosiva alla quale ha fatto da contraltare l’inerzia dei governi, in sostanza ancora convinti della bontà delle loro politiche in materia di finanza.
Le Banche, assediate dall’insolvenza dei loro clienti, non hanno trovato di meglio che ridurre i prestiti a famiglie ed imprese, scatenando un effetto domino sull’economia “reale”
Ora si cerca di correre ai ripari con un massiccio intervento dello Stato- si parla di nazionalizzare le principali Banche: certo è che l’attuale crisi modificherà, ed in parte ha già modificato, ogni aspetto della nostra vita, disegnando, speriamo, un nuovo equilibrio mondiale.

mercoledì 18 febbraio 2009

Promemoria elezioni San Giorio di Susa (2)

Faccio seguito al precedente promemoria, confermando la necessità di presentarsi alle assemblee pubbliche con una base di programma già concordata, da ampliare con il contributo dei partecipanti alle riunioni, i quali dovranno essere rappresentanti delle varie componenti sociali del paese: commercianti, artigiani, pensionati, casalinghe, etc.
Qui di seguito elenco per ognuno dei cinque punti del programma, alcune considerazioni e suggerimenti:

ACQUA: Decisa presa di posizione contro l'affidamento alla SMAT della gestione acqua: a questo proposito è in preparazione un volantino da distribuire alla popolazione di San Giorio per renderla edotta della situazione.

ENERGIA: Controllo stretto degli atti amministrativi relativi alla vendita alla Società Taurasia del sito industriale ex ROZ- Ricerca di fonti alternative: fotovoltaico, biomasse etc.

SVILUPPO: Bisogna pensare ad un modello alternativo: l'Era Industriale è ormai tramontata e le numerose chiusure di fabbriche che si verificano sul territorio sono come rintocchi di campane a morto per tutto un mondo ed uno stile di vita; la crisi finanziaria poi ha dato un'ulteriore mazzata, penalizzando in primis le classi più deboli.
Coltivazione e consumo di prodotti agricoli in loco- lavorazioni a km. zero- microcredito alle famiglie in difficoltà- banca del tempo- banca dell'esubero, e, non ultima, la ricerca di una rinnovata coesione sociale. in una parola: SOLIDARIETA', senza la quale resta vano ogni progetto di ripresa e riscatto sociale.

AMBIENTE: Questo punto è legato strettamente al tipo di sviluppo che si propone: le caratteristiche del paesaggio, le tradizioni. la cultura. possono diventare occasioni di crescita con un ritorno economico a beneficio della collettività: penso ad iniziative culturali e sportive gestite da cooperative- piccolo commercio ed artigianato.

TRASPORTI: Decisa, ma non sterile opposizione al TAV, anzi propositiva di piani alternativi:
rafforzamento delle attuali linee ferroviarie ed ottimizzazione dei servizi su gomma.

In buona sostanza la crisi che stiamo vivendo ci deve indurre a pensare ad un tipo di società diverso rispetto a quello in essere attualmente, non decrescita ma crescita alternativa e consapevole.

martedì 10 febbraio 2009

Tragedia Vs Trash

Mi sia consentita una digressione sulla programmazione televisiva della serata del 09/02/2009.
Su Rai Uno, come su altre reti, è stata variata la scaletta per il decesso improvviso della povera Eluana. Non entro nel merito della sua triste vicenda, delicatissima, con l'augurio che almeno serva a dirimere in modo chiaro e definitivo la questione del testamento biologico.
Su Canale Cinque, nonostante le proteste di Mentana, è andata in onda la "preziosissima" puntata del Grande Fratello- "reality" decerebrato ma, mi dicono, seguitissimo dal pubblico...
Non aggiungo commenti, se non una piccola considerazione: la società, il clima sociale che ci circonda, questa realtà fatta di insulti, di stupratori ragazzini, di violenza- assomiglia sempre di più ad un racconto dello scrittore Alan D. Altieri, tratto dal suo libro "Armageddon"- sottotitolo "Scorciatoie per l'Apocalisse" edizioni TEA- titolo significativo- non è vero?

domenica 8 febbraio 2009

Promemoria elezioni San Giorio di Susa


Riporto qui di fianco il simbolo presentato da Beppe Grillo nel 2006, in occasione della presentazione all’allora Presidente del Consiglio Prodi delle proposte di programma scaturite dalle “ Primarie dei Cittadini”. Negli ultimi post di Grillo si parla di “Comuni a cinque stelle” con riferimento ad un incontro che dovrebbe tenersi a Firenze l’8 marzo prossimo e ad una “carta di Firenze” che ne dovrebbe scaturire.

Le cinque stelle sono le cinque aree che dovrebbero essere valorizzate da un comune “virtuoso”: Acqua- Energia- Sviluppo- Ambiente- Trasporti.
Questi punti potrebbero essere presi in considerazione come aree significative anche nella ns. realtà comunale e formare la base per un programma da discutere con la cittadinanza nelle prossime assemblee pubbliche.

Mi sono chiesto, dopo l’ultima assemblea- 02/02/09- quali sono le azioni, i provvedimenti che trasformano un comune “dormiente” in un centro attivo e pieno di iniziative, capace di attirare turisti e comunque visitatori dall’esterno: bisogna, a mio parere, riuscire a sfruttare tutte le potenzialità locali per creare attività come artigianato, piccolo commercio, iniziative culturali di vario genere, dare in gestione a gruppi di cittadini impianti sportivi e locali, creare una sinergia tra le organizzazioni esistenti- far si insomma che il paese di san Giorio si crei una fama consolidata di luogo in cui si può passare una domenica in allegria, magari acquistando dei prodotti validi sotto l’aspetto qualitativo. Il flusso di denaro tanto agognato può derivare soltanto da un impegno comune a far fiorire iniziative che coinvolgano tutto il tessuto sociale del paese. Il Volontariato è un ottimo mezzo per portare avanti iniziative di vario genere, ma io sono convinto che in questo momento di crisi la priorità sia quella di creare lavoro attraverso cooperative e quant’altro, in collaborazione con gli altri comuni della valle, visto che la Comunità Montana sembra abbia abdicato alla sua funzione di coordinamento e promozione del lavoro in valle.

Secondo me, dovremmo presentarci alle assemblee pubbliche con una base di programma concordato da esporre alla gente, da integrare e completare con le eventuali proposte.

Riutilizzo di locali dimessi e loro riqualificazione- creazione di aree di incontro e di socializzazione etc.

Il simbolo dell’eventuale lista civica potrebbe unire il nome del paese con parole che ricolleghino alla realtà della Valle di Susa, per dare un segnale concreto della rete di comuni che si sta creando.

Questo è soltanto un piccolo contributo che spero possa servire alla compilazione di un documento finale condiviso e portato avanti da tutti.

martedì 27 gennaio 2009

il giorno della memoria




Scorrendo i commenti di questo blog si troveranno dati e cifre- impressionanti! -di ciò che hanno significato la Shoah e le persecuzioni precedenti e successive. Il collage di foto allegato mi sembra significativo, come unione di persone di tutto il mondo, appartenenti ad un'unica razza, la razza umana.

giovedì 22 gennaio 2009

Obama day


...e giunse il giorno del giuramento di Barack Hussein Obama quale 44° Presidente degli Stati Uniti d'America, ma, più dei miei poveri commenti, vale la pena di leggere il testo del suo discorso :

""Miei concittadini! Sono qui oggi, umilmente, a guardare la missione che ci aspetta, grato per la fiducia che avete dato e consapevole dei sacrifici fatti dai nostri antenati. Ringrazio il presidente Bush per il servizio che ha reso alla nazione, come per la generosità e la collaborazione che ha mostrato nel corso della transizione. Sono stati ormai 44 gli americani che hanno fatto il giuramento presidenziale. Queste parole sono state pronunciate durante le alte maree della prosperità e nelle acque calme della pace. Ma di tanto in tanto, il giuramento viene pronunciato sotto nubi che si addensano e con la tempesta che infuria. In quei momenti l’America è andata avanti non solo grazie alle capacità o alla visione di quelli che ricoprivano incarichi supremi, ma perché Noi, il Popolo, siamo rimasti fedeli agli ideali dei nostri predecessori e ai nostri documenti fondatori. Così è stato. Così dovrà essere per questa generazione di americani. Ormai tutti comprendiamo di essere nel mezzo di una crisi. La nostra nazione è in guerra contro un’estesa rete di violenza e odio. La nostra economia è gravemente indebolita, conseguenza dell’avidità e dell’irresponsabilità di alcuni, ma anche un nostro fallimento collettivo di compiere scelte difficili e preparare la nazione a una nuova era. a causa della nostra incapacità collettiva Case sono state perdute, lavori svaniti, imprese crollate. La nostra sanità costa troppo, le nostre scuole sbagliano troppo, e ogni giorno porta nuove prove che il nostro modo di usare l’energia rafforza i nostri avversari e minaccia il nostro pianeta. Questi sono i segnali della crisi, esprimibili in numeri e statistiche. Meno misurabile ma altrettanto profondo è l’indebolimento della fiducia che pervade il nostro Paese, la paura persistente che il declino dell’America sia inevitabile, e che la prossima generazione dovrà ridurre le sue prospettive. Oggi vi dico che le sfide che affrontiamo sono reali. Sono serie e sono numerose. Non si potranno superare facilmente o in poco tempo. Ma, sappilo America, verranno superate. Oggi siamo qui insieme perché abbiamo preferito la speranza alla paura, e unità di propositi al conflitto e alla discordia. Oggi proclamiamo la fine delle lagne insignificanti e di false promesse, delle recriminazioni e di dogmi obsoleti, che per troppo tempo hanno imbrigliato la nostra politica. Restiamo una nazione giovane, ma per dirla con le parole delle Scritture, è arrivato il momento di mettere da parte le faccende dell’infanzia. E’ arrivato il momento di riaffermare il nostro spirito; di scegliere il meglio della nostra storia; di portare avanti questo dono prezioso, questa nobile idea, passata da generazione a generazione, della promessa fatta da Dio: che tutti sono uguali, tutti sono liberi e tutti hanno l’opportunità di perseguire la piena felicità. Riaffermando la grandezza della nostra nazione comprendiamo che la grandezza non è mai regalata. Bisogna meritarsela. Nel nostro cammino non abbiamo mai fatto uso di scorciatoie, né ci siamo accontentati. Non è stata la strada dei deboli di cuore, che preferiscono l’ozio al lavoro, o cercano solo i piaceri della ricchezza e della fama. Sono stati quelli che hanno corso rischi, quelli che preferiscono l’azione, quelli che creano le cose - alcuni famosi, ma più spesso uomini e donne sconosciuti - che con la loro fatica ci hanno portato attraverso il lungo e tortuoso cammino verso la prosperità e la libertà. Hanno impacchettato i loro pochi beni terreni e attraversato l’oceano in cerca di una nuova vita, per noi. Hanno faticato in fabbriche spremisudore e colonizzato il West, sopportato le corde della frusta e zappato la dura terra, per noi. Hanno combattuto e sono morti, a Concord e Gettysburg, in Normandia e a Khe Sahn, per noi. Questi uomini e donne hanno lottato, si sono sacrificati e hanno lavorato fino a consumarsi le mani perché noi potessimo vivere una vita migliore. Hanno visto l’America come qualcosa di più grande di una semplice somma delle nostre ambizioni personali, e di tutte le differenze di nascita, ricchezza o appartenenza. E’ il viaggio che oggi continuiamo. Rimaniamo la più ricca e potente nazione sulla Terra. I nostri lavoratori non sono meno produttivi dell’inizio della crisi. Le nostre menti non sono meno inventive, i nostri prodotti e servizi non meno richiesti di una settimana fa, un mese fa o un anno fa. Le nostra capacità restano intatte. Ma il tempo di resistere ai cambiamenti, di difendere interessi ristretti e di rinviare decisioni spiacevoli è certamente passato. Da oggi dobbiamo darci una mossa, darci una spolverata, e ricominciare il lavoro di rifacimento dell’America. Dovunque guardiamo, c’è del lavoro da fare. Lo stato dell’economia esige un’azione ferma e rapida, e noi agiremo, non solo per creare nuovi posti di lavoro, ma per porre nuovi basi per la crescita. Costruiremo strade e ponti, reti elettriche e linee digitali che alimenteranno il nostro commercio e ci legheranno ancora di più. Restituiremo alla scienza il posto che si merita, e useremo le meraviglie della tecnologia per aumentare la qualità della sanità e abbassarne i costi. Imbriglieremo il sole, i venti e la terra per alimentare le nostre automobili e le nostre fabbriche. Trasformeremo le nostre scuole e università per renderle all’altezza delle necessità di una nuova epoca. Tutto questo è possibile. Tutto questo lo faremo. Qualcuno si chiede se sia il caso di ridimensionare le nostre ambizioni, sostenendo che il nostro sistema non potrà reggere troppi grandi progetti. Ma chi lo dice ha la memoria corta. Si dimentica quello che questo Paese ha già fatto; quello che possono ottenere uomini e donne liberi quando l’immaginazione si sposa a obiettivi condivisi, e la necessità si unisce al coraggio. Quello che i cinici non riescono a capire è che il terreno sotto i loro piedi sta sparendo, che dibattiti politici ormai datati in cui ci siamo consumati così a lungo non funzionano più. Oggi non ci chiediamo se il nostro governo è troppo grande o troppo piccolo, ma se funziona: se aiuta le famiglie a trovare lavoro con una paga decente, ad avere cure accessibili e una pensione dignitosa. Laddove la risposta è sì andremo avanti. Se la risposta è no i programmi verranno chiusi. E quelli che gestiscono dollari pubblici verranno chiamati a darne conto - spendere con saggezza, cambiare le cattive abitudini e lavorare alla luce del giorno - perché solo così potremo ricostruire la fiducia tra la gente e il suo governo, di un’importanza vitale. Né ci poniamo la domanda se il mercato sia una forza del bene o del male. La sua capacità di generare ricchezza ed espandere la libertà non ha eguali, ma questa crisi ci ha ricordato che senza un occhio attento il mercato può uscire dal controllo, e anche che una nazione non può prosperare a lungo se favorisce solo i cittadini che prosperano. Il successo della nostra economia è dipeso sempre non solo dalle dimensioni del nostro Prodotto interno lordo, ma anche dalla diffusione del nostro benessere, dalla nostra capacità di estendere le opportunità a ogni cuore di buona volontà, e non per carità, ma perché questa è la strada più sicura verso il nostro bene comune. Per quanto riguarda la nostra comune difesa, respingiamo come falsa la scelta tra la sicurezza e gli ideali. I nostri Padri fondatori, che affrontavano pericoli che noi riusciamo appena ad immaginare, hanno scritto una Carta per garantire il governo della legge e i diritti dell’uomo, una Carta che poi è stata estesa grazie al sangue versato da diverse generazioni. Questi ideali illuminano ancora il mondo, e non vi rinunceremo per amore di convenienza. E a tutti gli altri popoli e governi che ci guardano oggi, dalle capitali maggiori fino al piccolo villaggio dove è nato mio padre, dico: sappiate che l’America è amica di ogni nazione, e di ogni uomo, donna e bambino che cercano un futuro di pace e dignità, e sappiate che siamo pronti a tornare a essere una guida. Ricordiamoci che le generazioni precedenti hanno sconfitto il fascismo e il comunismo non solo grazie ai missili e ai carri armati, ma anche costruendo solide alleanze e perseverando nelle proprie convinzioni. Avevano compreso che il nostro potere da solo non basta a proteggerci, né ci dà il diritto di fare quello che vogliamo. Sapevano invece che il nostro potere cresce grazie a un suo uso prudente, che la nostra sicurezza deriva dall’avere una causa giusta, dalla forza del nostro esempio, dalle qualità di umiltà e autolimitazione. Noi siamo i guardiani di questa eredità. Guidati tuttora da questi principi, possiamo andare incontro alle nuove minacce che richiedono sforzi ancora maggiori, e una maggiore cooperazione e comprensione tra le nazioni. Cominceremo ad abbandonare responsabilmente l’Iraq, lasciandolo al suo popolo, e a costruire con fatica una pace in Afghanistan. Con i vecchi amici e gli ex nemici lavoreremo instancabilmente per alleviare la minaccia nucleare, e respingere lo spettro di un pianeta che si surriscalda. Non chiederemo scusa per il nostro modello di vita, né esiteremo nel difenderlo. A quelli che cercano di raggiungere i propri obiettivi seminando terrore e uccidendo innocenti, noi diciamo che il nostro spirito è più forte e non può essere spezzato; non potrete sopravviverci, vi sconfiggeremo. Sappiamo che la nostra eredità così variegata è una forza, non è una debolezza. Siamo una nazione di cristiani e musulmani, ebrei e hindu, e di non credenti. Siamo stati plasmati da tutte le lingue e tutte le culture, portate da ogni angolo di questa Terra. E siccome abbiamo assaggiato l’amaro calice della guerra civile e della segregazione, emergendo da quel capitolo oscuro ancora più forti e uniti, non possiamo che credere che i vecchi odi un giorno passeranno, che le linee di divisione tribale spariranno presto, che mentre il mondo diventa sempre più piccolo la nostra comune umanità deve prendere il sopravvento, e che l’America deve svolgere il suo ruolo, e aprire le porte a una nuova era di pace. Al mondo musulmano: cerchiamo una nuova strada che ci faccia fare progressi, basata su interesse e rispetto reciproco. Ai leader che cercano conflitti, o accusano dei mali delle loro società l’Occidente: sappiate che i vostri popoli vi giudicheranno su quello che potrete costruire, non su quello che potete distruggere. A quelli che si aggrappano al potere con la corruzione, l’inganno e il bavaglio ai dissidenti: sappiate che siete dalla parte sbagliata della storia. Ma se vorrete aprire le vostre mani strette a pugno, vi tenderemo la mano. Ai popoli delle nazioni povere: vogliamo lavorare insieme a voi per rendere floride le vostre fattorie e far scorrere acque pulite, per nutrire corpi affamati e alimentare menti avide. Alle nazioni come la nostra che godono di una relativa abbondanza diciamo che non possiamo più permetterci di restare indifferenti alle sofferenze fuori dai nostri confini, né possiamo consumare spensieratamente le risorse mondiali. Perché il mondo è cambiato, e noi dobbiamo cambiare insieme a esso. Mentre scrutiamo la strada che abbiamo davanti, ricordiamo con umile gratitudine quei coraggiosi americani che, in questo preciso momento, pattugliano lontani deserti e montagne. Hanno qualcosa da dirci oggi, così come gli eroi caduti sepolti ad Arlington che ci parlano attraverso i secoli. Li onoriamo non soltanto come guardiani della nostra libertà, ma perché incarnano lo spirito di servizio, il desiderio di trovare un senso in qualcosa di più grande di loro. E in questo momento - un momento che influenzerà una generazione - è proprio questo spirito che deve albergare in tutti noi. Per quanto un governo possa e debba fare, alla fine questa nazione poggia sulla fede e la determinazione del popolo americano. Nelle nostre ore più buie a farci andare avanti è la gentilezza di ospitare uno straniero quando si rompono gli argini; l’abnegazione degli operai che preferiscono ridurre le proprie ore di lavoro piuttosto che vedere un amico perdere il posto; sono il coraggio del vigile del fuoco di gettarsi in una scala piena di fumo, ma anche le cure di un genitore verso il figlio, a decidere alla fine dei conti il nostro destino. Le sfide che abbiamo di fronte possono essere inedite. Gli strumenti di cui abbiamo bisogno per affrontarle possono essere nuovi. Ma i valori dai quali dipende il nostro successo - duro lavoro e onestà, coraggio e fair play, tolleranza e curiosità, lealtà e patriottismo - sono cose vecchie. Sono cose vere. Sono la forza tranquilla che passa nella nostra storia. Quello che ci vuole è un ritorno di queste verità. Quello che ci viene chiesto oggi è una nuova era di responsabilità, il riconoscimento da parte di ogni americano del fatto che abbiamo dei doveri verso noi stessi, la nostra nazione e il mondo, doveri che non accettiamo con fastidio, ma semmai cogliamo con gioia, fermi nella consapevolezza che non esiste nulla di soddisfacente per lo spirito e plasmante per il nostro carattere, che dare tutti noi stessi a un compito difficile. Questo è il prezzo e la promessa della cittadinanza. Questa è la fonte della nostra fiducia: la consapevolezza che Dio ci ha chiamati a tracciare un destino ancora incerto. Questo è il significato della nostra libertà e del nostro credo, ed è per questo che uomini, donne e bambini di ogni razza e fede possono unirsi alle celebrazioni lungo questa magnifica Mall, ed è per questo che un uomo il cui padre meno di sessant’anni fa rischiava di non venire servito al ristorante locale sta oggi qui di fronte a voi pronunciando il voto più sacro. Celebriamo questo giorno con il ricordo, di ciò che siamo e di quanta strada abbiamo fatto. Nell’anno della nascita dell’America, nel mese più freddo, un piccolo gruppo di patrioti si stringeva intorno a fuochi prossimi a spegnersi sulle rive di un fiume ghiacciato. La capitale era stata abbandonata. Il nemico stava avanzando. La neve era macchiata con il sangue. Nel momento in cui l’esito della nostra rivoluzione sembrava incerto come mai prima, il padre della nostra nazione ordinò che al popolo venissero lette le seguenti parole: «Nel mondo del futuro si dirà... che nelle profondità dell’inverno quando nulla se non speranza e virtù possono sopravvivere... la città e la campagna, allarmate da un comune pericolo, si incontrarono». America. Di fronte alle minacce comuni, in questo inverno delle nostre fatiche, ricordiamoci queste parole senza tempo. Con speranza e virtù, affronteremo ancora una volta le correnti ghiacciate, e resisteremo alle tempeste che verranno. I figli dei nostri figli diranno che quando venimmo messi alla prova ci rifiutammo di interrompere il nostro cammino, non tornammo indietro né vacillammo; e con gli occhi fissi all’orizzonte, e con la grazia di Dio su di noi, portiamo avanti il grande dono della libertà per consegnarlo intatto alle generazioni future. Dio salvi l’America.""