giovedì 19 febbraio 2026

... la "nana" fetente!! ...

Due video in due giorni contro la magistratura, il secondo anche in spregio al richiamo del Presidente Mattarella, per dei pasticci creati da loro stessi. Ma tant’è. Andiamo con ordine: l’algerino risarcito con 700 euro, senza scendere nei dettagli della sua storia penale, era già oggetto di decreto di espulsione rilasciato dal prefetto di Cuneo e, nelle more, trattenuto nel Cpr di Gradisca d’Isonzo. Ma ecco l’ideona di mandarlo in Albania per fare numero, senza un provvedimento scritto e motivato, mentendo sulla sua destinazione, come spiega FQ, e impedendogli di comunicare la decisione ai familiari (da qui il risarcimento in base all’art. 8 della Convenzione europea dei diritti umani). La Corte d’Appello di Roma non convalida il trattenimento perché nel frattempo ha fatto domanda d’asilo e secondo la direttiva Ue l’esito bisogna attenderlo su territorio dello Stato italiano. Insomma, senza l’Albania oggi sarebbe ancora nel Cpr di Gradisca oppure rimpatriato. Ma Giorgia se la prende con la “magistratura politicizzata”. Per quanto riguarda il risarcimento alla Sea Watch, come spiega Pagella Politica, la decisione del Tribunale di Palermo applica un principio di diritto generale: quando lo Stato viola una norma e da quella violazione deriva un danno economicamente dimostrato, quel danno va risarcito. In questo caso parliamo della norma che impone all’amministrazione di rispondere entro termini precisi a un ricorso contro un sequestro amministrativo. Un termine perentorio di dieci giorni che, secondo la legge, se non viene rispettato si intende legalmente accolto. La nave è stata ferma per altri due mesi. Ma Giorgia anche qui se la prende con la “magistratura politicizzata” e approfitta per la solita esibizione muscolare ribadendo che loro continueranno a battersi per “far rispettare le leggi dello Stato italiano”. Evidentemente è un discorso che vale solo per gli altri.

... il Governo Meloni! ...

Ci risiamo. 

Fratelli d’Italia doveva mandare qualcuno davanti alle telecamere per commentare la sentenza Sea Watch, quella che condanna lo Stato a risarcire la ONG con 76mila euro. Potevano mandare chiunque. Hanno mandato proprio lei, Augusta Montaruli, che ha dichiarato: “Il fermo dell’ONG Sea-Watch costerà agli italiani 76mila euro. È l’amara beffa dell’ennesima sentenza ideologica, un motivo in più per sostenere la riforma e separare politica da magistratura”. Lo dice la stessa Augusta Montaruli condannata in via definitiva dalla Cassazione per peculato. Quella che con i soldi pubblici, per la precisione 25mila euro, si comprava borse Borbonese, vestiti Hermès, cristalli Swarovski. Quella che si faceva rimborsare cene, bar, pasticcerie, pacchetti di sigarette, gianduiotti. Quella che comprava orologi Swatch come regali a spese nostre. Quella che si faceva rimborsare un micro-rasoio comprato in autogrill “in offerta speciale.” Quella che acquistò i libri “Mia suocera beve” e “Sexploration. Giochi proibiti per coppie”. Tutto con i soldi dei cittadini italiani. E questa donna si presenta davanti alla telecamera e dice: “È l’amara beffa dell’ennesima sentenza ideologica, un motivo in più per sostenere la riforma e separare politica da magistratura”. Lo dice una condannata in via definitiva per aver usato i soldi pubblici come il proprio bancomat personale. Lo dice una che la magistratura l’ha incontrata da imputata e poi condannata. E lo dice commentando una sentenza in cui lo Stato viene condannato a pagare 76mila euro. Lei che con i soldi dello Stato ci comprava le borse. E adesso va in televisione a spiegare agli italiani che le sentenze sono ideologiche e che la magistratura va riformata. La pregiudicata che fa la morale ai giudici. La condannata per peculato che si indigna perché lo Stato deve risarcire (giustamente!) 76mila euro. 
In un Paese normale sarebbe una barzelletta. 

 In Italia è semplicemente il Governo Meloni. 

 Roberto Ghetti.

... gentaglia!! ...

𝐌𝐚 𝐝𝐚𝐯𝐯𝐞𝐫𝐨 𝐟𝐚𝐫𝐞𝐬𝐭𝐞 𝐭𝐨𝐜𝐜𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐂𝐨𝐬𝐭𝐢𝐭𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐚 𝐠𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐜𝐨𝐬ì? 


il buongiorno di Giulio Cavalli 


 Sergio Mattarella entra a Palazzo Bachelet alle 9.50, presiede la seduta ordinaria del Consiglio superiore della magistratura e pronuncia poche frasi che pesano come una censura istituzionale. In undici anni al Quirinale una scena del genere non si era mai vista: «mi hanno indotto a questa decisione la necessità e il desiderio di sottolineare ancora una volta il valore del ruolo di rilievo costituzionale del Csm» e di ribadire «il rispetto che occorre nutrire e manifestare, particolarmente da parte delle altre istituzioni». Il riferimento alle parole del ministro della Giustizia è evidente. Carlo Nordio aveva parlato di «metodi para-mafiosi» attribuiti all’organo di autogoverno. Il capo dello Stato risponde senza nominarlo e ricorda che il Csm «rimane e deve rimanere rigorosamente istituzionale». È un richiamo pubblico, formale, scolpito nel luogo in cui la Costituzione assegna al presidente della Repubblica la presidenza di diritto del Consiglio. Qualche ora dopo, Nordio cambia tono. «Apprezziamo e condividiamo totalmente l’esortazione del presidente della Repubblica» dichiara, assicurando che «mi adeguerò». Giorgia Meloni invece insiste con gli attacchi ai magistrati. Il punto, però, non riguarda soltanto un eccesso verbale. Riguarda il contesto in cui si colloca una riforma costituzionale che incide sugli equilibri tra i poteri. Se il presidente della Repubblica avverte la necessità di intervenire in modo così diretto per ricordare il rispetto tra istituzioni, significa che il livello dello scontro ha superato la soglia di guardia. Affidare una modifica della Carta a un esecutivo che costringe il garante della Costituzione a un richiamo pubblico rappresenta un azzardo politico e istituzionale. 
La fotografia è già completa.

... FASCISTI SCHIFOSI!!! ...

FASCISTI SCHIFOSI 


“Angelo Bonelli, portavoce di Europa Verde, ha denunciato un’ondata di minacce di morte e intimidazioni senza precedenti contro di lui e contro la sua famiglia. «Prenderemo a martellate i vostri figli. Vi spareremo in testa e vi faremo spappolare il cervello». Oppure: «Quel lurido maiale di tuo fratello lo appenderemo a Piazza Maggiore a Bologna a testa in giù, gli staccheremo quella testa». Il clima di odio, caratterizzato da messaggi agghiaccianti e riferimenti ai familiari, è stato alimentato da narrazioni istituzionali che dipingono l’opposizione come complice della violenza. Bonelli ha criticato duramente l’atteggiamento dei ministri Piantedosi e Salvini, colpevoli di trasformare gli avversari politici in bersagli gettati in pasto ai “fascisti digitali” che, sui social e non solo, lo hanno insultato e minacciato in maniera raccapricciante. Richiamando i tragici anni di piombo, Bonelli ci ha messo in guardia contro la delegittimazione democratica e ha ribadito l’assoluta distanza di Alleanza Verdi e Sinistra da ogni forma di brutalità. Contro la criminalizzazione del dissenso ha infine lanciato un appello ai giovani affinché scelgano la "nonviolenza" come unico strumento rivoluzionario per il cambiamento. Le autorità sono state informate dei fatti, che restano una ferita indegna alla convivenza civile. Ma le minacce degli “schifosi fascisti” non spaventano nessuno perché ce lo hanno insegnato i Partigiani e la Resistenza da che parte stare! Non passeranno…”. 

-Maurizio Bonugli. 


#angelobonelli #europaverde #alleanzaverdisinistra #noncifatepaura #antifa #oraesempreresistenza #nonpasseranno #vivalacostituzione #fascistinellefogne #schifosifascisti

mercoledì 18 febbraio 2026

... uno "strano" caso! ...

LO “STRANO” CASO DI FRANCESCA ALBANESE 


Per la maggior parte dei media Francesca Albanese è diventata un nemico pubblico. E non solo in Italia ma anche in Francia, Germania ed altri paesi europei. Ma cosa avrà fatto per inimicarsi i “media” che per la maggior parte sono controllati dai governi, che per la maggior parte sono di destra ? Essendo “Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati” per gli americani e per la maggior parte degli sgoverni europei filo-americani avrebbe dovuto dire che a Gaza và tutto bene, i pochi palazzi crollati sono da attribuire all’esplosione di arsenali di Hamas che hanno causato qualche decina di morti poi cresciuti a dismisura sino ad oltre 70.000 dalla propaganda anti-israeliana. Ora sempre la stessa propaganda anti-israeliana fa vedere centinaia di persone in tende di fortuna invase dall’acqua ma invece la maggioranza della popolazione è ospitata in strutture comodissime dove i palestinesi ingrassano e tutte le sere brindano alla ritrovata unità con Israele. Ma di cosa ci si stupisce? Trump ha più volte dichiarato che le Nazioni Unite andrebbero abolite. E’ una istituzione di cui non comprende la necessità. Lui e l’Amerika sono le NAZIONI UNITE. Al di fuori c’è solo l’oscurantismo e la falsità!! 


ALBANESE: MELONI&C. DEVONO MENTIRE PERCHÉ L’ITALIA È RIDOTTA A STATO SATELLITE 
ALESSANDRO ORSINI – IL FATTO – 17.02.2026 


Sotto il profilo sociologico, il caso di Francesca Albanese è molto interessante perché Aiuta a comprendere come mai uno Stato satellite abbia bisogno di un sistema dell’informazione sulla politica internazionale corrotto come quello che esiste in Italia. Partiamo dalle basi. Uno Stato satellite si definisce come uno Stato la cui politica estera e di sicurezza è controllata da una potenza straniera. Sotto il profilo formale la Repubblica italiana è libera e indipendente. Sotto il profilo sostanziale è controllata dalla Casa Bianca. In politica internazionale, Meloni, Crosetto e Tajani non possono prendere nessuna decisione invisa alla Casa Bianca. Se lo Stato italiano fosse un protettorato o una colonia americana, i governanti italiani non avrebbero bisogno dell ’impression management o “controllo delle impressioni”: un termine che riprendo dall’approccio drammaturgico di Erving Goffman. Meloni, Crosetto e Tajani vivono un inferno quotidiano perché devono fingere di decidere, controllando le impressioni degli elettori. Tuttavia, il controllo delle impressioni dipende dal controllo delle informazioni. Ecco perché l’Italia ha assoluto bisogno di un sistema dell’informazione sulla politica internazionale stra-corrotto. Ne ha bisogno per nascondere il suo satellitismo: chi controlla le informazioni, controlla le impressioni. Il che spiega perché l’Italia sia piena di giornalisti che hanno sprofondato l’Italia nella menzogna e nell’irrealtà. Ma qual è la menzogna più grande su Francesca Albanese sparsa da Meloni, da Tajani, Fratelli d’Italia e Forza Italia? Non è la menzogna secondo cui Albanese è antisemita e non è nemmeno la menzogna secondo cui Albanese sostiene il terrorismo. La più grande menzogna su Francesca Albanese è che il suo ruolo all’Onu preveda equidistanza. I doveri formali di Francesca Albanese, i doveri associati al suo ruolo come relatrice Onu per i territori palestinesi, sono due: difendere i diritti umani dei palestinesi e denunciare le loro violazioni da parte d’Israele. Il ruolo di Albanese le impedisce categoricamente di dire: “Netanyahu ha sterminato 70.000 palestinesi, però, suvvia, Israele ha subito l’attentato del 7 ottobre”. Se Albanese parlasse come Tajani o Meloni dovrebbe dimettersi immediatamente perché il suo ruolo le proibisce di trovare giustificazioni alla furia omicida di Netanyahu, cosa che Tajani e Meloni hanno fatto abbondantemente. Il 12 gennaio 2025, quando i civili palestinesi uccisi da Netanyahu arrivavano fino in cielo, Tajani ha dichiarato a Report (Rai3): “Israele non ha compiuto crimini di guerra”. Il 3 marzo 2026 uscirà il mio nuovo libro: Disinformazione. La manipolazione dell’opinione pubblica nelle democrazie occidentali (PaperFirst) in cui ho documentato che gli italiani non sono manipolati dal Cremlino, bensì dal vertice della Repubblica italiana, come dimostra l’audio manipolato di Albanese, usato da Tajani per chiederne le dimissioni: altra gigantesca campagna di disinformazione. Ogni classe governante manipola la propria classe governata. Il fatto che Albanese sia accusata falsamente dai parlamentari di Fratelli d’Italia e di Forza Italia di essere antisemita e di sostenere il terrorismo è possibile soltanto in uno Stato iper-corrotto da una potenza straniera, dove il governo mente nella più totale impunità. Dopo avere orchestrato una gigantesca campagna d’odio contro Albanese, Meloni e Tajani si lamentano delle campagne d’odio contro di loro. Nell’Italia di Meloni, la menzogna è istituzionalizzata perché proviene dalle istituzioni. 


 Mauro Coltorti.

... Amarcord 2! ...

Cosa avvenne nel 2005 e come arrivò Cairo al Torino? In quel giugno, mentre il destino del Torino Calcio era appeso a un filo, c’era chi, lontano dai riflettori, cercava concretamente una strada per evitare che tutto finisse nel nulla. Tra questi, l’avvocato Pierluigi Marengo, insieme a Sergio Rodda e Gianni Bellino, iniziarono a studiare con attenzione le carte federali relative al Lodo Petrucci, l’unico strumento che avrebbe potuto consentire al club di ripartire dopo il fallimento. L’idea era semplice ma tutt’altro che scontata: prepararsi al peggio. Se davvero il Torino non fosse riuscito a salvarsi, bisognava farsi trovare pronti. Il Lodo Petrucci prevedeva una procedura precisa: entro metà luglio andava inviata alla Federazione Italiana Giuoco Calcio una richiesta formale, a nome di una società di capitali, accompagnata da una fideiussione bancaria da 50.000 euro. Marengo e i suoi collaboratori si mossero subito. Predisposero la domanda, ottennero la fideiussione dalla Banca Popolare di Novara e inviarono tutto a Roma. Un atto concreto, con soldi veri e responsabilità personali. Ma nella loro testa c’era una convinzione: non sarebbero stati soli. Vista la storia del Torino, il peso della sua tradizione e il numero di imprenditori e tifosi illustri che da sempre dichiaravano amore per il club, era naturale pensare che sarebbero arrivate molte richieste di ammissione al Lodo. Dieci, forse dodici? Non solo da Torino, ma anche da fuori città. Sembrava impossibile che nessuno si facesse avanti per salvare il Toro. La sera della scadenza, Marengo era a cena in un ristorante in corso Moncalieri insieme a Sergio Rodda, Gianni Bellino e altri amici, tra cui Massimo Tesio, che di lì a poco sarebbe diventato addetto stampa. Allo scoccare della mezzanotte, la curiosità prese il sopravvento. Marengo chiamò l’avvocato della Federazione che stava seguendo le domande di ammissione al Lodo, per sapere quante richieste fossero arrivate. La risposta fu tanto ironica quanto spiazzante: «Collega, ce l’hai un paio di scarpette bullonate?» «Perché?» «Perché mi sa che l’anno prossimo devi giocare tu.» Non era arrivata nessun’altra domanda. Solo la loro. Il confronto con altre realtà rendeva il quadro ancora più amaro: per il Perugia, fallito in Serie B e destinato a ripartire dalla C, erano arrivate sette istanze. Il Torino, fallito da promosso in Serie A e quindi con la possibilità di ripartire dalla Serie B, aveva ricevuto una sola richiesta. Nessuno in città, nessuno tra i tanti tifosi VIP pronti a dichiararsi granata sui giornali, aveva messo soldi o si era esposto per tentare davvero di salvare il club. Pochi giorni dopo, il 19 agosto, l’avvocato Pierluigi Marengo partecipò a una conferenza stampa in cui venne chiarito che il pacchetto del Torino Calcio sarebbe stato ceduto a Urbano Cairo. Fu in quel momento che il gruppo avanzò una proposta precisa: Cairo avrebbe potuto acquisire l’80% della società, lasciando un 20% a loro, con un investimento reale a capitale. Non si trattava di una richiesta di potere. Anzi. Con l’80% si è già padroni di tutto, non cambia nulla rispetto ad avere il 100%. L’unico senso di quel 20% era un altro: restare dentro per controllare. Vigilare sui bilanci, sulle spese, sulla gestione. Dopo il trauma del fallimento, maturato anche per mancanza di controlli, l’idea era che un gruppo di tifosi veri, che mettevano soldi propri, potesse fare da presidio, da coscienza interna. La risposta di Cairo fu netta: o il 100%, oppure niente. In quei giorni anche il sindaco Sergio Chiamparino provò a mediare, chiedendo a Cairo di riconoscere almeno a Marengo e a Sergio Rodda un posto nel Consiglio d’amministrazione. Ma la proposta non convinse nessuno. Cairo si oppose e, allo stesso tempo, gli stessi interessati non la ritenevano dignitosa. Restare lì dentro solo per occupare una poltrona, senza una quota e senza la possibilità reale di incidere o controllare, sarebbe stato, a loro giudizio, umiliante. E così dissero no anche loro. Resta il racconto di quei giorni convulsi, fatti di notti insonni, telefonate, fideiussioni e speranze. E resta soprattutto una fotografia nitida di quel momento storico: quando il Torino rischiava di sparire e, tra tanti proclami d’amore, furono pochissimi quelli disposti davvero a metterci la faccia e i soldi. 


#FVCG #SFT #TorinoFC #Torino #granata #Toro

... Amarcord!! ...

Ieri sera ci pensavo, così, senza motivo. A cosa resta attaccato uno dopo vent’anni di presidenza di Urbano Cairo? Quando se ne andrà (o meglio ancora quando avrà stirato le calzette) cosa ci resterà tra le mani? Polvere? O peggio, niente? Provo a scavare. Allenatori, giocatori, partite, ma è come mettere le mani in un cassetto vuoto. Del Toro di prima no. Quello mi vive ancora addosso. Del Toro di quando ero bambino, ragazzo, giovane uomo, ho tutto stampato in mente, tutto impresso. Gol, emozioni, facce dei giocatori. A volte non campioni: semplici giocatori. Partite di campionato, di coppe europee, di coppa Italia, persino le amichevoli: se apro un cassetto della memoria salta fuori di tutto. Non necessariamente cose belle, perché il Toro è sempre stato come la vita: più dolori che gioie, più rimpianti che soddisfazioni, più amarezze che felicità. Ma come la vita il Toro é sempre stato una cosa bella. Di tanto in tanto da quei cassetti qualcosa salta fuori senza chiedere permesso. Mi ricordo quattro pallini al Nantes di Burruchaga. Mi ricordo Paolo Beruatto da Cuorgnè e Dante Bertoneri, coi baffetti da sparviero. Mi ricordo una partita col Boca Juniors, vinta 3-0, inutile per tutti ma non per me. Mi ricordo il torneo di Amsterdam, l’87, e Bresciani che a diciotto anni batte la Dynamo Kiev. Mi ricordo De Finis che chiedeva di sputargli in faccia. Mi ricordo i ragazzini di Vatta della maledetta stagione 88/89 e sembrava così impossibile che si rischiasse sul serio la serie B. Donatello Gasparini, il povero Catena, Alvise Zago, Gallaccio, Bolognesi, Ferretti, Benito Carbone. Il nuovo Crippa, Landonio, che invece di Crippa si rivelò essere un piatto di trippa. Mi ricordo Sergio Fava del Bra che fa un tunnel a Pasquale Bruno in amichevole, e Pasquale che, per ringraziarlo, gli fa tibia e perone chiudendo anticipatamente la sua stagione. Mi ricordo la mia collezione di Alé Toro e l’orgoglio di entrare comunque in classe con una sciarpa granata al collo dopo un derby perso 5-0. Mi ricordo Martin Vazquez accolto in aeroporto come il Papa nelle Filippine. Mi ricordo la scritta Beretta sulla maglia, in stagioni nelle quali l’unica cosa che temevi era di essere chiamato affettaprosciutti. Mi ricordo Borsano Vattene, Goveani vattene, Calleri vattene, pezzenti andatevene, Cimminelli e Romero tutti e due al cimitero. Mi ricordo Marcelo Saralegui spacciato per fenomeno da Paco Casal. Mi ricordo picchia forte picchia duro picchia solo Diawara, a cui il giudice sportivo da tre giornate di squalifica apposta per fargli saltare il derby. Mi ricordo Hakan Sukur al bar dell’albergo in Trentino: “succo pesca” ed il barista crucco, perso: “zcuzi, io no capito” e lui, senza cambiare faccia: “succo mela”. E bastava quello. Una scena così e ti rimaneva dentro per anni. Mi ricordo la rabbia, le botte, le cose sbagliate al momento giusto. Mi ricordo Roberto Maltagliati, butterato, che segna al Monza l’unico gol della sua vita mentre la moglie è al cesso col bambino. Perfetto. Assolutamente perfetto. Mi ricordo di “ohi ohi ohi il Pelato è uno di noi”. Mi ricordo dei genovesi, delle botte a Casazza e di quelle a Gaucci. Mi ricordo gli idranti puntati contro di noi in via Cibrario, quando le manifestazioni le facevi col tam tam e senza chiedere autorizzazione. Mi ricordo la sede spostata in un magazzino…ed il letame davanti. Almeno quello aveva un odore vero. Ed io c’ero. Sempre. Adesso invece niente. Silenzio. Da quando il Toro è diventata Cairese provo a ricordare. Davvero. Mi sforzo. Ma è tutto uguale. Facce che scivolano via. Partite che non lasciano graffi. Gente che arriva, prende il suo stipendio , e sparisce senza neanche disturbare. Mantova? Bilbao? Il Gallo che alza la cresta? Maxi e la sua lavatrice? La folla per Joe Hart in prestito secco? Poca roba, poca roba davvero. Fatico a mettere insieme dieci cose da portare al futuro. Non è l’età. È peggio. È il vuoto. Quando Cairo se ne andrà (o sempre meglio ancora quando avrà stirato le calzette) non resteranno neanche le macerie. Quelle almeno fanno rumore. Qui no. Qui resta aria fritta. Un deserto pulito, dove anche i ricordi mollano. Vent’anni. Quasi metà della mia vita. Ed io non ho niente da portarmi via, maledetto. 

 Ernesto Bronzelli.

martedì 17 febbraio 2026

... miseria di governo!! ...

𝐃𝐞𝐜𝐫𝐞𝐭𝐨 𝐮𝐫𝐠𝐞𝐧𝐭𝐞, 𝐚𝐩𝐩𝐫𝐨𝐯𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐫𝐢𝐦𝐚𝐧𝐝𝐚𝐭𝐚: 𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐚𝐠𝐚𝐧𝐝𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐥𝐚 𝐫𝐞𝐚𝐥𝐭𝐚̀ 


Il #buongiorno di Giulio Cavalli 

 Lo avevano raccontato come un’urgenza nazionale. Un argine immediato al caos, una risposta muscolare, un segnale da dare “subito”. Poi il decreto Sicurezza si è fermato. Bloccato su una scrivania della Ragioneria dello Stato, in attesa della bollinatura. Due settimane. Per un provvedimento definito improcrastinabile. La scena è semplice: conferenza stampa solenne, parole di ferro, tono da stato d’assedio. Subito dopo, la contabilità. Del resto i decreti costano. Anche i fondi per la sicurezza urbana costano. E se ci pensate bene le nuove assunzioni costano. Le misure simboliche hanno un prezzo che va scritto riga per riga. E lì la retorica lascia spazio ai numeri. La Ragioneria chiede coperture solide, formule corrette soprattutto saldi coerenti. Senza quel sigillo il testo resta carta politica. Senza firma del Colle resta annuncio. Se non sta sulla Gazzetta Ufficiale è solo uno slogan. La miseria politica sta tutta qui: l’esecutivo invoca l’emergenza e poi inciampa sui conti. Rivendica rapidità ma resta in attesa di una verifica tecnica e così la sicurezza agitata come vessillo identitario finisce nel cassetto delle compatibilità finanziarie. Ogni giorno che passa accorcia il tempo per la conversione parlamentare. Ogni giorno espone l’improvvisazione di chi ha costruito la narrazione prima della struttura normativa. Un decreto urgente che aspetta la calcolatrice racconta molto più di qualsiasi comizio. Racconta un governo che corre davanti alle telecamere e frena davanti ai capitoli di bilancio. Racconta una priorità proclamata a voce alta e sospesa tra commi da riscrivere e cifre da sistemare. La sicurezza promessa al Paese, per ora, resta in fila alla Ragioneria. E quella fila pesa più di qualunque slogan.

... è già Regime? ...

Siamo al Regime. Ormai non fanno neanche nulla per nasconderlo. Siamo alle liste di proscrizione. il Governo ha chiesto all’Associazione nazionale magistrati di rendere pubblici i nomi dei finanziatori del comitato "Giusto dire No" il principale tra i soggetti creati per la campagna contro la Riforma della Giustizia. Un’iniziativa giudicata dagli stessi magistrati come chiaramente intimidatoria e volta a scoraggiare chi vuole contribuire alla campagna del No. Una richiesta peraltro, di fatto illegale in base alla legge sulla privacy, che appunto garantisce la riservatezza degli aderenti e dei finanziatori delle associazioni private e impone di nominare un responsabile del trattamento dei dati. Infatti nemmeno la stessa Anm ha a disposizione l’elenco dei nomi: "in sostanza Nordio ci sta chiedendo di commettere un reato" fanno notare i magistrati. Inoltre secondo numerosi giuristi la normativa italiana già prevede obblighi stringenti sulla rendicontazione delle donazioni, con controlli affidati agli organismi competenti. Siamo dunque di fronte ad una forma di pressione indiretta su cittadini e sostenitori di una posizione politica legittima. Diversi esponenti dell’opposizione hanno parlato apertamente di un rischio di "liste di proscrizione". Ormai la loro intenzione chiara di instaurare un Regime manco la nascondono più. Ma il popolo cosa aspetta a mandarli a casa iniziando da un sonoro No a questa riforma? 

Mario Imbimbo.

... chez O - LEANDRO ...

... stamane appuntamento dal dentista Allais alle 10,30 per la mia detartrasi e per il saldo delle prestazioni (euro 560,00) - livello placca 69!

lunedì 16 febbraio 2026

... l'incognita Vance ...

_____JD VANCE______ 


C’è qualcosa in JD Vance che mi colpisce – e non in senso positivo. Non è solo la politica. È la traiettoria. È la metamorfosi. -Prima di diventare vicepresidente degli Stati Uniti, Vance è stato il ragazzo dell’Ohio povero, cresciuto in una famiglia disfunzionale tra dipendenze e precarietà. Una storia dura, vera, americana fino al midollo. Con quella storia ha scritto “Hillbilly Elegy”, un memoir che racconta la povertà bianca degli Appalachi, la rabbia sociale, l’abbandono, l’illusione e la disillusione del sogno americano. Quel libro lo rese una voce critica del trumpismo nascente. Perché sì, all’inizio Vance __detestava Trump. Lo definì un pericolo, un imbroglione, persino “l’Hitler americano” in messaggi privati poi resi pubblici. Era l’uomo che vedeva nel populismo un inganno per la stessa classe sociale che diceva di difendere. Poi qualcosa cambia. Vance entra nei circuiti finanziari della Silicon Valley, -frequenta ambienti conservatori sempre più strutturati, -viene sostenuto da grandi donatori. E lentamente riscrive la sua posizione. Non più critico. Non più scettico. Diventa un convertito. E spesso i convertiti sono i più zelanti. Oggi appare politicamente innamorato di Donald Trump. Difende ogni scelta, amplifica ogni linea, incarna la versione più ideologica del trumpismo: nazionalismo economico, retorica identitaria, attacco alle élite… quelle stesse élite che lo hanno formato e lanciato. È una trasformazione che lascia interrogativi. E non perché le persone non possano cambiare idea. Possono, certo. Ma qui non sembra un’evoluzione lenta, sofferta, maturata. - Sembra un riposizionamento chirurgico. Sul piano personale, Vance è sposato con Usha Vance, avvocata di origini indiane, brillante, formata a Yale. Un matrimonio che racconta un’America mescolata, complessa, lontana da certe semplificazioni identitarie che lui stesso oggi alimenta politicamente. Anche questo crea una tensione evidente -tra biografia privata e -narrazione pubblica. Il punto non è attaccare la sua storia di riscatto. Quella merita rispetto. Il punto è un altro: __quando un uomo costruisce la propria credibilità sulla denuncia delle illusioni e poi abbraccia con entusiasmo il leader che prima definiva pericoloso, la domanda non è se abbia cambiato idea. __La domanda è perché. Ambizione? Opportunità? Calcolo? O convinzione autentica? A volte dà l’impressione di essere più trumpiano di Trump, come se dovesse continuamente dimostrare la propria fedeltà. E questo produce una sensazione di artificio. Di bronzo lucidato fino a sembrare oro. JD Vance incarna una figura nuova nella politica americana: __l’intellettuale che diventa populista, __il critico che diventa paladino, __il narratore del disagio che finisce per cavalcarlo. E forse è proprio questa la sua cifra più inquietante: non la rabbia. Non l’ideologia. Ma la capacità di adattarsi al vento senza che sembri mai muoversi. 


 Gloria F. Turacchi.

... un fastidio!! ...

𝐋𝐚 𝐂𝐨𝐬𝐭𝐢𝐭𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐟𝐚𝐬𝐭𝐢𝐝𝐢𝐨, 𝐓𝐫𝐮𝐦𝐩 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐨𝐩𝐩𝐨𝐫𝐭𝐮𝐧𝐢𝐭𝐚̀ 

Il #buongiorno di Giulio Cavalli 


Giorgia Meloni porta l’Italia dentro il “Board of Peace” voluto da Donald Trump. La formula scelta è quella dell’osservatore. Una presenza senza adesione formale al trattato, spiegano da Palazzo Chigi. Un modo per restare al tavolo evitando l’impatto diretto con l’articolo 11 della Costituzione, che consente limitazioni di sovranità solo in condizioni di parità e per finalità di pace e giustizia tra le nazioni. La premier lo aveva indicato come ostacolo. Poi, da Addis Abeba, ha annunciato la partecipazione italiana: «Siamo stati invitati come Paese osservatore» e «penso che risponderemo positivamente». L’invito è arrivato il giorno prima. La decisione è maturata in poche ore. Intanto il governo prende le distanze dalle critiche europee al progetto trumpiano e lavora per coinvolgere altri Paesi dell’Unione. La distinzione pesa. Il limite evocato è quello tecnico, come se la politica fosse un orpello. Come se, superato l’ingombro formale, l’adesione potesse diventare naturale. l’Italia quindi si siede a un tavolo costruito fuori dai meccanismi multilaterali esistenti, contribuendo a legittimare un’architettura alternativa che divide l’Europa e alleandosi di fatto con chi da mesi si adopera per distruggere il diritto internazionale. Conviene ricordarsene quando questo stesso governo vuole aprire il cantiere delle riforme costituzionali con il prossimo referendum. Se la Costituzione è percepita come un intralcio e non come una bussola, il rischio non è solo cambiare un articolo. 
È cambiare il rapporto tra il potere e il limite che lo contiene.
L’Italia di Giorgia Meloni entrerà nel cosiddetto “Board of Peace” di Donald Trump. Ma lo farà dalla porta si servizio, ufficialmente solo come “osservatore”. Che è un modo ipocrita e furbetto per fare ciò che la Costituzione esplicitamente le vieta. In un colpo solo il governo Meloni è riuscita: Ad aggirare ed eludere l’articolo 11 che impedisce all’Italia di aderire a organizzazioni internazionali, se non in condizioni - inesistenti in questo caso - di parità. A baciare la pantofola a Donald Trump e non irritarlo. Non sia mai. A sostenere un organismo neocolonialista che disporrà a proprio piacimento di ciò che resta di Gaza trasformandolo in un’occasione di speculazione per i pochi soliti noti, sulla pelle dei palestinesi. Mentre il premier spagnolo Pedro Sanchez respinge al mittente l’invito di Trump a testa altissima, la Presidente del Consiglio china il capo al boss americano e fa ciò che l’Italia fa da sempre: schierarsi dalla parte sbagliata della Storia. Senza neanche metterci la faccia. 

Da italiano, non in mio nome. 

Lorenzo Tosa.

... il Male vince sempre? ...

Ci siamo chiesti per decenni come fosse potuto accadere ciò che accadde nella Germania nazista. Ci siamo detti che c’era qualcosa di sbagliato, di malato, in una popolazione e nelle nazioni europee che avevano lasciato fare, assecondato o addirittura partecipato a tutto questo. Ci siamo ripetuti che il male era ben visibile, che gridava alle folle. Che da quel momento in poi sarebbe stato facilmente riconoscibile, e lo avremmo osteggiato e combattuto. E invece oggi sappiamo com’è successo. Perché, in forme diverse, sta accadendo di nuovo. Ora sappiamo che il male non porta necessariamente i baffetti, non ha per forza la testa rasata e non risiede in un unico individuo, leader o meno che sia. Il male è banale e spaventosamente efficace, soprattutto quando ci si abitua a viverlo come normalità. Sigmund Freud e Albert Einstein si interrogarono in un carteggio sul “Perché la guerra?”. Io aggiungerei, perché il male? I pochi Paesi che osano alzare la testa sono soggetti a ricatti e vessazioni di vario tipo. Lo stesso accade ai singoli individui. Le distrazioni di massa continuano a funzionare, sostenute da un bombardamento mediatico che dura da decenni e dalla normalizzazione della guerra e di pratiche che un tempo avremmo definito inaccettabili. Il pensiero critico sembra morto, si procede per cieco tifo, tutto bianco o tutto nero. Il mondo sta morendo, come pianeta e come comunità umana, perché ciò che resta è sempre meno umano. Pochissimi governi sono capaci di guardare appena oltre il proprio naso e di vedere il baratro verso cui ci stiamo dirigendo da tempo. Che infinita tristezza e che dolore, soprattutto per chi, come me, pensa a ciò che stiamo lasciando alle generazioni che verranno. Che eredità è questa? Che insegnamento è? 

 Giovanni Pugliese.

... post partita ...

Riflessione del lunedì mattina in una situazione disperata e con una squadra allo sbando totale senza idee e senza gioco ieri sera si e’ visto un barlume di luce che ha portato i #TH , gruppo non grandissimo ma tosto e compatto come non mai, adottare una strategia ideata in maniera strategica , acquistando i biglietti in Tribuna, in ordine sparso arrivando in uno / due e compattarsi dopo cinque minuti tutti assieme a 5 metri dalla tribuna Grande Torino e contestare pesantemente il Maiale di Masio , mentre gli Ultras stanno fuori a guardare e bere la birretta… Un grande applauso ai #TH gli unici a Torino con la vera mentalità Ultras !!! 

#Respect #TH
Milinkovic Savic, Bellanova, Darmian, Bremer, Buongiorno, Singo, Ricci, Lukic, Immobile, Lucca, Kean. Undici nomi. Undici giocatori. Undici pezzi veri. Undici che oggi, messi lì, uno accanto all’altro, fanno una squadra titolare che vale tra i 200 e i 250 milioni di euro. Non sogni, non nostalgia: valore concreto, cifre vere. E invece no. Perché questa non è una squadra: è un cimitero, un cimitero di ambizioni mortificate. Un cimitero gestito da Urbano Cairo, che negli anni ha fatto una cosa sola con una costanza quasi artistica: vendere tutto quello che aveva un valore, come un rigattiere che svuota casa pezzo dopo pezzo e poi si stupisce di vivere nel vuoto. Non costruire, non proteggere, non crescere: vendere, a volte prima ancora che il pulcino diventasse pollo da mettere all’ingrasso. Bremer? Venduto. Immobile? Venduto. Singo? Venduto. Buongiorno? Venduto. Bellanova? Venduto prima ancora che disfacesse i bagagli, come uno sfratto preventivo. E potremmo continuare con Berenguer, Zappacosta, Ola Aina e tanti altri, limitandosi a quelli ancora in attività. Non inserendo nemmeno i mancati riscatti, per carità patria e gentilezza. Sempre la stessa storia sporca di conti fatti al ribasso ed ambizioni mai nate o abortite, come progetti scritti su carta igienica. Perché il punto non è vendere: il punto è come vendi e soprattutto come reinvesti. Qui si vende e si incassa. E poi si rimpiazza con una figurina presa in saldo, un prestito senza senso o, nel migliore dei casi, uno che costa un quarto, come se bastasse cambiare l’etichetta a una bottiglia vuota per chiamarla vino. E devi pure sentirti dire che è programmazione. No: questa è mediocrità organizzata, messa in fila come prodotti scaduti sugli scaffali. È il risultato di una gestione che si affida all’amico procuratore invece che a gente competente. È il risultato di chi tratta una società come un bancomat e non come una responsabilità, infilando la carta e sperando che esca ancora qualcosa, anche quando sul conto non c’è più niente. Il Torino è stato consumato così, piano piano, goccia dopo goccia, come una perdita d’acqua che nessuno ha mai voluto riparare perché tanto la bolletta la paga qualcun altro. Come l’acqua sulla pietra. E queste non sono opinioni: sono fatti. Perché qualche anno fa il valore della rosa superava i 300 milioni: oggi siamo circa alla metà. Metà valore. Metà ambizione. Zero direzione, come una nave lasciata andare alla deriva con il capitano al bar a contare gli incassi. E in campo? Stagioni anonime. Classifiche grigie. Obiettivi ridimensionati ogni anno un po’ di più, fino a diventare ridicoli, come una promessa che si restringe a ogni stagione finché non resta niente. Prima l’Europa, poi la parte sinistra della classifica, poi salvarsi tranquilli, poi ancora il salvarsi e basta. E avanti così, abbassando l’asticella anno dopo anno, finché non ci finirà dritta in fondo al culo, e a quel punto magari diranno pure che era quello l’obiettivo stagionale. E la cosa peggiore non è nemmeno questo scempio. È il silenzio, quello comodo, quello complice, quello che puzza quasi quanto il resto. Perché bisogna ricordarselo tutto. Nome per nome. Vendita per vendita. Bisogna tenerlo lì, come un conto aperto, ed ogni tanto sbatterglielo in faccia, come uno scontrino che non vuoi pagare ma che continua a tornarti indietro. Perché questa non è sfortuna e non è nemmeno calcio moderno: è una scelta, lucida e ripetuta, ed olezza di merda e fallimento. È ora di aprire la finestra, perché il cadavere puzza.

 Ernesto Bronzelli.


CAIRO: “Baroni scelta giusta per noi… L’Europa? È un obiettivo ma meglio non sbandierarlo troppo…” 

#fblifestyle

domenica 15 febbraio 2026

... Alexei Navalny ...

Ieri è arrivata la conferma: Alexei Navalny è morto a causa di un avvelenamento. L’analisi sui campioni prelevati mostra la presenza di epibatidina, come dimostrato dai test realizzati da Regno Unito, Francia, Germania, Svezia e Paesi Bassi. Non voglio però parlare dell’ennesimo omicidio di Putin, bensì della bassezza umana dei suoi lacchè italiani. La cronistoria è per stomaci forti, preparatevi. Nel gennaio del 2018 Navalny concede un’intervista all’Ansa. Prima ancora della nascita del governo gialloverde, i suoi bersagli sono chiari. “Sono irrazionali e abbastanza irritanti i legami fra il regime di Putin e l’establishment italiano”. Sulla Lega: “La Lega ama molto Putin e Putin ama molto loro”. Sul M5S: “Mi rincresce molto che il Movimento 5 Stelle abbia una posizione favorevole nei confronti di Putin perché, sulla base di quello che dicono, lo dovrebbero odiare”. Nell’agosto del 2020 Navalny viene avvelenato dai russi con il novichok. Si salva per miracolo. Qualche settimana dopo, il 17 settembre, l’Europarlamento vota una risoluzione in cui si chiede un’indagine internazionale sull’avvelenamento di Navalny. La Lega dà voto contrario, il M5S si astiene. In Italia la votazione passa quasi sottotraccia, con il Paese concentrato sull’arrivo della seconda ondata della pandemia. Leggendo oggi le votazioni di Lega e M5S su Navalny, vengono i brividi. Passano quattro anni e arriva la notizia della morte di Navalny. Matteo Salvini reagisce facendo spallucce, dicendo che se ne occuperanno i giudici russi. Il premio “faccia di bronzo” lo vince Giuseppe Conte con questa dichiarazione: “Avevamo chiesto giustizia nei suoi confronti già nel 2020, quando era stato ricoverato in gravi condizioni per l’avvelenamento tramite l’agente nervino novichok”. Le votazioni al Parlamento europeo dicono altro. Passiamo all’altro leader del M5S: Marco Travaglio. Nel suo editoriale scrive: “Per gli anti-russi, Putin non vedeva l’ora di tappare la bocca per sempre al grillo parlante; per i filorussi quel cadavere eccellente serve al mondo Nato per scagliarlo addosso a Putin ora che sta vincendo la guerra in Ucraina e gli Usa e l’Europa si sono abbondantemente stufati di svenarsi per quella causa persa”. Già due anni fa Travaglio parlava di una Russia che stava vincendo la guerra, ma non è questo il tema. Ancora Travaglio: “Se bastasse il cui prodest per accusare Putin di aver ucciso Navalny, allora i fratelli Kennedy sarebbero gli assassini di Marilyn, Schmidt dei capi della Raf, Marcinkus di Calvi, Andreotti di Pecorella, Sindona e tanti altri”. Il manettaro a targhe alterne. Passiamo ad altri due alfieri della galassia filorussa. Alessandro Di Battista, ospite a DiMartedì, tenta la strada della supercazzola. Floris e Bocchino lo ascoltano senza capire il senso delle sua parole, finché Bocchino - ripeto, Bocchino! - non decide che la pantomima può finire, incalzandolo in modo diretto: “Ammettilo che l’ha ucciso Putin”. Di Battista, balbettando, risponde così: “Mi sembra molto strano, sarebbe una follia, in questo momento in cui Putin è più forte rispetto a mesi fa, ordinare l'omicidio di una persona che da mesi è dimenticata”. Chiudiamo con Elena Basile e il suo orripilante articolo pubblicato, ça va sans dire, dal Fatto Quotidiano. “La scomparsa di Navalny è strumentalizzata per sostenere la guerra contro Mosca, per un invio senza termine di armi e finanziamenti. Chi osa affermare che il regime lo lasciava comunicare sui social, non aveva bisogno di ucciderlo in quanto già seppellito in una prigione, oppure che la sua morte giova alla propaganda occidentale, rischia il linciaggio”. Nell’articolo chiama la vedova di Navalny “la sua bionda e fremente moglie”. Fine del racconto. Con la nausea ancora addosso, mi permetto di scrivere una considerazione tentando di non scivolare nell’imbuto dell’hybris o di chissà quale supponenza da inquisitore. Non chiedo che le quinte colonne del Cremlino vengano emarginate dalla società civile, sbattute fuori dalla televisione italiana, dal Parlamento, dagli eventi pubblici. L’eco del loro martirio sarebbe insostenibile. Non chiedo nemmeno di relegarle nelle loro nicchie filoputiniane in modo che non possano inquinare l’opinione pubblica. Spero solo che questi personaggi, in televisione o in fila al supermercato, vengano osservati e chiamati con il loro nome: collaborazionisti. E che il senso della vergogna ritrovi il suo posto nella coscienza collettiva. 

 Mattia Madonia.

... Torino 1 - Bologna 2 ...

... studenti OK! ...

𝐒𝐭𝐮𝐝𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐕𝐒 𝐌𝐨𝐧𝐝𝐨 𝟏𝟎 𝐚 𝟎 


[Premessa: il video nella sua INTEREZZA è difficilissimo da trovare. Questo vi renderà ancora più preoccupati per ciò che sto per dirvi.] 

Ci sono momenti in cui mi chiedo se la mia professione di insegnante abbia un senso. Un giorno ti capita di vedere questo: una signora in videoconferenza (quindi registrata e disponibile per il riascolto, anche per tre, cinque, mille volte) pronuncia in una frase il sintagma A - un noto Stato del medioriente -, e successivamente il sintagma B - «abbiamo un nemico comune» -. Tra sintagma Stato A e sintagma B «abbiamo un nemico comune» ci sono 96 parole. Il legame morfo-sintattico non è né diretto né indiretto: può essere creato solo tagliando in malafede le due parti e mettendole vicine. Dei parlamentari francesi, non avendo voglia di trattare i gravi problemi interni al proprio paese, impiegano il proprio tempo e i soldi pubblici per accusare questa signora di una cosa che non ha detto. Peggio, per chiedere la sua testa. Seguono a ruota molti giornalisti italiani che, invece di ascoltare l’intervento integrale, rimbalzano questa esotica accusa, senza verificarne l’esattezza. Insomma, un distillato di incompetenza. Gente che è pagata spesso con soldi pubblici. Da docente do a tutti un'insufficienza grave, la prova non è superata. 
Per fortuna i miei studenti sono notevolmente più bravi di questi adulti davvero poco poco preparati. Ne sono davvero molto felice. Studente VS Mondo, 10 a 0. 
 Per chi volesse verificare con le proprie orecchie, lascio il link al video originale di X nel primo commento qui sotto. #FactChecking #Informazione #GiornalismoItaliano #ComprensioneDelTesto #Scuola #SensoCritico #Manipolazione #SensoCritico #FakeNews #Informazione --- 


TESTO INTEGRALE TRADOTTO e aggiustato per l’algoritmo Facebook --- 

"Abbiamo trascorso gli ultimi due anni a osservare la pianificazione e la realizzazione di un [crimine internazionale contro un popolo]. E il [crimine internazionale contro un popolo] non è finito. Il [crimine internazionale contro un popolo], inteso come distruzione intenzionale di un gruppo in quanto tale, è ormai chiaramente svelato. Era nell'aria da molto tempo e ora è sotto gli occhi di tutti. È stato difficile raccontare il [crimine internazionale contro un popolo]. Al Jazeera lo sa meglio di chiunque altro nel panorama dell'informazione a causa di tutte le perdite che ha subito come azienda mediatica. Ma nessun altro popolo lo sa meglio degli stessi [abitanti di uno Stato confinante con lo Stato mediorientale in questione]. [Queste persone] hanno continuato a narrare il diluvio sulle coscienze che si è abbattuto su di loro inesorabilmente. E questa è una sfida. Il fatto che, invece di fermare [𝐥𝐨 𝐒𝐭𝐚𝐭𝐨 𝐦𝐞𝐝𝐢𝐨𝐫𝐢𝐞𝐧𝐭𝐚𝐥𝐞 𝐢𝐧 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐢𝐨𝐧𝐞], la maggior parte del mondo lo abbia armato, fornendogli scuse politiche, coperture politiche, supporto economico e finanziario, questa è una sfida. Il fatto che la maggior parte dei media nel mondo occidentale abbia amplificato la narrazione pro [violazione dei diritti umani] e [legato al crimine internazionale contro un popolo] è una sfida. E allo stesso tempo, qui risiede anche l'opportunità. Perché se il diritto internazionale è stato [ferito] al cuore, è anche vero che mai prima d'ora la comunità globale aveva visto le sfide che tutti noi affrontiamo. Noi, che non controlliamo grandi quantità di capitali finanziari, algoritmi e [dispositivi difensivi], ora vediamo che noi, come umanità, 𝐚𝐛𝐛𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐮𝐧 𝐧𝐞𝐦𝐢𝐜𝐨 𝐜𝐨𝐦𝐮𝐧𝐞. E le libertà, il rispetto delle libertà fondamentali, sono l'ultima via pacifica, l'ultimo strumento pacifico che abbiamo per riconquistare la nostra libertà. Ma dobbiamo prendere posizione. Dobbiamo fare la cosa giusta. Tutti noi, nella nostra sfera individuale, come avvocati, giornalisti, educatori, studenti, semplici cittadini, a casa, abbiamo tutti un ruolo da svolgere. E questo ruolo consiste nel cambiare le nostre abitudini: da ciò che scegliamo di comprare, consumare, leggere, fino a come ci poniamo di fronte al potere. Dobbiamo essere in grado di far sentire la nostra voce. Dobbiamo avere la forza di guardarci l'un l'altro, di vedere i nostri fratelli e sorelle e di scorgere in loro degli alleati. E a questo proposito, credo che Al Jazeera abbia una sfida più grande degli altri, perché deve rimanere fedele ai suoi valori fondamentali, fedele alla missione che l'ha resa nota in tutto il mondo: la sua capacità di produrre fatti veri e di marciare verso la giustizia con questi tra le mani. Credo fermamente che la [Stato confinante con lo Stato mediorientale in questione] sarà libera. Credo fermamente che tutti noi saremo liberi, perché c'è troppa coscienza dei diritti umani radicata nel mondo di oggi, dopo otto anni di predicazione e insegnamento dei diritti umani. Ma dobbiamo agire. E il momento è adesso. Quindi, per un '26 di pieno impegno verso l'assunzione di responsabilità e la giustizia." 

Enrico Mecenero.

sabato 14 febbraio 2026

... povera Italia!!! ...

IL RE È NUDO 

Editoriale di Marco Travaglio 

 14 febbraio 2026 

Scandalo, orrore, vituperio! Gratteri ha detto al Giornale di Calabria che al referendum su magistratura e politica “voteranno No le persone perbene che credono nella legalità per cambiare la Calabria” e “voteranno Sì gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente”. Parole inappuntabili, a cui avrebbe potuto aggiungere un’ovvietà: voteranno Sì anche persone perbene disinformate dalla propaganda del Sì, che non hanno capito di fare il gioco di indagati, imputati, massoneria deviata eccetera. La reazione del governo e addirittura dei presidenti di Camera e Senato è stata la stessa che investe i personaggi autorevoli quando dicono che il re è nudo. Nel 2013 Franco Battiato, assessore alla Cultura della Sicilia, disse al Parlamento europeo che in quello italiano c’erano personaggi “che farebbero qualunque cosa… Queste troie che si trovano in giro nel Parlamento dovrebbero aprire un casino pubblico…”. Ovviamente parlava dei voltagabbana che si vendono al migliore offerente, tradiscono i loro elettori e rinnegano tutte le promesse elettorali. Ma le alte cariche dello Stato finsero di non capire, inscenarono la solita fiera del tartufo e insorsero come un sol uomo, dalla Boldrini a Grasso e anche il Quirinale (allora occupato da Napolitano) si fece sentire sotto traccia, finché il presidente Crocetta licenziò Battiato. Ora la scena si ripete con Gratteri. E il bello è che a insorgere sono quelli del Sì che copiano il piano di Gelli (capo della loggia deviata P2), dedicano la schiforma a Craxi (pluri-pregiudicato) e B. (pregiudicato e membro della P2) e si fregiano del sostegno di pregiudicati come Dell’Utri, Previti, Cuffaro, Formigoni, Montaruli, patteggiatori come Toti e Palamara, piduisti come Cicchitto, imputati come Santanchè, condannati in primo grado come Delmastro, indagati autoassolti come Nordio, Piantedosi e Mantovano. Salvini annuncia che denuncerà Gratteri, dimenticandosi di avere anche lui una condanna per razzismo (per il famoso coro “Senti che puzza, scappano anche i cani, sono arrivati i napoletani. O colerosi, terremotati, con il sapone non vi siete mai lavati”). Strepitoso Occhiuto che, in quanto indagato (per corruzione) e fautore del Sì, intima a Gratteri di non ripetere mai più che gli indagati votano Sì. Nordio invece vuole estendere l’altra schiforma piduista, quella sugli esami psicoattitudinali per i neomagistrati, alle toghe a fine carriera (esigenza peraltro già dimostrata dalla sua, di carriera), facendo intendere che Gratteri sia matto. 
E, sia chiaro, probabilmente lo è: se dici la verità in un Paese dove Nordio fa il ministro della Giustizia, devi proprio essere pazzo. 

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... votate pure SI!! ...

Voi che contate i centesimi davanti alla cassa del discount, studiando l’estetica della sottomarca con la dignità di un sommelier del risparmio, mentre il vostro stipendio rimane un’offesa al pudore perché il salario minimo è considerato "un’infamia sovietica" da chi vi governa da oltre tre anni. Voi che odiate con tutto il cuore i "comunisti" – creature mitologiche che non vedete da decenni, ma che chiamate "zecche" per abitudine compulsiva. Li odiate perché sono di sinistra, li odiate perché vorrebbero il salario minimo, la sanità gratuita e i trasporti dignitosi.. in breve, li odiate perché aiuterebbero anche voi, se solo gliene deste il permesso, e questo la vostra fierezza non può sopportarlo. Voi che guardate con disprezzo l’immigrato che si spacca la schiena sotto il sole estivo a raccogliere i pomodori che voi mangerete a cena, e urlate che "vi ruba il lavoro".. quel lavoro che voi non fareste mai per due euro l’ora, ma che vi serve come alibi morale per la vostra rabbia. Voi che aspettate la pensione come il Messia, ma accettate in silenzio che l’età per andarci si allontani come un miraggio, mentre le promesse elettorali sulle accise e sulle tasse si sono sciolte al primo sole di governo. Voi che alla pompa di benzina pagate il pieno come fosse oro colato, ma sorridete perché vi hanno insegnato a dare la colpa a "quelli di prima", a quei famigerati comunisti che, pur non avendo mai governato davvero questo Paese, riescono a sabotare il vostro portafoglio con il solo pensiero magico. Voi che dopo oltre tre anni di questo Governo che difendete come fosse casa vostra, nonostante vi stia togliendo anche le mura, arrivate al vostro momento di gloria, quel momento in cui la realtà viene sacrificata sull'altare del dogma identitario. Voi che, nonostante le tasse non siano calate di un millimetro, nonostante la sanità pubblica sia un reperto archeologico e le liste d'attesa siano più lunghe della vostra pazienza, nonostante vi abbiano tolto il pane per darvi una pacca sulla spalla tricolore... votate Meloni. E al referendum? Voterete SI. Voi compite una scelta precisa, legittima quanto paradossale: quella di confermare la fiducia a chi ha trasformato le vostre necessità in slogan e le vostre difficoltà in colpe altrui. Voterete "Sì" rivendicando il diritto di sostenere un sistema che, nei fatti, non ha mantenuto nessuna delle promesse fatte alla vostra vita reale. Voi rivendicate questa coerenza come un atto d'orgoglio, ignorando che la politica non si misura sulle bandiere che sventolate, ma sulla qualità della vita che vi resta in tasca a fine giornata. Votate pure, allora. Ma fatelo con la consapevolezza che ogni "Sì" che metterete su quella scheda è un altro mattone che aggiungete al muro che vi separa dai vostri stessi diritti.

... San Valentino ...

- È una vergogna! - tuonò Matteo Vicepremier entrando a Villa Patrizi sede del Ministero dei Trasporti. - Ritardi continui! Treni soppressi! Una gestione indegna del servizio pubblico! Io mi impegno personalmente affinché il responsabile paghi per la sua incompetenza! La segretaria alzò lo sguardo spaventata. - Lui c’è? - abbaiò Matteo Vicepremier. - Chi? - Come chi? Il Ministro dei Trasporti. La segretaria esitò – Veramente… - C’è o non c’è questo cialtrone? - Riceve solo su appuntamento. Matteo Vicepremier la ignorò e proseguì a grandi passi verso l’ufficio del Ministro. - Aspetti, non può! È molto occupato! Matteo Vicepremier la fulminò con lo sguardo – Fra poco sarà molto disoccupato. E così dicendo aprì le grandi porte dell’ufficio. Matteo Ministro dei Trasporti si voltò a guardarlo. Per un attimo Matteo Vicepremier esitò. Giravano storie assurde sulla bellezza di Matteo Ministro dei Trasporti, ma Matteo Vicepremier le aveva liquidate come pettegolezzi fra deputati. Ora che gli stava davanti, doveva ammettere che quei racconti non erano affatto esagerati. Matteo Ministro dei Trasporti emanava una palpabile carica erotica. Qualcosa di indefinito, ma selvaggio. Un fascino ruvido, primitivo, che rendeva impossibile staccargli gli occhi di dosso. Matteo Vicepremier esitò mentre il suo sguardo si soffermava sui tratti virili di quel volto, i capelli lucenti, le labbra carnose, la camicia attillata che metteva in risalto il fisico perfetto. Matteo Ministro dei Trasporti sorrise, e Matteo Vicepremier sentì la gola farsi secca all’improvviso. - Sono qui… - cominciò scoprendo che la rabbia aveva lasciato posto a un certo timore. - So perché è qui – Matteo Ministro dei Trasporti gli indicò una sedia – Perché non si accomoda? Matteo Vicepremier indugiò sulla soglia, ma la voce di quell’uomo provocante imponeva l’ubbidienza. Prese posto mentre Matteo Ministro dei Trasporti gli si piazzò di fronte appoggiato alla solida scrivania di legno, le braccia incrociate in una posa che, se possibile, lo rendeva ancora più conturbante. Matteo Vicepremier si sforzò di recuperare l’autocontrollo. - Allora se sa perché sono qui, sa anche cosa sto per dirle. - Ti prego, diamoci del tu. - Questa non è una visita di piacere – sbottò Matteo Vicepremier. Matteo Ministro dei Trasporti si chinò su di lui. Adesso era così vicino che poteva sentire il suo odore, una fragranza maschia che sapeva di piccola-media industria. - E se lo diventasse? - Cosa? - Una visita di piacere. Matteo Vicepremier sentiva la testa girare. Quell’aroma padano e quegli occhi penetranti a pochi centimetri dal suo volto erano troppo. - Questo profumo… - balbettò. - Voiture numéro cinq. Vettura numero 5. - La carrozza coi bagni che funzionano. L'altro annuì sornione. - Io… io… - Tu? Matteo Vicepremier cercò di distogliere lo sguardo, ma Matteo Ministro dei Trasporti gli appoggiò due dita sul mento costringendolo a guardarlo. - Sei molto bello – sussurrò. Matteo Vicepremier sorrise timidamente, - Anche tu – rispose abbassando gli occhi. Matteo Ministro dei Trasporti si avvicinò ancora qualche centimetro, riducendo ulteriormente lo spazio che li divideva. Ora Matteo Vicepremier non sapeva più se il cuore che sentiva battere all’impazzata era il suo o quello dell’ammaliante creatura che gli stava davanti. - Non posso. - Perché? Matteo Vicepremier scosse la testa – Siamo troppo diversi. - Perché? - Perché tu sei fuoco e io sono ghiaccio. Matteo Ministro dei Trasporti adesso era a un millimetro da lui, - E allora lascia che ti sciolga. Il bacio durò quasi quanto l’attesa di un Frecciarossa diretto a Venezia Santa Lucia. Matteo Ministro dei Trasporti si spogliò rivelando il petto tonico e abbronzato, gli addominali scolpiti dalle sagre parevano disegnare tutti gli affluenti del Po. - Ti voglio – gli comandò con la seducente autorità di un capostazione. Matteo Vicepremier si lasciò spogliare, le mani sapienti di Matteo Ministro dei Trasporti gli toglievano un vestito dopo l’altro con la lentezza di un interregionale che ha accumulato 260 minuti di ritardo. In un attimo si ritrovarono avviluppati sopra la scrivania. Due corpi forgiati in anni e anni di duro lavoro in Parlamento che ora frizionavano l’uno sull’altro come vagoni bloccati nella stessa stazione per dodici ore. A un certo punto Matteo Vicepremier sussurrò qualcosa, arrossendo pudicamente. - Cosa hai detto? - domandò Matteo Ministro dei Trasporti. - Ho detto lega...mi. Non ci fu alta velocità quel giorno, ma a ogni gesto, a ogni movimento, a ogni carezza e a ogni spinta fu concesso il giusto tempo e anche di più. Mentre sbirciava quel concentrato di possanza e virilità inchiodarlo ritmicamente alle sue spalle, Matteo Vicepremier si sentì come si sentivano i pendolari a Termini e a Milano Centrale. Amato. Andarono avanti ancora per il tempo che ci vuole a Ferrovie dello Stato per risolvere un banale problema tecnico sulla linea. Quando esplosero al culmine del piacere era quasi notte. Matteo Ministro dei Trasporti porse un fazzoletto a Matteo Vicepremier che lo usò per asciugarsi il viso dal piacere. - Ci scusiamo per il disagio – disse Matteo Ministro dei Trasporti. Risero. Poi restarono abbracciati ancora un po’ per riprendere fiato. - Perché eri passato? - Non me lo ricordo più – sorrise Matteo Vicepremier. - Ti va se ti porto fuori a cena? Matteo Vicepremier sorrise innamorato, - Certo, però prendiamo la macchina. Buon San Valentino a tutti.
... BUON SAN VALENTINO, AMORE!!!

venerdì 13 febbraio 2026

... rinnovo antivirus ...

... oggi ho attivato il rinnovo per l'antivirus Kaspersky Plus per un anno: scadenza 15/2/2027!

... 13 febbraio 1983 ...

𝗜𝗻 𝘂𝗻 𝟭𝟯 𝗳𝗲𝗯𝗯𝗿𝗮𝗶𝗼 𝗺𝗼𝗹𝘁𝗼 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗳𝗿𝗲𝗱𝗱𝗼 𝗱𝗶 𝗼𝗴𝗴𝗶, 𝗾𝘂𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗱𝗲𝗹 𝟭𝟵𝟴𝟯, 𝗯𝗿𝘂𝗰𝗶𝗼̀ 𝗹𝗼 𝗦𝘁𝗮𝘁𝘂𝘁𝗼. 


 Un cortocircuito nel soffitto accese il fuoco poco dopo le 18. Le fiamme corsero tra tende e poltrone in poliuretano, le uscite di sicurezza erano chiuse. In sala scorrevano le immagini de La Capra con Gérard Depardieu. Morirono in 64, vinti dall’acido cianidrico e dal monossido. Oggi una lapide in Largo Cibrario ricorda i nomi. Da quella sera le norme cambiarono volto: più rigore, materiali ignifughi, maniglioni antipanico. Una svolta pagata a caro prezzo, che però i recenti controlli post Crans Montana, hanno di nuovo messo in discussione.



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Intorno alle 18:15, quando la proiezione era iniziata da circa venti minuti, si verificò un'improvvisa fiammata (i sopravvissuti riferiranno di aver udito un tonfo sordo, simile all'accensione di una stufa) causata da un cortocircuito, che incendiò una tenda adibita a separare il corridoio di accesso di destra dalla platea. Il panneggio cadde al suolo e trasmise il fuoco alle poltrone delle ultime file, e ciò ostruì quasi completamente le uscite che si trovavano in fondo alla sala. Qualcuno riuscì comunque a fendere le fiamme e a fuggire; gli altri spettatori, terrorizzati, si lanciarono in massa verso le sei uscite di sicurezza laterali, le quali però erano state tutte chiuse, tranne una, per iniziativa del gestore, allo scopo di impedire che venissero utilizzate per entrare senza pagare. Dall'esterno si udirono le urla e le richieste di aiuto, mentre gli spettatori della platea che erano riusciti a mettersi in salvo raggiunsero l'atrio della biglietteria, dove era presente il proprietario del cinema, il quale cercò inutilmente di calmare gli animi, temendo un'ondata di panico collettivo. A questo punto, secondo la ricostruzione dei fatti, ebbe luogo una serie di errori che risulteranno determinanti nel provocare la strage: le fiamme sciolsero i cavi elettrici, facendo mancare l'illuminazione principale, ma non furono accese le luci di sicurezza tramite l'interruttore ausiliario ubicato dietro la cassa; al contempo la proiezione non fu interrotta, nel tentativo di contenere il panico. Le conseguenze furono catastrofiche: le persone presenti nella galleria percepirono il pericolo solo dopo diversi minuti, solo quando essa fu a sua volta invasa dal fumo. Chi riuscì a rendersi conto della situazione tentò di darsi alla fuga, ma con scarso successo: alcuni si diressero verso l'accesso di sinistra che dava sull'atrio, ma nessuno riuscì a raggiungerlo (in questo punto si conteranno quasi quaranta morti), mentre un'altra parte del pubblico si accalcò verso una porta sulla destra, che però portava alle toilette, quindi ad un vicolo cieco dal quale nessuno fu più in grado di uscire. Altri spettatori inoltre vennero trovati morti ancora seduti in poltrona, rimasti asfissiati ancora prima che potessero reagire. Tutte le vittime vennero inoltre trovate con il viso annerito dal fumo tossico scatenato dall'incendio: la combustione del poliuretano espanso delle poltrone, del rivestimento plastico delle lampade e dei tendaggi alle pareti avevano prodotto esalazioni di ossido di carbonio e di acido cianidrico che avevano saturato i locali, trasformandoli in una sorta di camera a gas e soffocando i presenti in meno di un minuto.

 Il 15 febbraio seguente nel duomo cittadino furono celebrati i funerali di Stato, alla presenza del presidente della Repubblica Italiana Sandro Pertini e del sindaco di Torino Diego Novelli. Nell'incendio persero la vita 64 persone, 32 di sesso maschile e 32 di sesso femminile; la vittima più giovane aveva 7 anni, la più anziana 55.

... governo fascista!! ...

𝐒𝐪𝐮𝐚𝐝𝐫𝐢𝐬𝐭𝐢 𝐜𝐨𝐧𝐝𝐚𝐧𝐧𝐚𝐭𝐢, 𝐢𝐬𝐭𝐢𝐭𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐢𝐧𝐠𝐢𝐧𝐨𝐜𝐜𝐡𝐢𝐚𝐭𝐞 


Il buongiorno di Giulio Cavalli 


La notizia, se si avesse il coraggio di darla per intero, non è che a Bari sono stati condannati dodici componenti di Casapound. Non è nemmeno che cinque di loro siano accusati di ricostituzione del disciolto partito fascista ai sensi della legge Scelba. Quella è la cronaca giudiziaria. La notizia, se il giornalismo facesse il giornalismo, è che i membri di un’organizzazione che ha sostenuto la campagna elettorale di questo governo siano stati certificati come fascisti di ritorno. Gente condannata per «aver partecipato a pubbliche riunioni, compiendo manifestazioni usuali del disciolto partito fascista ed in particolare per aver attuato il metodo squadrista come strumento di partecipazione politica». La notizia è che il ministro dell’Interno Piantedosi, che ama mostrarsi sempre intento a brigare per scovare terroristi veri e presunti, continui a farsi sfuggire un’organizzazione eversiva, forse perché composta da maschi adulti di razza bianca (come direbbe qualcuno) che esultano per i decreti securitari partoriti in fila. La notizia è che perfino le reti Mediaset, e non il governo, si sono accorte che quegli eversori occupano abusivamente un immobile nel cuore di Roma. La notizia è che i giornalisti che ricordano al governo e al ministro la persistente illegalità vengano identificati dalle forze dell’ordine e invitati a non disturbare la pax tra fascisti e istituzioni. La notizia è che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni che ha trovato il tempo di intervenire su un comico che si è autocensurato non abbia trovato il tempo di dirci di Casapound. 

 Questa è la notizia.

giovedì 12 febbraio 2026

... Forza Francesca!! ...

In queste ore la relatrice Onu per i territori palestinesi occupati Francesca Albanese è sottoposta a una gogna spaventosa e di una ferocia inaudita orchestrata dalla Francia e cavalcata indegnamente da tutta la destra di casa nostra, per chiederne la “testa” e le dimissioni dall’Onu. E la “ragione”, a sentire gli indignati a targhe alterne, sono le parole definite “gravissime”, “vergognose”, addirittura “antisemite” (la solita, trita e pigra accusa) che Francesca Albanese avrebbe pronunciato nel suo ultimo discorso di sabato scorso al forum di Al-Jazira. Poi vai a sentire il discorso integrale e scopri che per 3 minuti e 30 secondi Albanese non ha detto nulla che non sia assolutamente e insopportabilmente - per alcuni - condivisibile. Ha parlato di genocidio a Gaza. Ha detto che non è ancora finito, anzi, ora è ancora più visibile. Ha smascherato le finte tregue americane e le inesistenti paci. Ha parlato delle molteplici violazioni del diritto internazionale da parte di Israele. Ha denunciato, soprattutto, il silenzio e della complicità di quasi tutti i governi occidentali. Di tutto quel discorso, inattaccabile, inappuntabile e pure necessario, hanno estrapolato solo quattro paroline. Quattro. “Nemico comune dell’Umanità”. Come se Albanese stesse parlando di Israele. Basterebbe avere la pazienza e l’onestà intellettuale di ascoltarlo tutto quel discorso - e in particolare quel passaggio - per capire che non stava affatto parlando di Israele, semmai del sistema che ha reso possibile il genocidio a Gaza. Cioè anche Noi, come società, i nostri “capitali finanziari”, l’economia di guerra, “algoritmi e armi”. Testualmente, ha detto Albanese: “Il fatto che invece di fermare Israele la maggior parte del mondo l'abbia armato, gli abbia dato scusanti politiche, copertura politica, supporto economico e finanziario, questa è una sfida. Il fatto che la maggior parte dei media occidentali abbia amplificato la narrativa pro-apartheid e genocida è una sfida. E allo stesso tempo, è anche un'opportunità. Se il diritto internazionale è stato pugnalato al cuore, è anche vero che mai prima d'ora la comunità globale aveva visto le sfide che tutti noi affrontiamo – noi che non controlliamo grandi quantità di capitali finanziari, algoritmi e armi. Ora vediamo che noi come umanità abbiamo un nemico comune, e le libertà, il rispetto delle libertà fondamentali, sono l'ultima strada pacifica, l'ultimo strumento pacifico che abbiamo per riguadagnare la nostra libertà". È un discorso di una lucidità disarmante, e proprio per questo hanno preferito ignorarlo, fraintenderlo, equivocarlo. Perché il “nemico comune” di cui parlava Albanese non era affatto Israele in quanto tale, men che meno gli ebrei (sciocchezza assoluta), ma gli stessi che oggi la accusano in malafede di antisemitismo per non dover guardare la verità e la responsabilità politica, economica, MORALE che Francesca Albanese gli ha sbattuto davanti agli occhi. Per questo la attaccano e ne chiedono con la bava alla bocca le dimissioni, spesso senza neanche aver ascoltato mezza parola di quel discorso. Perché gli altri, quelli che lo hanno ascoltato, ne sono stati colpiti drammaticamente nel vivo. E in prima fila l’Italia e il governo e tutta la destra in massa e tutti i negazionisti del genocidio. 
 Perciò solidarietà totale a Francesca Albanese, per quello che ha detto e per quello che ha fatto negli ultimi tre anni, spesso sola a combattere contro un potere quasi assoluto, contro tutto o contro tutti, o quasi. Sappia che siamo in tanti con lei. Anche oggi che non è facile, soprattutto oggi che non è comodo. Ma è semplicemente GIUSTO.

 Lorenzo Tosa.

... Sionismo maledetto!! ...

IL SIONISMO MALE COMUNE DELL’UMANITÀ 

 C’è un pezzo di mondo malato e ricattato - governi, apparati diplomatici, centri finanziari, grandi media - che non sopporta più il dissenso quando tocca il cuore del progetto sionista e delle sue coperture internazionali. Ormai non si limita più a contestare: delegittima, isola, criminalizza. Chi rompe il coro va silenziato ed espulso. Francesca Albanese è una di quelle voci che non si sono piegate. Ed è per questo che viene colpita. La miccia è stata una frase sul “nemico comune” dell’umanità. Da lì è partita una oscena montatura: trasformare una denuncia del sistema globale di complicità in un presunto attacco a Israele come popolo e come nazione. Un ribaltamento utile a spostare l’attenzione dal merito delle accuse - genocidio, coperture, armi, finanza - sul terreno dell’antisemitismo. Il governo francese si è messo alla testa di questa cordata. Magari un giorno scopriremo il perché. Il ministro degli Esteri Jean-Noël Barrot ha parlato di dichiarazioni “eccessive e colpevoli” e ha chiesto che si dimetta dall’incarico. Nel suo intervento, Albanese ha denunciato la pianificazione e l’esecuzione di un genocidio in Palestina. Ha accusato una parte significativa del mondo occidentale di aver armato, coperto politicamente e sostenuto economicamente Israele invece di fermarlo. Ha parlato del ruolo dei media nel consolidare una narrativa funzionale al Sionismo messianico. È un atto di accusa politico e giuridico. Non un’invettiva contro un popolo. La risposta social della relatrice Onu non lascia spazio a equivoci. Va riportata per intero: “Il nemico comune dell’umanità è il SISTEMA che ha permesso il genocidio in Palestina”, ha scritto. “Inclusi i capitali finanziari che lo finanziano, gli algoritmi che lo oscurano e le armi che lo permettono”. Albanese non indica un’etnia, non colpisce una religione, non nega una nazione. Punta il dito contro un Sistema: quello che rende possibile bombardare, affamare, espellere, sapendo di poter contare su protezioni, forniture militari, coperture mediatiche. C’è chi vorrebbe che una relatrice Onu si limitasse a formule neutre, a richiami astratti, a equidistanze rassicuranti. Ma quando il diritto internazionale viene pugnalato sotto gli occhi di tutti, la neutralità diventa complicità. E allora la franchezza non è un eccesso: è un dovere. 

Alfredo Facchini

... un sistema mostro!! ...

𝐓𝐚𝐧𝐚 𝐥𝐢𝐛𝐞𝐫𝐚 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐢 𝐩𝐞𝐫 𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐦𝐢𝐜𝐢 𝐝𝐞𝐥 𝐠𝐞𝐧𝐨𝐜𝐢𝐝𝐢𝐨 

Il buongiorno di Giulio Cavalli 

Non potendo nascondere il genocidio, non essendo capaci di fermare il mostro israeliano che bombarda anche la tregua e non avendo abbastanza schiena dritta per fermare l’illegale colonizzazione della Cisgiordania ieri il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha accusato Francesca Albanese di aver fatto “dichiarazioni oltraggiose e colpevoli” durante il forum di sabato 7 febbraio organizzato da Al-Jazeera e di aver “preso di mira non il governo israeliano, di cui è lecito criticare la politica, ma Israele come popolo e come nazione, il che è assolutamente inaccettabile”. Inutile scrivere che una lunga sequela di giornali, politici e scarsi commentatori italiani si è buttata a pesce sulla crocifissione della relatrice Onu. Non vedevano il momento, forse non ci speravano nemmeno. C’è un piccolo particolare, però. Albanese non ha mai pronunciato quelle frasi. Ha detto, sì, che “noi che non controlliamo grandi quantità di capitali finanziari, algoritmi e armi, ora vediamo che come umanità abbiamo un nemico comune. Il nemico comune dell’umanità è il sistema che ha reso possibile il genocidio in Palestina, incluso il capitale finanziario che lo finanzia, gli algoritmi che lo oscurano e le armi che lo rendono possibile”. E ha aggiunto “noi ora vediamo che come umanità abbiamo un nemico comune e le libertà, il rispetto delle libertà fondamentali è l’ultimo strumento di pace che abbiamo per riconquistare la nostra libertà”: quel sistema. 
 Chi ne fa parte? Sicuramente tra gli altri anche coloro che oggi accusano Albanese.

mercoledì 11 febbraio 2026

... vergogna abissale!! ...

𝐒𝐚𝐧𝐭𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞́ 𝐢𝐧𝐝𝐚𝐠𝐚𝐭𝐚, 𝐌𝐞𝐥𝐨𝐧𝐢 𝐚𝐟𝐨𝐧𝐚 

iI buongiorno di Giulio Cavalli per Left 

La turista al ministero del Turismo, Daniela Santanché, è indagata per bancarotta. Per la precisione, la ministra del Turismo è indagata in un nuovo caso di bancarotta, sempre a Milano, per il fallimento della società Bioera, che si occupava di cibo biologico. È la seconda inchiesta per bancarotta che coinvolge direttamente la ministra. L’altra riguarda invece Ki Group srl, un’altra società dello stesso gruppo e controllata da Bioera stessa. Poi c’è anche un rinvio a giudizio per la vicenda Visibilia in cui Santanché è indagata per falso in bilancio. Il governo Meloni, addirittura Meloni stessa, negli ultimi mesi ha martellato persone colpevoli di scendere in piazza a manifestare il proprio dissenso, anche se pacifici. Negli ultimi mesi il governo Meloni, e Meloni stessa, hanno messo alla gogna coloro che denunciano il genocidio a Gaza. Negli ultimi mesi il governo Meloni, e Meloni stessa, hanno attaccato storici, cantanti, professori universitari, giornalisti (a iosa) e un’altra dozzina di persone di diverse categorie professionali per avere espresso delle idee. Nelle ultime ore il governo Meloni, e Meloni stessa, hanno sprecato quintali di fiato e inchiostro per difendere un comico scarso che si è autocensurato a un festival canoro. Da mesi la presidente del Consiglio non trova un alito, nemmeno una virgola, per parlarci di una ministra che, come unRe Mida al contrario, ha trasformato in fallimento molte delle sue attività imprenditoriali. 
Meloni che parla di tutto, quella con il pugno duro, scodinzola di fronte alla sua ministra. 
Bene, dai.