lunedì 21 aprile 2025
domenica 20 aprile 2025
sabato 19 aprile 2025
... leader mondiale? ...
Gli italiani, che non sono scemi (non tutti, almeno), hanno capito subito che la visita serviva a consolidare una gerarchia, non a stringere mani. Tutti, tranne i media governativi, che sembrano vivere in una realtà parallela, tipo Truman Show, solo con più bandiere e meno ironia.
Trump la riempie di elogi come uno zio ubriaco a un matrimonio, così fuori luogo da sembrare quasi minacciosi. “Una leader mondiale!” esclama, e intanto la guarda come si guarda un’automobile nuova comprata senza leggere il libretto d’uso.
In cambio, l’Italia — cioè noi, cioè voi, cioè tutti tranne quelli che vanno in elicottero — si impegna a comprare più gas, più armi, più promesse. Trump, dal canto suo, non cede su nulla. Dice che i dazi lo arricchiscono, come se fosse un personaggio dei Simpson che si è messo a giocare col protezionismo come se fosse il Monopoli. L’unica contropartita che offre è una vaga promessa di venire a Roma — forse per vedere il Colosseo o forse per capire come fa un paese a crollare con tanto garbo.
Poi c’è il linguaggio dei corpi. Trump che le punta il dito contro come un vecchio direttore di circo che sgrida un leone ammaestrato. E Meloni, che inclina il capo e glielo appoggia sulla spalla, come se stesse cercando conforto in un uomo che non conosce il significato della parola comfort. È stato un momento estetico che definire imbarazzante è come dire che Kafka era un tipo vagamente ansioso.
Meloni parla di "Occidente" e "alleanza", parole che, nella sua bocca, sembrano uscite da un manuale di retorica vintage, mentre il mondo là fuori è già in versione multipolare, multilingue e multisfaccettato. Ma lei resta lì, impassibile, come una statua equestre costruita sul confine sbagliato della storia.
E Trump? Trump ha ragione: Meloni è una leader mondiale. Solo che è il tipo di leader mondiale che fa sembrare l’Italia un assistente di laboratorio che ha dimenticato di indossare i guanti.
In conclusione, l’intero episodio è stato come una cena elegante in cui il cameriere si siede a tavola, il padrone di casa ordina per tutti e tu, italiano medio, paghi il conto senza aver toccato neanche l’antipasto.
©Vikk Paciuko
venerdì 18 aprile 2025
... VENERDI' SANTO ...
Il Venerdì Santo è il giorno che precede di 48 ore la Santa Pasqua e che ha un richiamo fortemente spirituale e religioso, dal momento che vengono ricordate la passione e la crocifissione di Gesù sul monte Calvario, ripercorrendone la sequenza con la via Crucis, che costituisce un rimando al percorso di Cristo con la croce. Alle tre del pomeriggio si celebra la Passione con le letture, l’adorazione della croce e la comunione. Un giorno di grande riflessione per l’intera comunità cristiana
giovedì 17 aprile 2025
... W la Resistenza!! ...
A Cichero, una frazione di San Colombano Certenoli, in Liguria nel piccolo cimitero del paese c'era una lapide che da quarant’anni segnava il riposo eterno di Federico Beronio, nome di battaglia "Zatta", partigiano e vice comandante della Divisione Garibaldina Cichero, uno dei protagonisti della Resistenza ligure.
C'era appunto. Perchè nei giorni scorsi, con un gesto indegno e senza alcun rispetto per la memoria della Resistenza e della famiglia stessa, l’amministrazione comunale, guidata dalla sindaca Carla Casella vicina a Fratelli d’Italia, ha deciso di rimuovere il cippo che ricordava il sacrificio di Beronio. La tomba è stata distrutta, i resti riesumati e sepolti "incomposti" come ha raccontato chi era presente.
Nessuna comunicazione degna di tale nome. Nessun rispetto per i familiari. Nessuna pietà.
Solo silenzio e ghiaia. La giustificazione? La solita burocrazia. Un "rinnovo degli spazi cimiteriali". Ma la verità è che quando a pagare è un simbolo della Resistenza, il dubbio si fa certezza: non è incuria, è un atto politico.
È una scelta. È un messaggio. Un messaggio che puzza di revisionismo e di quella cultura di fondo che ancora oggi fatica a digerire che la libertà in Italia sia nata proprio dall’antif@scismo.
Federico Beronio non era un nome su una lapide. Era parte viva della storia ligure, della noarra storia. Aveva scelto di essere sepolto lì, in quella terra dove aveva combattuto per liberarci. E lì sarebbe dovuto restare. L’Anpi ha giustamente parlato di "sfregio alla memoria". Una sindaca del genere non è degna di indossare la fascia che indossa. Non è degna di ricoprire l'incarico che ricopre. Perchè se lo fa è solo grazie a quella Resiatenza che oggi ha oltraggiato!!!
Mario Imbimbo.
... di caduta in caduta!! ...
Accade che nell'ufficio del ministro della Giustizia, durante l'incontro con la delegazione dell'Associazione nazionale magistrati, il titolare di via Arenula venga fotografato dal suo staff mentre si fuma una sigaretta.
Accade che le immagini siano state diffuse dallo stesso ministero della Giustizia, presumibilmente per errore.
Accade che lo staff del ministro, dopo la marachella di quest'ultimo (che soffre di evidente ipertabagismo), in una nota dichiari che la sigaretta era spenta ma "iconica" come "Humphrey Bogart". E che l'incontro sia avvenuto nello studio privato del guardasigilli, "dove il divieto non si applica".
Risultato dell'incontro: due ore di colloquio su criticità e ingorghi del servizio giustizia ed emergenza carceri, senza alcuna soluzione in vista né impegni concreti presi.
Dunque.
Primo. In Italia, nonostante ci siano norme che vietano di fumare negli uffici pubblici, c'è un ministro della Giustizia che fuma tranquillamente al chiuso, dentro il ministero, sotto una bandiera tricolore, con il suo staff a giustificarlo in maniera ridicola.
Secondo. Il punto non è che carletto nordio stia fumando dove non è consentito.
Il punto è che a farlo è il ministro della Giustizia.
Quello che dovrebbe essere il garante del rispetto delle regole, l'uomo delle leggi, dell'etica pubblica.
Terzo. Se il ministro della Giustizia si sente al di sopra della legge (non in un edificio pubblico pagato da chi versa le tasse e rispetta le regole) stravaccato sul divano con la sigaretta in mano e l'aria da Gesù Cristo, allora vale tutto.
E infatti, in Italia, si può alzare tranquillamente il braccio destro e farlo passare per artrosi cronica, si possono picchiare gli studenti o chiunque manifesti dissenso nei confronti del governo e si possono perfino comperare lauree come se fossero polli allo spiedo al mercato rionale di Strangolagalli.
Avanti così.
Fino all'ultima tirata.
Ve lo avevo indicato qualche giorno fa, ora facciamo il punto.
Il nuovo decreto Sicurezza è un insieme di norme repressive, un segnale politico, preciso e inquietante. Quattordici nuovi reati, pene inasprite per altri nove, aggravanti a pioggia.
Ma soprattutto, un impianto che parla la lingua della paura e della punizione, non certo quella della giustizia o della tutela dei diritti.
E la cosa che fa riflettere, o dovrebbe farlo, è che le critiche arrivano da mondi molto diversi, spesso tra loro distanti: l’Unione delle camere penali, l’Associazione nazionale magistrati, e addirittura i relatori speciali delle Nazioni Unite.
Proprio così: le Nazioni Unite hanno chiesto al governo italiano di revocare il decreto, adottato di fretta e senza confronto, perché mette a rischio libertà fondamentali come quella di riunione, di espressione, di difesa dei diritti umani.
Questo non è più solo un problema interno. È l’immagine dell’Italia nel mondo.
È la direzione che stiamo prendendo, passo dopo passo, decreto dopo decreto: quella di uno Stato che considera il dissenso una minaccia, e chi difende i diritti come un nemico.
Serve una risposta civile, ferma e collettiva.
Perché oggi tocca a chi protesta, a chi migra, a chi difende.
Ma domani?
Non è più tempo di aspettare. Vincenzo D'Agostino
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