mercoledì 6 maggio 2026

... Hannah Natanson ...

La giornalista del The Washington Post Hannah Natanson è stata minacciata, trascinata in tribunale e ha visto l'FBI perquisire casa sua all'alba, sequestrandole telefono, computer e strumenti di lavoro. Non era l'indagata. Era la giornalista. La sua "colpa" sarebbe questa: aver raccontato come l'amministrazione di Donald Trump, con Elon Musk e il progetto DOGE, volesse smantellare lo Stato dall'interno. Tagli, epurazioni, licenziamenti via mail comunicati all'improvviso, agenzie svuotate, servizi pubblici indeboliti, migliaia di lavoratori espulsi e la macchina pubblica trasformata in un laboratorio ideologico. Quel lavoro, costruito con oltre mille fonti federali, protette e ascoltate, oggi ha vinto il Pulitzer Prize per il Public Service, il riconoscimento più importante del giornalismo americano. Il Pulitzer ha premiato proprio questo: aver squarciato il velo di segretezza sulla demolizione del governo federale, raccontandone con precisione il caos e le conseguenze reali e tangibili sulla vita di milioni di persone. 

Mentre il potere intimidiva, lei indagava. 
Mentre cercavano di spaventarla, lei continuava a pubblicare. 
Mentre provavano a zittirla, il suo lavoro faceva luce. 

Il giornalismo non è un crimine. 
Il giornalismo è luce nel buio. 

Testo di Roberto Saviano 

 Paolo Ranzani.

... Valditara delira! ...

Valditara nell’ultima delirante intervista rilasciata a Libero attacca “gli antifa”, sostenendo che sono “intolleranti come lo erano i comunisti". E poi parla di incompatibilità tra chi in questi mesi ha animato le piazze italiane contro il genocidio in Palestina e quelle del 25 aprile o del 1° maggio con la nostra costituzione. Ovviamente si tratta dell’ennesimo tentativo di revisionismo storico. Valditara non soltanto sa benissimo che in Italia i comunisti hanno partecipato alla Resistenza e scritto quella Costituzione che il suo governo vorrebbe stravolgere. Ma sa anche che i movimenti attuali vivono di esperienze e riflessioni che in larga misura travalicano le esperienze e le sconfitte del Novecento. Quello che si vuole attaccare con questa propaganda - e, soprattutto, bloccare coi decreti sicurezza - è una grande massa di persone che finalmente ha deciso di rimettere in discussione un ordine sociale fondato sul privilegio, sulla diseguaglianza, sulla progressiva cancellazione dei diritti faticosamente conquistati. Si usano i fatti del passato come spettri per distrarre le persone da una vita sempre più precaria, da un’inflazione devastante, dal collasso dei servizi pubblici. In questo quadro arriviamo all’assurdo di evocare le morti di Gobetti, Matteotti e Rosselli come strumento per attaccare l’antifascismo contemporaneo. Gobetti morì nel 1926 in esilio a Parigi per le conseguenze delle percosse dei fascisti; Matteotti fu rapito e assassinato nel 1924 da una squadraccia legata al regime dopo aver denunciato in Parlamento le violenze e i brogli elettorali; Rosselli venne ucciso nel 1937 in Francia da sicari legati a gruppi dell’estrema destra francese in collegamento con l’apparato fascista italiano. 

 La verità è che se Gobetti, Matteotti e Rosselli fossero qui sarebbero a lottare contro gli eredi politici di quelli che li hanno ammazzati, contro questo governo e le sue politiche liberticide e classiste.

... chi semina vento ...

𝐂𝐡𝐢 𝐬𝐞𝐦𝐢𝐧𝐚 𝐯𝐞𝐧𝐭𝐨: 𝐆𝐢𝐮𝐥𝐢 𝐞 𝐥'𝐚𝐫𝐢𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐡𝐚 𝐜𝐫𝐞𝐚𝐭𝐨 


Il #buongiorno di Giulio Cavalli 

 Benedetta Fiorini è già stata deputata di Forza Italia poi passata alla Lega, senza precedenti nel settore cinematografico, nel CdA di Enac e appena eletta in quello di Eni. Fino a poche settimane fa era nella sottocommissione del Ministero della Cultura che ha bocciato i 131.000 euro chiesti dal film "Tutto il male del mondo" su Giulio Regeni. Ieri mattina al Quirinale il ministro Giuli ha definito quella bocciatura «un'inaccettabile caduta». Ha promesso «mai più». Giuste parole, per chi ha firmato la nomina. Funziona così: i corpi intermedi imparano a leggere l'aria. La stessa Meloni aveva parlato di "filmopoli del PD". Speranzon (FdI) aveva dichiarato finita la pacchia dei «film inutili coi soldi dei contribuenti». Donzelli scriveva di «mangiatoia» e «case amiche della sinistra». In quel clima nessuna direttiva serviva. Ginella Vocca, unica ad aver dichiarato la propria opposizione nella sottocommissione, si è dimessa scrivendo di essersi «fermamente opposta». Con lei hanno lasciato Paolo Mereghetti e Massimo Galimberti. Nella stessa sessione: un milione al biopic su Gigi D'Alessio, 800.000 a un film di Pingitore. È lo stesso meccanismo che ha prodotto il monologo di Scurati cancellato all'ultimo minuto dalla Rai e la notizia del treno di Lollobrigida data da RaiNews24 solo dopo che il comitato di redazione aveva scritto una nota di protesta. Nessun ordine scritto. Solo l'aria. Giuli si duole. Ma è la stessa aria che il suo governo ha respirato con soddisfazione, presentando ogni finanziamento alla cultura come un furto. Chi semina vento raccoglie tempesta e la chiama «mai più».

... trovo ributtante! ...

So bene che tutto questo non serve a nulla e che le cose continueranno ad andare come devono andare, cioè male. Tuttavia, non so se voi condividete con me il fastidioso disagio e la sensazione di rabbia impotente che provo ogni qual volta giungono immagini sull’orgia di rabbiosa violenza che lo Stato ebraico e il suo governo da oltre due anni stanno perpetrando ai danni di quanti, verosimilmente, ritengono essere i nuovi “untermenschen”. L’esercito che si autodefinisce “il più morale del mondo” invade, occupa, distrugge, perseguita in nome del suo diritto di esistere, negando ad altri quello di vivere. Accanto a quelli in uniforme altri e non pochi cittadini di etnia e religione ebraica (entrambe le definizioni sono sottolineate proprio da quel governo) sono lasciati liberi di uccidere, devastare e rapinare altri uomini da essi stessi ritenuti appartenenti ad un’etnia inferiore o che professano un credo blasfemo. Trovo ributtante spintonare una suora e, una volta a terra, tornare indietro e prenderla a calci. Trovo ributtante picchiare e dileggiare per la via religiosi cristiani. Trovo ributtante radere al suolo interi villaggi in un paese straniero e sovrano. Trovo ributtante sparare sulle ambulanze, falciare gente disarmata che si arrende e costringere più di un milione di persone a sopravvivere tra topi e fame, negando anche la pietà di cercare e seppellire i propri morti. Trovo ributtante che un ministro di quel governo auspichi che in Libano rimanga in piedi qualche villaggio in modo che il proprio figlio possa, a tempo debito, divertirsi a distruggerli e ad uccidere altri esseri umani deprivandoli di ogni speranza. Trovo ributtante che un altro ministro si batta per portare un popolo “all’età della pietra”. Trovo ributtante che un terzo ministro festeggi il proprio compleanno con una torta dove al posto degli auguri la gentile consorte ha fatto disporre una forca di zucchero per ringraziarlo di aver fatto approvare una legge sulla pena di morte per i non appartenenti al popolo eletto. Trovo ributtante far vivere milioni di persone nella paura e continuare a sostenere che lo si faccia anche per me, per salvaguardare la mia civiltà e i valori della democrazia. Ma chi ve ne ha dato il diritto? Chi vi ha autorizzato a parlare anche in mio nome? Per questo trovo ancora più ributtante che il mio paese, il mio governo, il mio parlamento e quelli dell’Unione di cui facciamo parte accettino ancora di avere qualsiasi forma di relazione e collaborazione con questo stato palesemente volto al male. Lasciarli andare per la loro strada non è conveniente? Non è opportuno? Pazienza, ma questo silenzio che avvolge il loro agire ci rende complici e questo si che non è né conveniente, né opportuno. 


Gen. Paolo Capitini

martedì 5 maggio 2026

... SCHIFOSO FASCISTA!!! ...

Sei la seconda carica dello Stato, ti chiami Benito, di primo nome Ignazio, Maria La Russa e disquisisci comodamente seduto in poltrona del nulla invitato ad un eloquente dibattito dal titolo "Dalla parte delle divise" e trovi il tempo di gettare qualche simpatico schizzo di fango su chi invece si mette in mare rischiando la vita per difendere un popolo da un genoc*dio. "Sono manifestazioni strumentali e propagandistiche" sentenzi, "a scarso rischio e a molto ritorno mediatico. Se poi" aggiunge non contento la Russa "hai la fortuna che ti fermano per tre o quattro ore e puoi gridare che sei stato torturato, è il massimo che puoi aspettarti e a cui aspirare". Chissa se sarebbero d'accordo Thiago Avila e Saif Abukeshek, i due attivisti della Global Sumud Flotilla ancora illegalmente detenuti in Isr@ele che sono stati portati alla sbarra con catene a mani e piedi ad Ashkelon e che hanno saputo oggi che la loro detenzione è stata prolungata fino a domenica. Avila è cittadino brasiliano, ma Abukeshek, pur se cittadino spagnolo e svedese è di origine p@lestinese, è secondo la legge voluta da quel criminale di Ben Gvir rischia anche la pena di morte. Mi domando, ma essendo la seconda carica dello Stato, si può esser più disumani, arroganti, ignoranti, spregevoli di quanto lo sia quest'uomo? La risposta è no. Per esserlo devi esser solo un fiero oppositore dell'Antif@scismo possessore di busti di Mussl*ni come lui. Che immane schifo! 

 Mario Imbimbo.

... una lettera ...

𝐋𝐚 𝐥𝐞𝐠𝐠𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐩𝐫𝐨𝐭𝐞𝐠𝐠𝐞 𝐢 𝐜𝐨𝐥𝐥𝐞𝐭𝐭𝐢 𝐛𝐢𝐚𝐧𝐜𝐡𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐦𝐚𝐟𝐢𝐚. 𝐌𝐚 𝐯𝐚? 


Il #buongiorno di Giulio Cavalli 

 Il 20 aprile il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo ha scritto ai ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi, e alla presidente della commissione Antimafia Chiara Colosimo (FdI): la riforma delle intercettazioni produce effetti "oltremodo gravi e allarmanti" sul contrasto alla criminalità organizzata. Una lettera che Colosimo avrebbe tenuto nel cassetto, stando alle accuse M5S. La norma è il divieto di far "circolare" le intercettazioni tra procedimenti, introdotto nel 2023 e confermato dalla legge Nordio. Il principio dichiarato: la privacy. Melillo scrive: si possono usare intercettazioni di un altro procedimento per la ricettazione da furto, ma non per riciclaggio mafioso. Per documento falso, ma non per scambio elettorale-mafioso. Corruzione, reati fiscali, intestazione fittizia: fuori. I colletti bianchi che collaborano con la mafia risultano più protetti di chi ruba uno scooter. Per non perdere le prove, le procure avviano le stesse intercettazioni su ogni fascicolo. I costi lievitano, le risorse si disperdono. Melillo chiede "urgente riflessione": linguaggio istituzionale per una denuncia. Il governo sapeva? Se non aveva valutato questi effetti, ha legiferato sull'antimafia senza consultare chi fa antimafia. Se li aveva valutati, ha scelto di andare avanti. C'è poi un terzo scenario: che la norma producesse un effetto non dichiarato ma non sgradito. I reati di riciclaggio e scambio elettorale collegano la criminalità organizzata alla politica. Sono i reati con gli imputati più eccellenti. Qualunque risposta il governo scelga di dare quella lettera ora esiste.

... tredicesima puntura ...

... stamane corsa alla metropolitana per mancanza di taxi e ritorno a casa un po' più comodo!!

lunedì 4 maggio 2026

... un abisso fascista!! ...

NON È GIORNALISMO, È CIRCO BARNUM. 

 Mettetevi comodi, perché qui siamo al cortocircuito cognitivo totale. 

Da una parte abbiamo i patrioti dell’ultima ora che riscoprono il galateo del giornalismo: "Diffondere notizie senza prove è diffamazione!" urlano contro Ranucci. Dicono che il diritto di cronaca è sacro, ma calunniare no. Bellissimo. Commovente. Quasi ci credevo. Peccato che mentre facevano la morale a Report, la loro stampa di riferimento sparava titoli in prima pagina da fantascienza distopica: “Vogliono indagare Arianna Meloni”. Uno scoop basato sul nulla cosmico, sul vuoto pneumatico, sulle "sensazioni" di Sallusti. 

Facciamo due pesi e due misure? 

Ranucci (Report): Parla di piste, voci di corridoio da verficare, segue filoni, fa domande scomode (che sarebbe poi il mestiere del giornalista). 

La stampa di regime: Inventa indagini inesistenti per gridare al complotto dei giudici, rispolverando lo "schema Berlusconi" per vittimizzare la Premier. 

La differenza è semplice, ma fa male: Una cosa è seguire una pista giornalistica (anche se vi scotta il sedere), un'altra è delegittimare la magistratura inventandosi procure d'assalto che non esistono per coprire i propri fallimenti. 
Gridano alla diffamazione contro i ministri, ma poi usano i giornali come manganelli contro i giudici. 

Siete fantastici: volete la libertà di stampa per inventare indagini, ma volete il bavaglio per chi le indagini le fa davvero. 

Povera Italia. Anzi, poveri noi.

... un PD inquinato! ...

Da iscritta al PD, o meglio, da sognatrice senza scopo di lucro che ha fatto il salto dalla Sinistra Giovanile con l’entusiasmo della venticinquenne con troppo entusiasmo, ammetto che questa storia mi fa ribollire il sangue. Sia chiaro, che Marianna Madia se ne sia andata mi rende felice. Chi se lo dimentica quel "porto in dote la mia straordinaria inesperienza" pronunciato da neoletta. Era l'apice di quella miope deriva giovanilistica veltroniana, capace di premiare i "figli di" ignorando platealmente lo stuolo di attivisti che avevano la stessa età della Madia o della Picierno, ma molta più polvere sulle spalle. E sì, lo confesso: ho rosicato allora e rosico ancora oggi per quella meritocrazia al contrario. Il punto, però, è un altro. Perché solo ora? Mi chiedo quanta credibilità avrebbe recuperato il mio partito se i "Renziani rimasti" non avessero occupato le poltrone per mero calcolo elettorale. Sapevamo tutti a quale Segretario rispondessero davvero eppure sono rimas nel PD a inquinare referendum e linea politica, solo per proteggere quel piccolo tesoretto di voti garantito dal sistema. Penso ai momenti in cui il cortocircuito è diventato insostenibile. Al referendum sul lavoro e all'opposizione dei riformisti in trincea per difendere il Jobs Act. Al referendum sulla giustizia, con quel comitato della "Sinistra per il Sì" privo di ogni legittimazione. Alla difesa cieca di Israele, forse il punto in cui l'abisso morale dei riformisti si è fatto più profondo. Nel frattempo, fuori dai palazzi, tanti compagni hanno continuato a difendere un attivismo puro, totalmente scevro da questi cinici calcoli di bottega. Quindi, sono felice che la Madia sia uscita? Ovvio. Spero che gli altri seguano a ruota? Lo firmo col sangue. Basterà questo esodo per riparare i danni causati in questi anni? Purtroppo, resta il dubbio amaro. Proprio per questo, il mio augurio è uno solo: che il futuro "campo largo", quando dovrà decidere chi coinvolgere, si dimentichi finalmente l'indirizzo di certi riformisti. 

Evitiamo di citofonare. 
Una volta e per tutte. 

 Lucia Coluccia.
Testo di Lorenzo Tosa. 

La notizia è che Marianna Madia ha appena lasciato il Partito Democratico e se ne va - anzi, sarebbe meglio dire torna - con Renzi. Ed è una ottima notizia. Ha scoperto, dopo tre anni dalle primarie, che il Pd di Elly Schlein è un partito di sinistra, che dice e fa finalmente cose di sinistra, o quantomeno di centro-sinistra, non di centro o peggio di centro-destra. Capisco che per la povera Madia tutto questo sia uno shock, ma per un partito che si oppone alla peggior destra regressiva è il minimo sindacale. Meglio tardi che mai, sperando che in molti seguano il suo esempio - a cominciare da Pina Picerno - e liberino il Pd da quell’odore di centrismo e moderatismo pavido troppo spesso spacciato per riformismo. Non credo che in molti ne sentiranno la mancanza. 

Vai avanti così, Elly. Sei sulla strada giusta!

... 4 Maggio 1949!! ...

Il quattro maggio non è una ricorrenza: è una ferita che pretende silenzio. 

Superga non si celebra, si ascolta. Eppure oggi quel silenzio è diventato rumore, rito svuotato, retorica marcia a palate, memoria stirata per stare comoda nelle tasche del presente. 
 Il quattro maggio dovrebbe ricordare che ci sono nomi troppo grandi per essere piegati a scenografia, e storie troppo pesanti per diventare abitudine. Il quattro maggio non chiede artificiosità ma schiena dritta. Chiede pudore. Chiede di guardare quella collina e sentirsi piccoli, ma non rassegnati. Perché se c’è qualcosa che il Grande Torino lascia in eredità non è nostalgia, ma la pretesa di essere all’altezza di chi è venuto prima, e soprattutto di non usare il mito come coperta per scaldare mediocrità presenti. Perché la coperta sarà sempre troppo corta ed i piedi resteranno fuori. 
 Se gli Invincibili potessero essere qui anziché osservarci dal cielo, non servirebbero parole: si alzerebbero, prenderebbero una cassa di pomodori, e li tirerebbero dietro a chi ci ha ridotto così. 

 Perché non c’è nulla di peggio dell’ipocrisia travestita da contrizione. Perché il Grande Torino era rosso come il sangue, qualcun altro, al massimo, rosso di vergogna.

Ernesto Bronzelli.

domenica 3 maggio 2026

... qualcuno lo fermi!! ...

Non è una “scoperta geografica”, è una forzatura politica. 

Il Mediterraneo non è diventato improvvisamente un lago privato. Il punto è un altro, molto più scomodo: il diritto internazionale esiste… ma funziona solo quando conviene a qualcuno farlo funzionare. Sulla carta, la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare stabilisce regole chiarissime: le acque territoriali sono limitate, il resto è mare condiviso. Fine. 
Nella realtà, chi ha forza militare sufficiente prova ad allargare il proprio raggio d’azione, chiamandolo “sicurezza”. E allora la domanda diventa inevitabile: Qualcuno può battere un colpo… oppure il diritto vale solo quando non dà fastidio? 
Qualcuno crede ancora che esista un sistema che faccia rispettare le regole… oppure siamo tornati alla legge del più forte, con un lessico più elegante? Perché il problema non è Israele, o quel singolo episodio. Il problema è quando tutti guardano… e nessuno decide di guardare davvero. 

#globalsumudflotilla

... l'orrenda Israele!! ...

LA FLOTILLA, UNO SPECCHIO OLTRE L'ASSEDIO 


Non è soltanto un carico di aiuti, la #Flotilla è un gesto politico, un atto di testimonianza, una ribellione contro l’assuefazione. Se Israele continua a vedere la potenza militare come l’unica garanzia della sua esistenza, e la gran parte degli israeliani è convinta che tutto gli sia permesso, la presa di parola di cittadini, associazioni, intellettuali ebrei contrari alle politiche governative diventa sempre più essenziale 

I [Disegno di Gianluca Costantini]

... un canto "inclusivo" ...

NO: “Bella Ciao” non era un canto delle mondine che, successivamente, fu adattato e fatto passare per un inno partigiano. Vi prego, basta. È esattamente il contrario: Bella Ciao era un canto dei partigiani che, nel 1951, fu adattato da Vasco Scansani, un ex partigiano, come canto delle mondine nelle risaie. E francamente non se ne può più di quelli che vengono, col ditino alzato, a insegnarti le cose che non sanno. Ci sono poche cose al mondo più fastidiose di un ignorante che pretende di insegnarti le due stronzate che ha imparato guardando i reel di TikTok. Esistono diverse testimonianze sul fatto che i partigiani della Brigata Maiella la conoscessero e la cantassero. Parecchi partigiani delle Brigate Garibaldi operanti nell'Appennino emiliano hanno confermato di averla cantata durante la guerra. È vero, però, che non si trattava di certo del canto più popolare, tra i partigiani. Quello probabilmente era “Fischia il Vento”. Però “Fischia il Vento” aveva una fortissima connotazione comunista (del resto era modellato su “Katyusha” e il testo della versione italiana fu scritto da un altro partigiano: Felice Cascione), e i partigiani non erano tutti comunisti (sebbene questi fossero la maggioranza). Bella Ciao divenne popolarissima più tardi, negli anni 60, un po’ perché era oggettivamente meravigliosa, un po’ perché (indovinate un po’?) fu considerata più “neutrale” (“inclusiva” diremmo oggi), perfetta per unire tutte le anime della Resistenza (comunisti, cattolici, azionisti, liberali, anarchici) sotto un unico inno nazionale. 
Il brano che, oggi, alcuni idioti e alcune idiote canterine considerano “divisivo” divenne così noto proprio perché era perfetto per unire, per rappresentare tutti, insomma. 

 Tutti quelli che non erano fascisti, ovviamente. 

 Emiliano Rubbi.

... un cappio per Ben! ...

Ieri sera, in un moshav vicino Ashdod, Itamar Ben Gvir, ministro della Sicurezza Nazionale di Israele, ha festeggiato i suoi cinquant'anni. Per l'occasione, gli hanno regalato due torte. La prima, a tre piani. In cima, un cappio dorato. Alla base, due pistole puntate su una mappa di Israele che ingloba Gaza e la Cisgiordania. La seconda, gliel'ha portata sua moglie, Ayala. Sopra, di nuovo, un cappio. E una scritta in ebraico: "Auguri al ministro Ben Gvir. A volte i sogni si avverano". Avete letto bene: a volte i sogni si avverano. Il sogno è impiccare i palestinesi. Il cappio rimanda alla legge votata dalla Knesset a marzo 2026: pena di morte per impiccagione per i palestinesi condannati nei tribunali militari. Una legge che Ben Gvir ha cavalcato per anni. Quando è passata, in aula, si è presentato con una spilla a forma di cappio appuntato sulla giacca. E ha brindato con lo champagne. Da quando è ministro, oltre 110 prigionieri palestinesi sono morti nelle carceri israeliane per torture e maltrattamenti. E al cinquantesimo compleanno, una torta col cappio dorato. Tagliata davanti ai vertici della polizia israeliana, invitati alla festa. Tagliata tra le risate degli attivisti dell'estrema destra, dei ministri del governo, degli ospiti che applaudivano. Qual è la differenza tra questi qui e quelli della Germania na*ista? Quale? Lui ride. Lui taglia la torta col cappio. E i suoi sogni, dice, si stanno avverando. 

Ricordatevi questa foto, ricordatevi questi mostri, ricordatevi la torta. Perché un giorno, quando proveranno a raccontare un'altra versione della storia, queste immagini saranno lì. 
A dire come sono andate davvero le cose. 
A dire chi erano. 
A dire cosa hanno festeggiato.
This is the symbol for Israel's final solution for "the Palestinian problem". Anyone that wears it should be tried at The Hague.

sabato 2 maggio 2026

... Grazia Minetti ...

Grazia Minetti: atto di clemenza o corto circuito istituzionale?

 ​La vicenda della grazia a Nicole Minetti, concessa dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, delinea uno scenario istituzionale che va ben oltre l'ordinaria amministrazione. La richiesta di accertamenti urgenti rivolta al Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, suggerisce che non ci troviamo di fronte a un mero passaggio formale, ma a una verifica di tenuta del sistema. ​

Provo a mettere ordine. 

Se gli accertamenti confermassero che l’istruttoria è stata condotta correttamente — nel rispetto dei presupposti giuridici e delle prassi consolidate — la grazia resterebbe pienamente valida. In questo caso, la vicenda si chiuderebbe sul piano procedurale, ma resterebbe aperta su quello politico: la discrezionalità dell’atto di clemenza, quando interseca figure pubbliche controverse, non è mai neutra e sollecita inevitabilmente il dibattito sull'opportunità. Qualora emergessero lacune, omissioni o valutazioni incomplete nella fase preparatoria — di stretta competenza del Ministero della Giustizia — il quadro cambierebbe radicalmente. Se il Quirinale dovesse ritenere compromessa la correttezza del procedimento a causa di informazioni parziali o errate fornite da Via Arenula, si aprirebbe una crisi di fiducia senza precedenti. È bene ricordare che la grazia è un atto formalmente presidenziale, ma sostanzialmente istruito dal Ministero. Se gli accertamenti evidenziassero negligenze gravi, la posizione di Carlo Nordio diventerebbe difficilmente sostenibile. In un sistema di pesi e contrappesi, quando si incrina il rapporto fiduciario su atti così sensibili, le dimissioni non sono solo un’ipotesi, ma una conseguenza della logica istituzionale. Nel caso peggiore, assisteremmo a una frizione tra Quirinale e Ministero: un evento raro che mette a nudo la fragilità degli equilibri tra i poteri dello Stato. La questione, dunque, non riguarda solo una firma apposta su un decreto. È un test sulla credibilità delle istituzioni e sulla trasparenza delle procedure. ​Perché, in ultima analisi, il quesito non è solo se un atto di clemenza possa essere messo in discussione, ma quanto possa costare al Paese un errore quando a commetterlo è lo Stato stesso. 

G.S.

... 1° Maggio down!! ...

Il concertone del 1° Maggio a Roma è stato un fallimento. 

Uno spreco disumano, un'occasione persa. E non parlo di share, di numeri o di presenze, ma chi se ne frega di share, di numeri e presenze. 
Parlo del paniere di simboli che questo evento dovrebbe veicolare, specialmente verso le nuove generazioni. Il Primo Maggio è, o dovrebbe essere, tutela del lavoro, speranza in una tassazione equa, denuncia dei morti bianche, delle donne disoccupate e delle madri costrette a rinunciare alla carriera dopo il primo figlio. Sono "pipponi"? Forse per qualcuno sì. Ma questi "pipponi" sono i nostri diritti. Se accettiamo l'idea che discutere di diritti equivalga a annoiare il pubblico, stiamo spianando la strada al totalitarismo di domani. Il disinteresse verso la politica diventerà così profondo che in futuro potremmo ritrovarci a cedere volentieri il nostro potere a chiunque millanti di "saperne più di noi", senza neppure accorgercene! Partecipare al concertone e parlare di pipponi riferendosi ai diritti è una stronzata. E quando a guardarti dire qiesta roba sono milioni di giovani, è una stronzata e pure pericolosa. Così come lo è, la scelta di evitare termini come "partigiano" preferendo un generico "essere umano" perché considerato "divisivo". Attenzione anche qui, perchè è una strategia pericolosa. È il trionfo dell'equidistanza sulla posizione. È il tentativo di spegnere la coscienza critica in favore di una narrazione neutra che non disturba nessuno, ma che non costruisce nulla. Quando sul palco del lavoro si comincia a non voler disturbare, a dare spazio alla metrica dei follower e al successo commerciale, il messaggio che passa è che il valore di una persona risieda nella sua commerciabilità, non più nella sua dignità di lavoratore o cittadino. 
Noi invece non dobbiamo mai smettere di avere una coscienza politica. Non dobbiamo smettere mai di dare fastidio. 

 Lucia Coluccia.

... Udinese 2 - Torino 0 ...

Ad Udine i giocatori (?) della Cairese si sono presentati come ad una riunione fissata per sbaglio: ci sono andati ma non hanno capito perché. Qualcuno ha provato a fare qualcosa, più per riflesso che per convinzione, come quelli che applaudono quando atterra l’aereo, ma dopo venti minuti anche l’impegno era andato in archivio. La baracconata targata Cairo è ormai diventata un’arte minimalista: ogni anno si toglie un pezzo, ogni stagione si lima un’ambizione, si abbassa l’asticella come in un esperimento di sopravvivenza al ribasso. Una squadra totalmente svuotata di valori tecnici ed umani, come un quadro senza colore, lasciato lì a vedere se regge ancora appeso al muro. Quest’anno il capolavoro: salvezza con il secondo portiere dell’anno scorso, uno che non distingue un pallone da un goldone ed un cazzo da una corda e che anche oggi ci ha tenuto a dimostrarlo. Un campionato talmente sghembo e storpio che, a quattro giornate dalla fine, mezza classifica è già in ferie mentali: un’eternità da passare osservando partite inutili oppure dedicandosi ad altro. Questa tenzone ne è stato il manifesto: ventidue uomini in campo come comparse di un film senza trama, dove anche il regista ha perso interesse a metà delle riprese. L’Udinese vince senza sforzo e senza nemmeno sudare troppo: fa tutto la famiglia nel bosco in maglia granata, che in un sol colpo (dis)onora un campionato al quale non ha nei fatti partecipato, ed il Grande Torino che lunedì sarà salutato a Superga fra selfie, risatine, probabili insulti ai tifosi, ricchi premi e cotillons. 
 Una tifoseria seria pretenderebbe che questi cialtroni su quel colle non si presentassero nemmeno. Ma abbiamo smesso da tempo di esserlo: siamo diventati spettatori rassegnati di un lento naufragio, seduti sul ponte mentre l’acqua sale. 

 Morto il Toro. Morti noi. 

 E andate tutti a fare in culo. 

 Ernesto Bronzelli.

... il sionista Fiano ...

Questa è la storia che gira sui social.


 Testo di Paola Boschin. 

Emanuele Fiano, in testa alla brigata ebraica, si presentano al corteo del 25 Aprile con le bandiere di 2 Stati, USA ed Israele, Stati che ormai possiamo dire criminali e guerrafondai, e poi qualcuno porta anche una foto dello Scià  e insieme a quell'altro che disse "definisci bambino' palesano la loro presenza con chiari intenti atti a provocare scontri. E allora il minimo che ti possa capitare è di venire criticato e anche cacciato via, seppur con le buone maniere e senza arrivare a violenze ingiustificate. E intanto blocchi un bellissimo corteo che voleva solo sfilare in memoria della liberazione e dei partigiani e cittadini morti per cacciare gli oppressori. E Fiano che fa? Va di fronte alle telecamere a frignare e si gioca la victim card, già bella pronta, dice che lo hanno insultato in quanto ebreo, che gli hanno usato violenza, ha parlato di saponette, ha parlato di fascismo rosso, ha parlato di antisemitismo e altre lamentele. Eh niente, ormai è il mantra dei sionisti per ricevere solidarietà da destra e sinistra e centro. Oggi salta fuori che il cecchino che ha sparato con una pistola ad aria compressa a una coppia di anziani dell' anpi, ferendoli, è un ragazzo aderente a una organizzazione estremista, suprematista, razzista, riconducibile all'estrema destra e ciliegina sulla torta, appartenente alla brigata ebraica! 

 Sarebbe interessante sapere cosa ne pensa la povera vittima Fiano. 

 Paolo Ranzani.

venerdì 1 maggio 2026

... sul Fascio non si può! ...

Ieri, durante la conferenza stampa di Giorgia Meloni sul tanto sbandierato “piano casa”, quello con dentro anche la stretta sugli sgomberi più veloci e “garantiti”, a un certo punto è successa una cosa interessante. 
Un giornalista, evidentemente più coraggioso della media, ha fatto la domanda che tutti stavano pensando ma pochi osano dire ad alta voce: 
“Quindi, presidente, possiamo aspettarci lo sgombero di CasaPound?” 

Silenzio. O meglio: risposta. 
Meloni non ha detto sì. 
Non ha detto no. 
Non ha detto quando. 

Ha fatto quello che in politica riesce benissimo: ha risposto senza rispondere. 
Ha parlato di legalità, di principi generali, di norme che valgono per tutti… senza mai arrivare al punto. Tradotto: sgomberi rapidi, certi, inflessibili, ma sugli indirizzi più scomodi, la certezza evapora. 

Curioso, no? Quando si tratta di stringere, lo Stato deve essere veloce. 
Quando si tratta di quel palazzo a Roma, invece, improvvisamente il tempo si dilata. 

Due pesi e due misure? No, no. Sarà sicuramente un caso.

... 1° Maggio!! ...

Il primo maggio 1886 a Chicago gli operai scendono in piazza per rivendicare la giornata lavorativa di 8 ore. Nelle fabbriche della più grande città dell’Illinois, così come in tutti gli Stati Uniti e in Europa, le condizioni di lavoro sono massacranti e i salari da fame. Condizioni spesso riservate anche a donne e bambini, che dal lunedì al sabato si spaccano la schiena per 14 ore al giorno, magari per finire anzitempo in una bara a causa delle inesistenti norme di sicurezza. Lo sciopero di Chicago assume presto i toni di una grande protesta popolare. E così le manifestazioni non si fermano ma proseguono con ancor più vigore nei due giorni seguenti. Il tre maggio, però, un gruppo di operai riuniti davanti alla fabbrica di mietitrici McCormick viene attaccato dalla polizia. Ci sono due morti e centinaia di feriti. L’indignazione e la rabbia tra gli operai crescono a dismisura. Giorno quattro, migliaia di persone si riversano ad Haymarket Square. Mentre August Spies, un anarchico leader della protesta, tiene un comizio in cui invita gli operai a stare calmi e a non fare gesti avventati, la polizia decide di disperdere la manifestazione. Appena gli agenti si avvicinano ai manifestanti una bomba viene lanciata verso la loro prima fila. La deflagrazione uccide un poliziotto di nome Mathias J. Degan. A quel punto gli agenti si mettono a sparare all’impazzata ammazzando 11 persone, tra cui 7 poliziotti uccisi dal fuoco amico. Nei giorni seguenti le forze dell’ordine arrestano tutti i principali esponenti dello sciopero: August Spies, Samuel Fielden, Adolph Fischer, George Engel, Michael Schwab, Louis Ling, Oscar Neebe. Dopo poco si consegna anche Albert Parsons; latitante, decide di condividere la stessa sorte dei suoi compagni. Tre degli arrestati sono stati oratori ad Haymarket Square, alcuni non erano nemmeno in piazza, sei di loro sono di origine tedesca, praticamente tutti sono anarchici. Parte un processo in cui l’accusa non riesce a dimostrare alcun collegamento tra gli imputati e l’ordigno che ha ucciso l’agente Degan. Nonostante ciò, anche grazie a una giuria selezionata ad hoc per l’occasione, gli otto sono tutti condannati. Neebe a quindici anni, gli altri a morte. Per Fielden e Schwab la pena sarà commutata in ergastolo, Ling si suiciderà in carcere, mentre Spies, Parsons, Fischer ed Engel, nonostante una grande mobilitazione nazionale e internazionale, saranno impiccati l’11 novembre 1887. Con il suo ultimo respiro Spies pronuncerà queste parole: "Verrà il giorno in cui il nostro silenzio sarà più forte delle voci che strangolate oggi". Alcuni anni dopo Fielden e Schwab saranno graziati mentre il capo della polizia di Chicago verrà condannato per corruzione. Proprio in ricordo degli eventi di Chicago, il 20 luglio del 1889, durante la Seconda Internazionale, si deciderà di fissare al primo maggio la Giornata dei Lavoratori. 

Cronache Ribelli