venerdì 9 gennaio 2026

... Giuseppe Conte ...

“Faremo”, “interverremo”, “presenteremo”. Nel penultimo anno a Palazzo Chigi, Meloni oggi sembrava al discorso di insediamento. Mi soffermo sulle prime 7 meraviglie su 3 ore di conferenza: 

1. ECONOMIA. Per Meloni sono “incoraggianti” i dati su occupazione e potere d’acquisto delle famiglie. Dipende. Non sono incoraggianti per oltre 12 milioni di inattivi, per i pensionati con minima e e gli operai per cui hanno messo solo 2-3 euro in manovra. Viceversa sono incoraggianti per ministri e sottosegretari a cui hanno aumentato i rimborsi. 

 2.BOLLETTE. L’anno scorso Meloni aveva detto che non poteva rispondere in 20 secondi a una domanda sul caro energia. Oggi la risposta: “interverremo sui costi dell’energia”. Con calma, mi raccomando. 

3. TASSE. “Avremmo voluto fare di più”. Fermatevi, avete già stabilito il record di pressione fiscale. Siamo già alla seconda edizione del Libro sulle tasse. 

4. SICUREZZA. “I risultati per me non sono sufficienti”. Finalmente un po’ di realtà. Però ha subito dato la colpa ai giudici, zero autocritica. Ma è il suo Governo che ha fatto leggi che fanno scappare i ladri perché vengono avvertiti prima dell’arresto e spedito le forze dell'ordine a guardare centri vuoti in Albania. 

 5. UCRAINA. Dopo averci detto per oltre 3 anni che non si tratta con Putin e che dobbiamo scommettere sulla vittoria militare dell’Ucraina, oggi Meloni senza battere ciglio dice che l’Europa deve parlare con la Russia. È quello che abbiamo sempre sostenuto. In mezzo: invii militari, morti, devastazioni, danni economici a carico degli italiani, piano di riarmo… Dopo la telefonata a Putin ci aspettiamo le scuse a tutti gli italiani. 

 6. POLITICA ESTERA. Ci ha dato la conferma: per lei il diritto internazionale vale fino a un certo punto … fino a Trump! 

7. SANITÀ E RIARMO. Ha indicato le sue priorità ma non ha detto nulla su quel che intende fare su file ai pronto soccorso e aumento fino a 6 milioni del numero di italiani che non si curano. E ha taciuto che una sua priorità è il Riarmo, con aumenti di oltre 23 miliardi in 3 anni. 

Una dimenticanza…






A un certo punto della conferenza stampa di Giorgia Meloni, la giornalista dell’Espresso Susanna Turco ha ceduto il suo spazio per la domanda al direttore di “Fanpage” Francesco Cancellato, la cui richiesta di parlare stranamente si è persa. E Cancellato ha raccontato tutto: lo spionaggio personalmente subito con Paragon, quello nei confronti del collega Ciro Pellegrino, di comunicatori politici, giornalisti, editori, persino sacerdoti delle ong come don Mattia Ferrari. E poi ha fatto una domanda semplice semplice ma fondamentale: 

“Presidente Meloni, io le chiedo, alla luce di tutto questo, cosa ha fatto e cosa intende fare il governo per venire a capo di questa situazione che si protrae ormai da oltre un anno?” E Meloni non ha detto mezza parola né su cosa ha fatto e men che meno su cosa intende fare, al di là di una formuletta di rito. Anzi, ha assunto il suo classico tono passivo-aggressivo e ha letteralmente sminuito la gravità della situazione, presentandosi incredibilmente come l’unica vera vittima di spionaggio. “Io non ho trovato (parlando di Cancellato) la vita scandagliata e buttata sui giornali o i conti in banca spiati, i fatti sul padre morto undici anni prima o sulla situazione patrimoniale della madre o le inchieste che ci sono sulle Sos. Ci ho visto le mie. Per cui si figuri se non capisco di che cosa sta parlando. (…) Ma o voi state sostenendo la tesi che io mi sono messo a spiare anche i miei conti in banca oppure forse bisogna fare attenzione alle accuse, e lo dico anche al direttore Cancellato che da mesi accusa implicitamente il Governo. Qui i fatti personali non di Cancellato ma di Giorgia Meloni sono finiti su tutti i giornali, quindi figuratevi se non sono solidale se non capisco di che cosa state parlando”. 

Questa è letteralmente la (non) risposta della Presidente del Consiglio a un giornalista spiato che chiedeva risposte. Contrattacchi. Sbuffi. Faccine. Vittimismo a palate. Solidarietà piena al direttore Francesco Cancellato. Uno dei pochissimi che oggi ha fatto una domanda (vera) alla Presidenza del Consiglio. Anche se non avrà - e non avremo - mai una risposta. 
E anche questo dice moltissimo.

Lorenzo Tosa.

... Miller - Goebbels ...

In una celebre canzone di Fabrizio De André, Un giudice, c’è un verso che fotografa con spietata ironia la meschinità del potere: 

«Passano gli anni, i mesi, e se li conti anche i minuti, è triste ritrovarsi adulti senza essere cresciuti; la maldicenza insiste, batte la lingua sul tamburo, un nano è una carogna di sicuro, perché ha il cuore vicino al buco del culo». 

Raramente una frase si è adattata meglio al carattere pubblico e politico di Stephen Miller, vice capo di gabinetto alla Casa Bianca e influente consigliere di Trump per la sicurezza interna, oggetto di un lungo articolo oggi sul The New York Times. Un ometto di aspetto decisamente ridicolo, ma capace di esercitare una forma di potere feroce, punitiva, ossessivamente rivolta contro i più deboli. Miller ha costruito la sua carriera sulla disumanizzazione: deportazioni di massa, famiglie spezzate al confine, attacchi agli automatismi della cittadinanza, una macchina amministrativa orientata non a governare, ma a punire. Non è efficienza burocratica: è ideologia della crudeltà. E oggi quella stessa mentalità viene proiettata sul piano globale. Qui il suo ruolo diventa ancora più chiaro — non semplice consigliere, ma architetto di una politica di potenza regressiva, che recupera categorie ottocentesche in un mondo che dovrebbe essere oltre quelle logiche. Il caso Groenlandia è emblematico. Nel primo mandato di Trump, l’idea di “prendere la Groenlandia” veniva raccontata come una battuta eccentrica, un capriccio presidenziale che i consiglieri fingevano di prendere sul serio solo per assecondarlo. Era una goliardata di corridoio, uno scherzo. Quei consiglieri non ci sono più. Miller sì. Nel secondo mandato, quell’assurdità è diventata dottrina geopolitica: minaccia di annessione, logica predatoria sulle risorse, linguaggio da potenza coloniale travestito da “sicurezza nazionale”. È Miller che prende l’impulso grezzo del leader, lo rafforza, lo giustifica, lo trasforma in dispositivo politico. Quello che ieri era ridicolo, oggi diventa programma di governo. E non è un caso isolato. La stessa dinamica si vede: • in Venezuela, dove la retorica interventista scivola verso l’idea di “diritto di sfruttamento” delle risorse altrui; • nel modo in cui Miller parla del mondo come luogo “governato dalla forza”, cancellando ogni nozione di diritto internazionale; • nella sua ascesa come figura centrale, circondata da uno staff numeroso, investita di funzioni che saldano sicurezza interna e proiezione esterna. Miller non frena il potere — lo radicalizza. Non corregge gli impulsi presidenziali — li estremizza e li rende operativi. Dietro la sua retorica muscolare, però, non c’è grandezza storica: c’è la piccolezza morale di chi cerca riscatto trasformando il rancore in sistema politico. La stessa energia amara che De André descriveva: la cattiveria come compensazione personale, travestita da ordine, identità, disciplina. La sua parabola — dal liceo allo staff del Senato, fino al cuore della Casa Bianca — racconta sempre la stessa storia: indignazione verso i fragili, ossessione per il controllo, piacere per l’umiliazione altrui. È una visione del mondo coerente, e proprio per questo pericolosa. Alla fine, la lezione resta attuale: il problema non è la statura fisica di un uomo, ma la bassezza morale di chi costruisce il proprio potere sulla sofferenza degli altri — e di chi gli lascia spazio per farlo.

 #StephenMiller #KatieMiller #ImmigrationPolicy #ICE #MAGA #Trump #TrumpWhiteHouse #Greenland #Venezuela #AbuseOfPower #USPolitics #MigrationDebate 

 Mark Pisoni.

... blocchi navali ...

Blocchi navali e fronti di guerra 

di Raffaele Crocco 

Il Risiko non ha fine e, anche questa settimana, si gioca soprattutto sul mare. Sullo sfondo resta il clamore per l’azione degli Stati Uniti in Venezuela, con l’arresto e il trasferimento coatto a New York del presidente Maduro. Collegato a questo fatto, c’è da registrare il sequestro di una petroliera battente bandiera russa, ma collegata a interessi venezuelani, nel Nord dell’Atlantico. Anche qui, l’azione è firmata da Washington, con il supporto britannico. L’episodio riporta alla ribalta il nodo delle sanzioni energetiche, mostrando come i conflitti armati continuino a intrecciarsi con le rotte del petrolio e con la guerra economica globale. Sulla costa di una altro mare, il Mediterraneo, si continua a morire. Ora nel silenzio quasi totale di un’opinione pubblica distratta da altre notizie. A Gaza, nonostante la tregua annunciata nei mesi scorsi, gli scontri non si sono fermati. Nella zona di Khan Younis, nel sud della Striscia, attacchi e operazioni militari hanno provocato nuove vittime civili: almeno cinque morti questa settimana, tra cui una bambina. Secondo dati diffusi da fonti sanitarie locali e ripresi da agenzie internazionali, dall’avvio della tregua di ottobre 2025, oltre 420 palestinesi sono stati uccisi, insieme a tre soldati israeliani. Lo Stato ebraico continua inoltre a mantenere il controllo militare del 53% del territorio della Striscia, elemento che rende fragile e incompleta qualsiasi ipotesi di cessazione reale delle ostilità. Più a nord, anche il fronte libanese resta altamente instabile. I bombardamenti israeliani nel Sud del Libano e nella valle della Beqaa sono proseguiti nel corso della settimana, colpendo infrastrutture considerate legate a Hezbollah e Hamas. Gli attacchi sono stati preceduti da ordini di evacuazione, ma hanno comunque causato feriti civili. Secondo le Nazioni Unite, dall’inizio della nuova fase di violenze più di 120 civili libanesi sono morti, segno anche qui di una tregua che esiste solo sulla carta e di un confine settentrionale di Israele sempre più militarizzato. Sul fronte europeo, l’Ucraina continua a vivere una guerra di logoramento. Dal punto di vista militare, i combattimenti si concentrano ancora nell’est del Paese, con pressioni russe nelle aree di Donetsk e lungo l’asse di Pokrovsk. L’uso intensivo di droni, artiglieria e guerra elettronica segna una fase sempre più tecnologica del conflitto, mentre nessuna delle due parti sembra in grado di ottenere un vantaggio decisivo. Sul piano diplomatico, la settimana è stata segnata da incontri tra Stati Uniti, alleati europei e rappresentanti di Kiev. Al centro dei colloqui, ci sono le cosiddette “garanzie di sicurezza” per l’Ucraina in caso di cessate il fuoco. Si ipotizzano sistemi di monitoraggio, sorveglianza satellitare e droni, ma non c’è alcun impegno diretto di truppe occidentali sul terreno. Resta irrisolta anche la questione territoriale, con Mosca che continua a rivendicare le regioni occupate e Kiev che rifiuta qualsiasi riconoscimento delle annessioni. Altrove, si muore per altre guerre. In Nigeria, la violenza jihadista e criminale non rallenta. Nel nord-est, nello Stato di Borno, un’imboscata contro un convoglio militare ha causato la morte di almeno nove soldati e il ferimento grave di altri cinque. In quest’area operano gruppi affiliati allo Stato islamico. Nel centro-nord del Paese, nello Stato di Niger, un attacco a un villaggio e a un mercato locale ha invece provocato almeno trenta morti civili e diversi rapimenti. Sono episodi, dicono gli analisti, che confermano l’incapacità del governo di controllare vaste aree del territorio. Più in generale, l’Africa continua a essere attraversata da scontri armati e guerre. Nella Repubblica Democratica del Congo, nuovi attacchi nel Nord Kivu e nel territorio di Lubero hanno ucciso almeno quindici civili. In Somalia raid aerei governativi, con supporto internazionale, hanno portato all’uccisione di decine di miliziani al-Shabaab. Dal Sudan al Sahel, il continente resta segnato da guerre seminascoste, crisi umanitarie e milioni di sfollati. 


www.unimondo.org Alessandro Negrini Carlo Martinelli Radio Onda d'Urto Left Il Dolomiti Festival Del Cinema dei Diritti Umani di Napoli Articolo 21 Andrea Tomasi Uno Maggio Taranto Libero E Pensante Arci Empolese Valdelsa

giovedì 8 gennaio 2026

... il post partita ...

Il Torino di Agonia BarBoni perde in casa con l’Udinese, e non è nemmeno una notizia: è un referto medico. Cuore debole, anima assente, piedi storti. Prognosi: cronica mediocrità. L’atmosfera era triste sin dal principio. Triste il tifo, che non spinge ma accompagna, come si accompagna un parente al cimitero con alcuni cori tipo “Gam Gam” Che non sentivo dai tempi di “Non è la Rai”. Triste lo stadio, un enorme frigorifero emotivo. Tristi i giocatori, che parevano reduci dal loro stesso funerale, già vestiti di nero dentro, con quello sguardo da “facciamo presto che tanto è finita”. Una squadra che non gioca: sopravvive, e lo fa pure male. Una realtà patetica e perdente, ratificata, se ancora fosse servito, dal suo presidente e dal suo allenatore, uno che parla come un manuale di istruzioni scritto in cinese per una squadra comprata su AliExpress. Nel post-partita già me lo vedo: ci racconterà che “subentra la stanchezza”, che “il castello difensivo va migliorato”, che ci sono “dettagli su cui lavorare”. Ma quali dettagli? Ma quali cazzo di dettagli? Non basterebbe limare tutti i dettagli di questo mondo per correggere i piedi a banana di Coco, per raddrizzare il cervello di Lazaro, per far diventare calciatori veri gente come Ilkhan, Ismajli, ma anche lo stesso Paleari, che para solo quando gliela tirano addosso. Qui non è questione di dettagli. È tutto sbagliato, tutto da rifare. È la filosofia del niente, del galleggiare, del “non facciamoci troppo male”. È una squadra che gioca per non perdere e riesce comunque a perdere: un capolavoro al contrario. Salvi il buon momento di Casadei. E cos’altro? Il fatto che non retrocederai in Serie B? Ma anche no, dai: cerchiamo di mantenere un minimo di decoro, se ancora ce ne resta un pizzico. 

 Ernesto Bronzelli.

... guerra civile? ...

Con una decisione letteralmente senza precedenti il governatore democratico del Minnesota Tim Walz ha allertato la Guardia Nazionale del suo Stato per fermare, contenere e arginare le azioni anti-migranti dell’ICE federale sul proprio territorio. È un fatto enorme che arriva dopo l’uccisione a sangue freddo di Renee Nicole Good a Minneapolis e una serie infinite di azioni paramilitari razziste, estreme, persecutorie nei confronti dei migranti da parte degli agenti dell’ICE sguinzagliatI da Trump. Non solo. Rivolgendosi direttamente a Trump, Walz gli ha ricordato che l’esercito risponde allo Stato del Minnesota e non al governo federale. Fortissime le sue parole: “Non abbiamo bisogno di ulteriore aiuto da parte del governo federale. Donald Trump e Kristi Noem, avete fatto abbastanza. Ho emesso un ordine di preavviso per preparare la Guardia Nazionale del Minnesota: queste truppe sono le nostre truppe. Il Minnesota non permetterà che la nostra comunità venga usata come pedina in una lotta politica nazionale”. Trump sta trascinando l’America in una guerra civile, rastrellando persone, calpestando diritti, cancellando l’autonomia degli Stati e lo stesso Stato di diritto.
 Per fortuna esistono ancora amministratori, governatori e sindaci che non abbassano la testa di fronte a un Presidente che si crede imperatore. 

Lorenzo Tosa.

... sempre più nero!! ...

𝐀𝐜𝐜𝐚 𝐋𝐚𝐫𝐞𝐧𝐭𝐢𝐚. 𝐎𝐠𝐧𝐢 𝐚𝐧𝐧𝐨, 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐢 𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐧𝐧𝐢, 𝐬𝐞𝐦𝐩𝐫𝐞 𝐝𝐢 𝐩𝐢𝐮̀ 


Il #buongiorno di Giulio Cavalli 

Come ogni anno, come ogni 7 gennaio, anche ieri ad Acca Larentia è andato in scena il rigurgito fascista che insozza questo tempo e questo Paese. Di anno in anno - e sarà sempre peggio - l’adunata di nostalgici fascisti farà sempre meno rumore. Merito dell’assuefazione, l’arma più potente di ogni declino politico e morale. Gli ingredienti del fetido menù sono sempre gli stessi: il “presente” urlato, il braccio teso, il nero vomitato per le strade di Roma. A inspessire la boria c’è anche la consapevolezza dei fascisti di avere punti di riferimento nei ruoli apicali del Paese. Ieri erano presenti alla manifestazione il presidente della Commissione Cultura della Camera ed eseponente di Fratelli d'Italia Federico Mollicone e il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca oltre al vicepresidente della Camera Fabio Rampelli, la vicepresidente della Regione Lazio Roberta Angelilli, il senatore di Fdi Andrea De Priamo. Ogni anno, sempre di più, la morte di Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta, appartenenti al Fronte della Gioventù, e di Stefano Recchioni serve per puntellare la storia e rivendicare il diritto di esibizione. Il mazzo di fiori dell'organizzazione neonazista Veneto Fronte Skinheads accanto alla corona del Comune di Roma è un’immagine che parla da sola. Ogni anno la soglia del ridicolo si sposta. Ieri ci siamo sorbiti Mollicone mentre ci insegnava che la croce celtica non è un simbolo nazista ma un simbolo religioso. E poi ha dato degli «analfabeti» ai giornalisti presenti. 
Ogni anno, tutti gli anni, sempre di più.
Operazione "Caccalarentia": Guida alla Disinfestazione Storica ​


Avete presente quel momento in cui camminate per strada, sentite un odore sospetto e capite che un tombino non è stato sigillato bene? Ecco, ogni 7 gennaio a Roma assistiamo alla stessa scena: il tombino della storia si scoperchia e, invece della normale manutenzione idrica, ne esce un rigurgito di liquami e ratti che gridano "Presente!". ​È un fenomeno scientificamente affascinante: centinaia di figuranti, con il braccio teso come se stessero cercando di capire se piove o se devono chiamare un taxi nel 1922, si ritrovano a commemorare il passato con la stessa lucidità di un telecomando senza pile. ​La coreografia è sempre quella: ​Il Grido: "Per tutti i camerati caduti!" (Spoiler: la storia li ha fatti cadere, ma loro non hanno ancora capito che è meglio restare seduti). ​Il Saluto: Braccio teso a 45 gradi. Utile solo se devi indicare uno scaffale alto al supermercato, ma decisamente ridicolo se pensi di essere nel 2026. ​Il Risultato: Una sfilata che ricorda più un raduno di cosplayer di un film distopico andato male che un evento politico serio. ​La verità è che certi tombini, quelli marchiati dalla ruggine della storia, andrebbero sigillati con il cemento armato della democrazia. Quando il liquame fuoriesce e i "topi di fogna" iniziano a scorrazzare per il quartiere agitando nostalgie ammuffite, non serve un dibattito politico: serve una ditta di spurghi storici. ​È tempo di rimandare certi residui bellici nel loro habitat naturale — il sottosuolo dell'oblio — e chiudere quel coperchio una volta per tutte. Perché la storia non è un buffet dove riprendersi il peggio, ma un libro che ha già scritto la parola "FINE" su certe pagliacciate. ​Sigilliamo i tombini, igienizziamo le strade e, per favore, spiegate a questi signori che il "Presente" è nel 2026, e loro sono rimasti bloccati al bianco e nero.

mercoledì 7 gennaio 2026

... vent'anni ...

Vent’anni sono un tempo sufficiente per crescere un figlio, far crollare un impero o uccidere lentamente una passione. Urbano Cairo e Claudio Lotito hanno scelto la terza opzione, con una costanza che neanche la pioggia acida. Sono arrivati in situazioni per motivi diversi disastrate. Si sono presentati promettendo ambizione. ordine, conti a posto, razionalità. Hanno trovato tifoserie vive, sporche, rumorose, capaci di amare e odiare senza chiedere permesso. Le hanno lasciate svuotate, incattivite, ridotte a comitati di resistenza permanente. Non più tifosi, ma oppositori di regime. I risultati? Per la Lazio una bacheca che sembra la sala d’attesa di un ufficio pubblico: qualche trofeo dimenticato su una sedia di plastica, qualche piazzamento dignitoso come un impiegato che timbra il cartellino senza fare domande. Qualche guizzo, sì, come uno spasmo elettrico in un corpo stanco, mai abbastanza da giustificare due decenni di potere assoluto. Mai abbastanza da far dimenticare il senso di sopravvivenza calcistica imposto come stile di vita. Per la Cairese già Torino ed a volte Toro nemmeno quello. L’epopea di Urbano Cairo sotto la Mole è una lunga cronaca di occasioni buttate e dignità smarrita. Vent’anni passati a collezionare record negativi, capitani venduti come pacchi postali, derby finiti in tonnare e piazzamenti da metà classifica celebrati come imprese epiche. Un club con una storia tragica e gloriosa ridotto a sopravvivere, mai a competere, inchiodato a stagioni fotocopia: salvezza anticipata, nessuna ambizione, smobilitazione estiva. Il Toro trasformato in un’azienda di passaggio, non in una squadra: nessun progetto, nessun salto di qualità, solo un eterno “va bene così” spacciato per gestione virtuosa. Non un fallimento fragoroso, ma qualcosa di peggio: una lenta, metodica normalizzazione della mediocrità. Se Lotito ha sbagliato, Cairo ha devastato. Se Lotito ha diviso, Cairo ha deflagrato. Uno ha trasformato la Lazio in un condominio litigioso, dove ogni piano odia l’altro ma l’amministratore resta sempre lo stesso. L’altro ha preso il Torino, una ferita storica già aperta, ed ha deciso di tenerla scoperta, così, “per vedere se guarisce da sola”… Spoiler: non è successo. Una volta si vantavano dei conti in ordine. Oggi quei conti sembrano scritti con un pastello consumato su un tovagliolo spiegazzato. Il bilancio come religione, poi come scusa, infine come barzelletta. Faticano a far quadrare i numeri anche con un diagramma di flusso ed un corso accelerato per principianti. Il mercato di gennaio è l’autopsia finale. Da una parte Lotito che vende due dei tre migliori giocatori di una rosa già saccheggiata negli anni, come uno che smonta i mobili e le finestre di legno, brucia tutto per scaldarsi e poi si stupisce del freddo. Dall’altra Cairo, questuante elegante, che tenta di far fuori chi è arrivato con un ingaggio pensante e nel contempo mendica prestiti come se fossero favori personali, preparando l’ennesimo girone di ritorno senza obiettivi, senza rabbia, senza vergogna. Vent’anni di gestione ed il risultato è questo: stadi pieni di silenzio, cori trasformati in fischi, bandiere che non sventolano più ma tremano. Un evento quasi estintivo di massa: non dei club, ma del sentimento. Ed allora la domanda resta lì, nuda e cattiva come una mattina senza alibi: il calcio italiano ha davvero bisogno di personaggi così? O è solo assuefatto a confondere la sopravvivenza con la mediocrità, il comando con il merito, la longevità con la grandezza? Perché governare a lungo non significa costruire: a volte significa solo resistere mentre tutto intorno muore. 

 Ernesto Bronzelli.